Dal Sole 24 ore del 31 agosto 2017

Malattie. Debutta domani il Polo unico: affidati all’Inps al posto delle Asl anche i controlli d’ufficio per i dipendenti pubblici. Con il nuovo sistema «anti-furbetti» permanenza in casa ricontrollabile dal medico.

Con il nuovo sistema «anti-furbetti» permanenza in casa ricontrollabile dal medico
Passare nei prossimi anni dagli attuali 300mila a oltre mezzo milione di controlli sui lavoratori pubblici, anche con visite reiterate soprattutto a ridosso di weekend e festività. Oltre alla creazione di economie di scala e a fornire garanzie di omogeneità nelle verifiche, è questo uno dei principali obiettivi del nuovo Polo unico per le visite mediche di controllo, presentato ieri a Roma e operativo da domani. Grazie al nuovo sistema, l’Inps estenderà la sua competenza sui lavoratori pubblici, effettuando le visite non solo su richiesta del datore, come avvenuto sinora, ma anche d’ufficio, operazione finora spettante alle Asl.
L’intervento, inserito nella riforma Madia, vuole ridurre la differenza tra assenze nel settore pubblico (11 in media all’anno) rispetto al privato (5) e, nell’ambito della Pa, a uniformare le percentuali d’assenza sul territorio nazionale, con 9,8 giorni di media registrati nel 2015 a Nord-Est contro i 13 nel Sud. «Al momento – ha precisato il presidente dell’Inps, Tito Boeri – si registra una sensibile difformità a livello regionale nelle percentuali di assenza dei lavoratori pubblici e questo è anche il risultato dell’assenza di un polo unico di controllo».
Attualmente per dipendenti privati la possibilità di ricevere una visita fiscale è circa una su venti: gli ultimi dati dell’Inps, relativi al 2015, dicono che sono stati effettuati circa 600mila controlli su 12 milioni di certificati di malattia presentati (5%). Per il pubblico, come anticipato, si punta a superare questa quota una volta messo a regime il nuovo sistema, passando dalle 300mila visite del 2015 su circa 6 milioni di certificati presentati a 500mila controlli.
La «stretta su assenze reiterate e di massa», prevista dal ministro Marianna Madia,dovrebbe realizzarsi, oltre che con l’aumento delle verifiche, anche grazie alla diversa modalità delle stesse. Viene prevista la possibilità di controllare più volte la stessa persona nella stessa giornata e quindi il lavoratore malato dovrà restare a casa nelle fasce di reperibilità anche se è già stato controllato: un’ipotesi, va detto, che appare per il momento di difficile realizzazione considerate le risorse sul tavolo («ora – ha chiarito Boeri – per le visite fiscali ai pubblici sono a disposizione 17,5 milioni, ma a regime, nel 2019, ce ne saranno 50». In linea generale non si tratterà di controlli casuali: l’Inps riceverà telematicamente tutti i certificati di malattia e un sistema sofisticato li elaborerà scegliendo gli eventi più probabilmente passibili di riduzione di prognosi.
Le visite dovrebbero concentrarsi nei giorni a ridosso dei fine settimana e dei ponti, in cui si moltiplicano le malattie, ma l’indiscrezione non è stata confermata dal presidente dell’Inps. «Di certo – ha detto Boeri – le visite saranno mirate. Abbiamo carenze di medici fiscali in alcune regioni, ma faremo un bando per nuovi medici a cui estendere la convenzione».
In prospettiva si punta anche sull’armonizzazione delle fasce di reperibilità, attualmente diverse fra i dipendenti pubblici, che possono ricevere la visita del medico fiscale dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 15 alle 18, e dipendenti privati, la cui fascia di reperibilità è ridotta dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 17 alle 19: una difformità che l’Inps spera venga eliminata al più presto dal Governo. «Aspettiamo il decreto sulle fasce – ha detto il presidente dell’istituto previdenziale – auspicando fortemente che siano uniformate: la direzione dovrebbe essere quella di estendere a sette ore la reperibilità del settore privato, ora ferma a quattro».
Dal Sole 24 ore del 31 agosto 2017

Dopo la legge di stabilità 2016. Non si applica più la possibilità di estendere i tempi di accertamento per gli illeciti tributari

