Da quotidiano Enti locali del 31.07.2017

La sezione Autonomie della Corte dei Conti si è mossa in modo tempestivo in materia di organismi partecipati emanando le proprie «Linee di indirizzo», a cui è allegato il modello standard di atto ricognitivo e dando effetto, insieme alla presidenza del Consiglio e al ministero dell’Economia, al protocollo che stabiliva l’unificazione della rilevazione sulle società, nell’ambito della quale gli enti pubblici dovranno comunicare anche gli esiti della razionalizzazione straordinaria prevista dal Testo unico.

Il momento delle scelte
Agli enti, però, resta da affrontare la questione fondamentale, ovvero quella delle scelte effettive. Un tema delicatissimo, che non può essere risolto senza tenere a mente i molti aspetti che lo compongono, a partire dalla convenienza economica che, a volte, non può essere misurata solo per gli effetti diretti sull’ente, ma su quelli del sistema territoriale, visto il ruolo e la funzione di alcuni servizi e degli enti pubblici stessi (che hanno di fondo natura di enti di erogazione).
È certo chiara la scelta del legislatore di limitare l’intervento pubblico a certi settori e da qui la centralità dell’articolo 4, «Finalità perseguibili mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche», oltre alla la ragionevolezza delle verifiche previste dall’articolo 5, «Oneri di motivazione analitica», in cui si chiede di dimostrare le ragioni di adozione di una modalità di gestione di un servizio.

I punti critici
Diventa più difficile, invece, inquadrare le indicazioni previste nel famigerato articolo 20, comma 2, che elenca una serie di criteri che giustificano l’adozione di un piano di razionalizzazione; in particolare sono problematici punti b) «società che risultino prive di dipendenti o abbiano un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti», d) «partecipazioni in società che, nel triennio precedente, abbiano conseguito un fatturato medio non superiore a un milione di euro» (salvo la proroga prevista dall’articolo 26, c. 12-quinquies), ed e) «partecipazioni in società diverse da quelle costituite per la gestione di un servizio d’interesse generale che abbiano prodotto un risultato negativo per quattro dei cinque esercizi precedenti».
Va ricordato, anzitutto, che si tratta di una norma di finanza pubblica, non di politica industriale, e che quindi l’elemento ispiratore, come ha correttamente ricordato la Corte dei Conti della Lombardia, è quanto si ritrova alla lettera f), ovvero la necessità di contenimento dei costi di funzionamento (delibera 21/2017). Ogni decisione assunta, pertanto, va misurata in termini di riduzione della spesa, e le stesse scelte di aggregazione tra società ed enti devono essere effettuate o meno in ragione di una riflessione sui costi e delle possibile economie di scala.
Corretto dunque affermare che è «necessaria una puntuale motivazione sia per giustificare gli interventi di riassetto sia per legittimare il mantenimento della partecipazione». Questo è vero anche per i criteri di cui si è detto. Si pensi al fatturato medio: banalmente, in una società strumentale, le cui prestazioni sono a carico del Comune, è preferibile sopportare una cifra superiore o inferiore al limite? La questione è di convenienza economica, non di mero volume di affari, e va contestualizzata all’attività svolta. Per tacere del fatto che i ricavi assumono evidentemente significati diversi a seconda della dimensione dell’ente.
In sostanza con quei criteri ci si deve necessariamente misurare, vista la richiesta del legislatore, e quindi dare una seria motivazione delle proprie scelte, ma tutto si misura su un obiettivo di riduzione dei costi e che si devono evitare azioni antieconomiche. Viene prima l’articolo 97 della Costituzione. E il buon senso.

Dal Sole 24 ore del 27 luglio 2017

Obblighi Iva. Sul sito del Dipartimento delle finanze le liste dei soggetti diversi dalle Pa che sono sottoposti alla «scissione»

 Comprese le aziende speciali non in forma societaria se vincolate alla «e- fattura»

Con la pubblicazione sul sito del Dipartimento delle finanze degli elenchi definitivi dei soggetti, diversi dalle Pa, sottoposti all’obbligo dello split payment, e con la pubblicazione sullo stesso sito di alcune specifiche interpretative si conclude l’iter di definizione per il 2017 del perimetro di applicazione del meccanismo. La nuova pubblicazione è stata resa necessaria dall’emanazione sul sito dello stesso Dipartimento il 14 luglio scorso del decreto del ministro dell’Economia del 13 luglio 2017 (pubblicato poi in Gazzetta ufficiale il 24 luglio ) e tiene conto delle osservazioni prodotte dai contribuenti interessati entro il 19 luglio.