Con le dichiarazioni 2017 esordiscono anche i nuovi termini di decadenza del potere di accertamento da parte dell’amministrazione finanziaria e non trova più applicazione il raddoppio dei termini in presenza di reati tributari.
Con la legge di stabilità 2016 (articolo 1 commi 130 e 131 della legge n. 208/2015) è stata riscritta l’intera disciplina dei termini di accertamento sia ai fini Iva, sia ai fini delle imposte sui redditi/Irap.
In dettaglio le nuove regole, che si applicano a decorrere dal periodo di imposta 2016, con riferimento cioè alle dichiarazioni presentate nel 2017:
eliminano la possibilità di raddoppiare gli ordinari termini di accertamento in presenza di violazioni per le quali è stata presentata la denuncia penale per uno dei reati tributari contenuti nel Dlgs 74/2000;
dispongono un ampliamento dei termini ordinari di rettifica delle dichiarazioni dei redditi/Irap e dell’Iva.
Per effetto di tali modifiche, con riferimento agli avvisi relativi ai periodi d’imposta dal 2016 in avanti i nuovi termini di accertamento sono stati fissati:
entro il 31 dicembre del quinto anno successivo (in luogo del quarto anno);
entro il 31 dicembre del settimo anno successivo in caso di dichiarazione omessa o nulla (in luogo del quinto anno).
La medesima legge ha poi previsto che per il passato (quindi per i periodi di imposta antecedenti al 2016) il raddoppio dei termini opera solo a condizione che la denuncia (ex articolo 331 C.p.p.) sia stata presentata entro i termini ordinari di accertamento (31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ovvero quinto anno in caso di omessa presentazione).
Si ricorda che, precedentemente, il Dlgs 128/2015 aveva subordinato il raddoppio dei termini alla presentazione della denuncia entro la decadenza ordinaria.
Queste regole trovavano applicazione agli atti impositivi notificati successivamente all’entrata in vigore del decreto (2 settembre 2015).
La norma del 2015 aveva previsto poi un regime transitorio, secondo cui erano fatti salvi gli effetti degli avvisi di accertamento, dei provvedimenti di irrogazione sanzioni già notificati al 2 settembre 2015, a prescindere cioè dalla data di inoltro della notizia di reato.
Secondo anche il più recente orientamento giurisprudenziale di legittimità le due norme (Dlgs 128 e legge stabilità 2016) non sono in conflitto, in quanto la nuova disciplina contenuta nella legge di stabilità ha regolato tutte le ipotesi non incluse nel precedente regime transitorio: si tratta dei casi in cui non è stato notificato un atto impositivo entro il 2 settembre 2015.
Solo la nuova previsione transitoria subordina il raddoppio alla presentazione o trasmissione della denuncia entro gli ordinari termini, con la conseguenza che, secondo la Cassazione, per il passato è confermata la legittimità del raddoppio dei termini anche in assenza di denuncia ovvero quando sia stata inviata oltre tali termini.
Da ricordare infine – come ripetutamente chiarito dalla Corte di Cassazione (da ultimo sentenza 20435/2017) – che per le dichiarazioni Irap non trova mai applicazione il raddoppio dei termini in quanto, le violazioni per tale imposta non possono generare ipotesi delittuose.
I reati tributari riguardano infatti esclusivamente le imposte dirette e l’Iva.

Dal Sole 24 ore del 31 agosto 2017

Omessi versamenti di ritenute evitabili fino al 31 ottobre – Omessa denuncia dal 29 gennaio.

Omessi versamenti di ritenute evitabili fino al 31 ottobre – Omessa denuncia dal 29 gennaio
Per i reati legati alle dichiarazioni relative al periodo di imposta 2016 scattano i nuovi termini di prescrizione. In presenza di reati, infatti, con le dichiarazioni che verranno presentate nei prossimi mesi, si applicheranno i nuovi e più lunghi termini. Lo slittamento al 31 ottobre 2017 dei termini di presentazione dei modelli ha, poi, rilevanza anche ai fini penali non solo per i reati tributari dichiarativi che si consumano con la presentazione della dichiarazione stessa, ma anche per altri delitti che comunque individuano nella scadenza dell’invio la data ultima per il versamento delle imposte dell’anno precedente.
Ma andiamo con ordine. Con Dpcm 26 luglio 2017 è stato disposto il differimento al 31 ottobre 2017 dei termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, Irap e dei sostituti di imposta (770).
I reati di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di false fatture, mediante altri artifici, e infedele si consumano con la presentazione della dichiarazione.
Va da sé che i contribuenti che si avvarranno dei nuovi termini commetteranno eventualmente la fattispecie illecita in tale nuova data con tutte le conseguenze ai fini della decorrenza della prescrizione dell’illecito.
Omessa presentazione
I reati di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e del sostituto di imposta previsti dall’articolo 5 del Dlgs 74/2000 si commettono invece trascorsi novanta giorni dalla scadenza della presentazione. Ne consegue che per le dichiarazioni relative al periodo di imposta 2016, entrambe le fattispecie illecite si consumeranno il 29 gennaio 2018 (90 giorni dal 31 ottobre 2017). I contribuenti che entro tale data dovessero eseguire l’adempimento precedentemente omesso non commetteranno alcun illecito penale.
Omesso versamento ritenute
È punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versi entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 150mila euro per ciascun periodo d’imposta.
Per effetto del differimento i contribuenti che non hanno versato le ritenute per l’anno 2016 superiore alla soglia di punibilità potranno farlo fino al 31 ottobre e non commetteranno il reato. Si ricorda al riguardo che è sufficiente, per non rispondere dell’illecito penale, il versamento entro tale data di un importo tale da far scendere l’omissione al di sotto di 150mila euro. In altre parole, se un contribuente, ad esempio, non ha versato ritenute effettuate nell’anno 2016 per 200mila euro, per non incorrere nel reato dovrà versare entro il 31 ottobre prossimo almeno la somma di 50.001 euro.
Scaduto tale termine, per non commettere il delitto occorrerà eseguire il versamento per intero, anche rateizzato, ma prima dell’apertura del dibattimento, ovvero nei successivi 3 mesi, prorogabili di ulteriori 3 mesi previo assenso del giudice.
Prescrizione
Con legge 103/2017 sono state apportate modifiche al Codice di procedura penale e, tra queste, alle regole di prescrizione dei reati, con l’introduzione di nuove ipotesi di sospensione.
In sintesi il corso della prescrizione in futuro sarà sospeso anche dal termine per il deposito della motivazione della sentenza di condanna in primo grado e/o in secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, fino alla pronuncia del dispositivo che definisce la sentenza del grado successivo, e comunque per un tempo non superiore a un anno e sei mesi.
Da ciò ne consegue che in ipotesi di condanna nei vari gradi di giudizio per un delitto tributario, i termini prescrizionali passeranno dagli attuali 10 anni a 13 anni ovvero da 7 anni e sei mesi, per i reati di omesso versamento e sottrazione fraudolenta a 10 anni e sei mesi. Va da sé che, in ipotesi di sentenza assolutoria l’incremento del termine non si verifica.
Queste nuove regole trovano applicazione ai reati commessi dopo l’entrata in vigore della legge (23 luglio 2017) e quindi agli eventuali illeciti penali commessi con le prossime dichiarazioni.
Da Quotidiano Enti Locali del 30 agosto 2017

Il Tar Liguria, Genova, con la sentenza n. 640/2017è intervenuto in materia di clausole sociali stabilendo che è illegittima l’aggiudicazione di un appalto di servizi a favore di un operatore economico che in sede di offerta ha applicato al personale tutelato dalla clausola sociale un Ccnl diverso da quello applicato dall’affidataria uscente.
In tale occasione il Giudice amministrativo ligure ha chiarito che l’aggiudicatario non può applicare un Ccnl diverso da quello già applicato dall’affidatario uscente stabilendo peraltro che la disciplina vigente all’indomani del Correttivo  consente il mutamento della qualifica dei lavoratori e anche la possibilità di ridurne il numero, ma non consente in alcun modo il mutamento delle discipline giuridiche.