La conseguenza temporale degli eventi sopra evidenziati è determinante, in quanto il citato decreto prevede che le nuove regole hanno efficacia in relazione alle sole fatture con esigibilità d’imposta successiva alla data di pubblicazione sulla Gazzetta e pertanto solo dal 25 luglio. Lo stesso decreto precisa che sono fatti salvi i comportamenti tenuti dai contribuenti per le fatture per le quali l’esigibilità si è verificata dal 1° al 24 luglio.

La novità del decreto sul piano soggettivo è costituita dalla previsione che l’obbligo dello split payment si applica a tutte le pubbliche amministrazioni destinatarie delle norme in materia di fattura elettronica obbligatoria (articolo 1, comma da 209 a 214 della legge 244/2007). Per questa previsione il comunicato che accompagna la pubblicazione degli elenchi fa importanti specificazioni.

In primo luogo, gli elenchi pubblicati sono relativi a: controllate dalla presidenza del Consiglio e dei ministeri; controllate da regioni, province, città metropolitane, comuni e unioni di comuni; controllate dalle predette amministrazioni centrali e locali e quotate nell’indice Ftse Mib. Il comunicato specifica che gli operatori per individuare le pubbliche amministrazioni soggette allo split payment dovranno fare riferimento all’elenco Ipa pubblicato sul sito dell’Indice delle pubbliche amministrazioni (www.indicepa.gov.it) senza considerare i soggetti classificati nella categoria dei “gestori di pubblici servizi”, non ricompresi nell’obbligo della fatturazione elettronica. Questi gestori, però, se ricompresi tra le controllate e riportati negli elenchi pubblicati ieri, sono comunque soggetti allo split payment anche se non destinatari della fattura elettronica . Un altro chiarimento importante è che tutte le società ricomprese negli elenchi soggette allo split payment non sono, solo per effetto dell’inclusione nello specifico adempimento, obbligati alla fatturazione elettronica .

Infine le aziende speciali non costituite sotto forma societaria, applicano il meccanismo della scissione dei pagamenti se destinatari della disciplina della fatturazione elettronica.

Nell’assimilare gli enti/società soggetti a split payment a quelli (già) destinatari di fattura Pa, il decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 13 luglio scorso sullo split payment non ha sciolto i dubbi circa gli adempimenti delle aziende speciali.

Pa oggetto di fatturazione
Si tratta, in effetti, di dubbi che vengono da lontano. A chiarimento del comma 209 della legge 244/07 (la Finanziaria 2008) la circolare 1/E/2015 aveva suddiviso le amministrazioni pubbliche oggetto di fatturazione elettronica in due gruppi principali, quello degli enti individuati (per tipologia) dall’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 165/2001 e quello degli enti pubblici specificamente indicati nell’elenco Istat delle pubbliche amministrazioni.

Il caso delle aziende speciali
In quanto assimilate ad enti pubblici economici, le aziende speciali non rientrano nel primo gruppo (che menziona invece gli enti pubblici non economici); quanto agli elenchi annuali Istat, essi non hanno mai ricompreso più di una dozzina di aziende speciali. Alla fine, non rientrando in alcuno dei due gruppi, la maggior parte delle aziende speciali non ha mai applicato la normativa sulla fatturazione elettronica. In ogni caso, il decreto del 13 luglio sembrerebbe aver modificato questo scenario.
A proposito della completa identificazione dei soggetti tenuti ad applicare lo split payment con quelli già destinatari della fattura Pa, il ministero dell’Economia e delle Finanze ribadisce che (anche) per i primi occorre ora far riferimento all’elenco pubblicato sul sito dell’Ipa (l’Indice delle pubbliche amministrazioni). Ancora una volta, tuttavia, l’indice non ricomprende tutte le aziende speciali.
Può essere, a questo punto, che la successiva affermazione del Mef secondo cui «le aziende speciali applicano il meccanismo della scissione dei pagamenti, dato che rientrano tra i soggetti destinatari della disciplina sulla fatturazione elettronica obbligatoria (…)» sia destinata a chiudere il cerchio, così da assoggettare a split anche le altre aziende speciali non menzionate dall’Ipa. Poiché tuttavia l’affermazione non trova alcun concreto ancoraggio normativo o interpretativo potrebbero tornare utili le indicazioni della circolare 1/E/2015 dell’agenzia delle Entrate: non potendosi ritenere esaustivo il richiamo alle categorie Ipa, in caso di incertezza circa l’applicazione dello split payment, gli enti pubblici possono inoltrare apposita richiesta di interpello ex articolo 11 dello Statuto del contribuente (legge 212/2000).