Il caso
Nella specie il capitolato d’appalto impegna i concorrenti ad utilizzare gli stessi operatori della precedente ditta affidataria compatibilmente con l’organizzazione della ditta aggiudicataria e con le esigenze tecnico-organizzative previste per l’esecuzione del contratto. Lo stesso capitolato precisa l’obbligo di applicare il Ccnl già applicato dall’affidataria uscente.
La clausola sociale quindi impone l’assorbimento dei lavoratori impiegati dall’affidataria uscente e l’applicazione del Ccnl utilizzato per i lavoratori oggetto della protezione.
La norma speciale di gara consente all’imprenditore soltanto la possibilità di modulare l’impiego dei prestatori di lavoro assunti dalla affidataria uscente in rapporto alla propria organizzazione di impresa. 
In sostanza la clausola sociale consente, previa dimostrazione di un diverso modello organizzativo, il mutamento della qualifica dei lavoratori e anche la possibilità di ridurne il numero, ma non consente in alcun modo il mutamento delle discipline giuridiche.
L’aggiudicataria invece ha applicato un Ccnl diverso così contravvenendo alla clausola in questione.

La decisione
Tale soluzione è stata giudicata inammissibile dal Tar Genova.
Il Giudice amministrativo ligure ha evidenziato, infatti, che il correttivo al Codice degli appalti ha introdotto l’obbligatorietà delle clausole sociali stabilendo all’articolo 50 Dlgs n. 50 del 2016 che  «Per gli affidamenti dei contratti di concessione e di appalto di lavori e servizi diversi da quelli aventi natura intellettuale, con particolare riguardo a quelli relativi a contratti ad alta intensità di manodopera, i bandi di gara, gli avvisi e gli inviti inseriscono, nel rispetto dei principi dell’Unione europea, specifiche clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato, prevedendo l’applicazione da parte dell’aggiudicatario, dei contratti collettivi di settore di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015».
Tale norma è stata modificata come si diceva dal correttivo al Codice degli appalti, che introduce l’obbligatorietà delle clausole sociali, mediante la sostituzione della formula facoltizzante «possono inserire» con la prescrizione tassativa espressa dal verbo «inseriscono» avvenuta ad opera del dell’articolo 33 Dlgs del 19 aprile 2017, n. 56.
Il Tar Liguria peraltro chiarisce che la vigente disciplina prevede due ipotesi differenti di clausole sociali.
La prima ricorre allorquando l’obbligo di mantenimento del rapporto lavorativo in essere in caso di cambio di appaltatore è prevista direttamente dal contratto collettivo.
In questa ipotesi l’amministrazione, in forza della previsione di cui all’articolo 30 Dlgs n. 50 del 2016, è tenuta a prevedere il transito dei dipendenti dal vecchio al nuovo appaltatore senza che il nuovo appaltatore possa opporre la libertà di iniziativa economica per ottenere un’applicazione flessibile di tale obbligo.
Tale obbligo è prescritto dallo stesso articolo 30 Dlgs n. 50 del 2016 che impone alla stazione appaltante l’applicazione del contratto collettivo.
La seconda ipotesi riguarda invece il caso in cui in cui il Ccnl di riferimento non contenga alcuna previsione sulla conservazione del posto in caso di subentro negli appalti.
Tale ipotesi è disciplinata dall’articolo 50 Dlgs n. 50 del 2016.
Prima del correttivo costituiva una facoltà discrezionale dell’Amministrazione quella di prevedere nella disciplina speciale di gara specifiche clausole volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato. Oggi l’inserimento di tali clausole è reso obbligatorio e quindi è imposto in capo alla stazione appaltante il bilanciamento degli interessi tra l’esigenza di conservazione del posto e la libertà di iniziativa economica del datore di lavoro.

Dal Sole 24 ore del 30 agosto 2017

Cassazione. Annullato l’avviso di accertamento.

È illegittimo l’avviso di accertamento che non considera la malattia subita dal contribuente e dai suoi più stretti congiunti: si tratta di fatti che possono incidere sul risultato d’esercizio che devono essere adeguatamente valutati dal giudice di merito.
Ad affermare questo principio è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 20505 depositata ieri.
L’agenzia delle Entrate invitava in contraddittorio una contribuente perché i ricavi dichiarati risultavano non congrui rispetto al risultato di Gerico. In particolare, lo scostamento era imputabile alle spese sostenute per i lavoratori dipendenti. Nel corso del contraddittorio, la contribuente presentava una memoria, allegando numerosi documenti, che dimostravano problemi di salute sia propri sia dei suoi più stretti congiunti che avrebbero compromesso il normale svolgimento dell’attività di impresa. L’ufficio tuttavia non ne teneva conto e notificava l’avviso di accertamento rettificando il reddito dichiarato. Il provvedimento veniva impugnato dinanzi al giudice tributario che per entrambi i gradi di merito confermava la legittimità della ripresa fiscale.
La contribuente ricorreva in Cassazione lamentando, in estrema sintesi, una carente motivazione dell’accertamento e comunque un’omessa valutazione delle prove da parte del giudice di merito.
La Suprema Corte ha rilevato che il collegio di appello non aveva minimamente affrontato l’incidenza della malattia rispetto ai risultati conseguiti. Occorreva, infatti, verificare se, come sostenuto fin dal primo grado dalla contribuente, i problemi di salute suoi e dei propri congiunti, avessero concretamente compromesso i risultati dell’esercizio. I giudici di legittimità hanno peraltro constatato che nonostante la documentazione medica fosse stata prodotta già in sede di contraddittorio, il conseguente avviso di accertamento non ne faceva alcuna menzione.
La decisione, seppur sintetica, appare interessante poiché conferma l’importanza di circoscrivere gli standard utilizzati quali gli studi di settore, al caso concreto. Vanno infatti verificati di volta in volta eventuali specifici fatti che possono aver interessato il periodo di imposta e, conseguentemente, aver influenzato il risultato dichiarato.
Oltre alla malattia, anche la maternità può giustificare lo scostamento: la giurisprudenza di legittimità ha infatti affermato (ordinanza n. 8706/2014) che rientra nella comune esperienza che i bambini molto piccoli impongono cure parentali che riducono il tempo e le energie che la madre può dedicare al lavoro e quindi non sono applicabili gli standards.
Più in generale è stato anche precisato (sentenza n. 20278/2013) che la grave crisi personale, familiare e finanziaria, in cui versa il contribuente può essere un valido motivo per giustificare lo scostamento.
Peraltro, secondo un orientamento ormai consolidato è illegittimo l’accertamento fondato sugli studi di settore che non motiva il rigetto delle difese prodotte in contraddittorio (Cassazione n. 12631/2017).

Dal Sole 24 ore del 28 agosto 2017
La Legge in vigore dal 14 giugno
Smart working, innanzitutto, è una «filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati». Questa è la definizione data dall’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, ma questi elementi si ritrovano valorizzati anche nella definizione legale della fattispecie di lavoro agile, come disegnata dalla legge n. 81 del 22 maggio scorso, in vigore dal 14 giugno.
Cos’è e come si instaura
Lo smart working è una mera modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, non una nuova tipologia contrattuale, quindi non fa venir meno la subordinazione ed i connessi poteri del datore di lavoro.
Il ricorso al lavoro agile va stabilito mediante accordo. È cioè indispensabile – a prescindere da ogni ulteriore regolamentazione dettata in via unilaterale dal datore di lavoro o con intesa sindacale – sottoscrivere accordi con ogni lavoratore che voglia rendere la prestazione con questa modalità e ciò anche ai fini della regolarità amministrativa.
Orario e organizzazione
Nel lavoro agile non ci sono precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro. La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno di locali aziendali ed in parte all’esterno, senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro.
Il lavoratore dovrebbe quindi essere libero di determinare autonomamente tempi e luoghi della prestazione, con il solo vincolo della durata massima dell’orario di lavoro (non orario normale) in funzione del raggiungimento dell’obiettivo prefissato.
Il lavoro agile ben si presta a una valorizzazione del rapporto di fiducia con il lavoratore, in quanto la flessibilità del luogo di esecuzione della prestazione lavorativa ed il conseguente minor controllo sul tempo della prestazione si accompagna idealmente a una valorizzazione degli obiettivi del dipendente. Può quindi comportare forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi.
Strumenti e controlli
Data l’assenza di vincoli di luogo, è imprescindibile il ricorso a strumenti tecnologici anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale.
È evidente il collegamento con quanto previsto all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, dedicato ai controlli a distanza, tenuto conto che gli strumenti utilizzati dal lavoratore agile saranno appunto funzionali a rendere la prestazione lavorativa.
Perciò la predisposizione di una procedura sulla base del comma 3 dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori – contenente un’adeguata informativa sulle modalità d’uso degli strumenti di lavoro e di effettuazione dei controlli da parte del datore di lavoro, nel rispetto di quanto previsto in materia di privacy – consentirebbe sia di rispettare quanto richiesto dalla legge sul lavoro agile, sia l’utilizzabilità a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro delle informazioni raccolte.
Flessibilità
Il lavoro agile è quindi una grande opportunità sia per le imprese che per i lavoratori. Per le prime un’opportunità per adottare nuovi modelli organizzativi, che comportando importanti riduzioni di costi, non fanno perdere, ma anzi guadagnare, controllo sulla prestazione. Per i lavoratori è un’opportunità per guadagnare spazi di fiducia ed essere misurati sui risultati della prestazione.
Questo può mettere in crisi le tradizionali distinzioni tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, ma poco importano alle aziende le distinzioni teoriche se i nuovi strumenti legislativi consentono di adottare, con maggior sicurezza, modelli organizzativi che ormai si imponevano nella realtà socio-economica.
L’intervento legislativo è certamente opportuno, e fornisce utili indicazioni su vari aspetti, tra cui il collegamento tra gli strumenti utilizzati dagli smart workers ed il nuovo articolo 4 dello statuto dei lavoratori e sull’estensione della tutela assicurativa contro gli infortuni e malattie professionali alle prestazioni lavorative rese al di fuori dei locali aziendali.
Per chi abbia già implementato progetti di smart working precedentemente alla nuova legge resta solo da assicurare l’adeguamento a quanto la nuova normativa impone.
Il pubblico impiego
La nuova legge sul lavoro agile si applica anche ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, «secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’art. 14 della legge 7 agosto 2015 n. 124» e fatte salve le specificità del lavoro pubblico.
La disposizione appena citata della legge 124/2015 prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative per l’attuazione del telelavoro e la sperimentazione «di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa (lavoro agile)». L’obiettivo della legge è ambizioso: consentire, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti di lavorare da remoto, senza pregiudizio per la professionalità e la carriera.
In attuazione della legge è stata emanata il 1° giugno 2017 una direttiva del presidente del Consiglio dei ministri che definisce indirizzi e linee guida per le amministrazioni pubbliche, chiamate ad attuare un’organizzazione del lavoro non più necessariamente incentrata sulla presenza fisica ma su risultati obiettivante misurabili e sulla performance.

Dal Sole 24 ore del 26 agosto 2017

Cassazione sent. 20425/2017. No all’interpretazione delle Regioni secondo cui il termine è decennale. Accertamenti. La Cassazione conferma per la tassa automobilistica il principio stabilito dalle Sezioni unite per i contributi

Il bollo auto si prescrive dopo tre anni: tramonta la possibilità che le Regioni possano avvalersi del termine di prescrizione decennale, avallata pochi anni fa da una parte della giurisprudenza. Ieri infatti la Cassazione ha depositato la sentenza 20425/2017, con cui ha stabilito che vale anche per la tassa automobilistica la pronuncia delle Sezioni unite (sentenza 23397/2017) che aveva già escluso la prescrizione decennale per le cartelle di pagamento relative a contributi previdenziali.
Nel caso del bollo auto, la questione era nata da un’interpretazione di alcune Regioni che, per recuperare somme non riscosse per lungo tempo, hanno cercato di far valere la teoria della prescrizione decennale (si veda «Il Sole 24 Ore» del 2 febbraio 2016). In sostanza, secondo questa tesi, quando una Regione notifica un avviso di accertamento tempestivamente (cioè entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello cui si riferisce la somma contestata) e il destinatario non lo impugna né paga quanto richiesto, la successiva cartella di pagamento può essere notificata entro dieci anni invece dei cinque anni che solitamente si ritenevano essere il termine applicabile in casi del genere.
La Cassazione aveva esplicitamente confermato l’interpretazione delle Regioni con la sentenza 701/2014. Essa riconosceva come applicabile anche al bollo auto il principio sancito dalle Sezioni unite (sentenza 5791/2008) secondo cui il «credito erariale» legato a un’imposta è soggetto alla prescrizione decennale prevista dall’articolo 2946 del Codice civile, che si applica alle «obbligazioni autonome», in contrapposizione a quelle «periodiche» (articolo 2948 del Codice, prescrizione quinquennale). Questo perché nella tassa automobilistica ogni periodo d’imposta è autonomo rispetto agli altri: l’esistenza del debito tributario va verificata anno per anno.
Ma poi, con la sentenza 23397/2016 (si veda «Il Sole 24 Ore» del 21 dicembre 2016), le Sezioni unite hanno stabilito il principio secondo cui «la scadenza del termine perentorio per opporsi o impugnare un atto di riscossione…produce soltanto l’effetto della irretrattabilità del credito» e non anche quello della “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto (dalle norme sulla materia cui si riferisce il pagamento) nell’ordinario termine di prescrizione decennale (previsto dall’articolo 2953 del Codice civile).
La sentenza depositata ieri (dalla sezione tributaria, cioè la Sesta civile) riconosce che questo principio può valere anche in materia di bollo auto. Infatti, nella pronuncia dello scorso anno le Sezioni unite avevano scritto che tale principio «è di applicazione generale» sugli atti di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva.
La vicenda su cui si è espressa la sezione tributaria ha tutte le caratteristiche per rientrare in questa fattispecie. Per due motivi:
riguarda un tributo come il bollo auto, per il quale il termine di prescrizione più breve di quello ordinario;
la relativa cartella di pagamento era stata emessa tempestivamente e non era mai stata impugnata dal contribuente.
D’altra parte, a quanto risulta al Sole 24 Ore, le Regioni sono già consce della valenza generale della sentenza 23397/2016 delle Sezioni unite. Quindi negli ultimi mesi dovrebbero essere state bloccate le procedure per l’emissione di cartelle oltre il termine dei cinque anni.

L’articolo 1, commi da 98 a 108, della Legge 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di Stabilità 2016) ha introdotto un credito d’imposta a favore delle imprese che, a decorrere dal 1° gennaio 2016 e fino al 31 dicembre 2019, effettuano l’acquisizione dei beni strumentali nuovi (macchinari, impianti e attrezzature varie), facenti parte di un progetto di investimento iniziale e destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle Regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo; analizziamo le disposizioni normative in essere per il periodo d’imposta 2016 e le modalità di indicazione del credito d’imposta nel modello dichiarativo Unico PF.

La Legge 27 febbraio 2017, n. 18 di conversione del Decreto Legge 29 dicembre 2016, n. 243, ha profondamente modificato la disciplina normativa originaria di cui alla Legge n° 208 del 2015 prevedendo:

  • l’inclusione della Sardegna fra le regioni del Mezzogiorno ammesse alla deroga ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 3, lett. a), del TFUE, in luogo della deroga precedentemente prevista a norma dell’articolo 107, paragrafo 3, lett. c), del TFUE;
  • l’aumento della misura del credito d’imposta spettante;
  • l’aumento del limite massimo dei costi agevolabili relativi a ciascun progetto di investimento, al quale è commisurato il credito d’imposta;
  • la determinazione del credito d’imposta sulla base del costo complessivo dei beni acquisiti;
  • la possibilità di cumulo del credito d’imposta con gli aiuti de minimis e con altri aiuti di Stato che insistano sugli stessi costi, sempre che tale cumulo non porti al superamento dell’intensità o dell’importo di aiuto più elevati consentiti dalla normativa europea (in precedenza sussisteva il divieto di cumulo).

NORMATIVA – La nuova disciplina del credito d’imposta per gli investimenti al sud introdotta dal Decreto Mezzogiorno convertito con modificazione dalla Legge n° 27/2017 trova applicazione a partire dalle acquisizioni di beni effettuati a dal 1° marzo 2017; di conseguenza per il periodi d’imposta 2016 è riconosciuta piena validità al precedente assetto normativo.

AGEVOLAZIONE – Crediti d’imposta per l’acquisizione di beni strumentali nuovi, facenti parte di un progetto di investimento iniziale[1] e destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle seguenti Regioni:

  • Campania;
  • Puglia;
  • Basilicata;
  • Calabria;
  • Sicilia;
  • Molise;
  • Sardegna e Abruzzo.

A CHI SPETTA – Possono accedere all’agevolazione tutti i soggetti titolari di reddito di impresa ai sensi dell’art. 55 del TUIR, indipendentemente dalla natura giuridica assunta che provvedono ad acquisire bene strumentali nuovi facenti parte di un progetto di investimento iniziale come sopra definito e destinati a strutture produttive ubicate:

  • nelle zone assistite della Campania, Puglia, Basilicata; Calabria, Sicilia ammissibili alle deroghe definite dall’art. 107 par. 3 lettera a) del TFUE[1];
  • e nelle zone assistite ammissibili alle deroghe ai sensi dell’art.107 par. 3 lettera c) quali Molise Sardegna e Abruzzo.

INVESTIMENTO AGEVOLABILE – L’agevolazione è commisurata alla quota del costo complessivo degli investimenti eccedente gli ammortamenti dedotti nel periodo d’imposta relativi alle medesime categorie di beni d’investimento della stessa struttura produttiva, esclusi gli ammortamenti dei beni oggetto dell’investimento agevolato.

BENI AGEVOLABILI – Sono agevolabili gli investimenti, facenti parte di un progetto di investimento iniziale come sopra definito e relativi all’acquisto, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di macchinari, impianti e attrezzature varie destinati a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nel territorio.

MISURA DELL’AGEVOLAZIONE

Dimensione impresa

Percentuale agevolabile

Importo massimo

Piccole imprese

20%

1,5 mln

Medie imprese

15%

5 mln

Grandi imprese

10%

15 mln

UTILIZZO IN COMPENSAZIONE – Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del Decreto Legislativo 9 luglio 1997, n. 241, a decorrere dal periodo d’imposta in cui è stato effettuato l’investimento e deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di maturazione del credito e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi d’imposta successivi fino a quello nel quale se ne conclude l’utilizzo. Il credito concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione ai fini IRAP.

LIMITI DI COMPENSAZIONE – Per la compensazione del credito d’imposta, il modello F24 deve essere presentato esclusivamente tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento, utilizzando il codice tributo “6869”:

  • il credito di imposta in esame può essere fruito annualmente senza alcun limite quantitativo e, pertanto, per importi anche superiori al limite di 250.000 euro applicabile ai crediti d’imposta agevolativi (articolo 1, comma 53, della Legge 24 dicembre 2007, n. 244);
  • non si applica neanche il limite generale di compensabilità di crediti d’imposta e contributi di cui all’articolo 34 della Legge 23 dicembre 2000, n. 388, pari a 700.000 euro a decorrere dal 1° gennaio 2014;

non si applica la preclusione che prevede un divieto di compensazione dei crediti relativi alle imposte erariali in presenza di debiti iscritti a ruolo, per imposte erariali ed accessori, di ammontare superiore a 1.500 euro (articolo 31 del D.L. 78/2010).

MODALITA’ – I soggetti che intendono avvalersi del credito d’imposta devono presentare apposita comunicazione all’Agenzia delle Entrate. La trasmissione telematica della comunicazione redatta con il nuovo modello approvato in data 14 aprile 2017 è effettuata utilizzando il software denominato “CIM17”, disponibile gratuitamente sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it. a partire dal 27 aprile 2017. Il modello va utilizzato anche per la richiesta di autorizzazione alla fruizione del credito d’imposta per gli investimenti realizzati entro il 28 febbraio 2017, ossia prima dell’entrata in vigore della Legge n° 18/2017 sopra richiamata, assoggettati quindi alla previgente normativa.

La comunicazione può essere presentata all’Agenzia delle Entrate, esclusivamente in via telematica, fino al 31 dicembre 2019. La trasmissione della comunicazione può essere effettuata:

  • direttamente, da parte dei soggetti abilitati dall’Agenzia;
  • tramite una società del gruppo, se il richiedente fa parte di un gruppo societario. Si considerano appartenenti al gruppo l’Ente o la società controllante e le società controllate. Si considerano controllate le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata le cui azioni o quote sono possedute dall’Ente o società controllante, o tramite altra società controllata, per una percentuale superiore al 50% del capitale; • tramite gli intermediari indicati nell’art. 3, comma 3, del D.P.R. n. 322 del 1998 e successive modificazioni (professionisti, associazioni di categoria, CAF, altri soggetti);
  • tramite gli intermediari indicati nell’art. 3, comma 3, del D.P.R. n. 322 del 1998 e successive modificazioni (professionisti, associazioni di categoria, CAF, altri soggetti).

L’invio della comunicazione può avvenire utilizzando i canali Entratel o Fisconline.

Dal Sole 24 ore del 24 Agosto 2017

Cassazione. La pretesa si estingue

L’adesione di uno dei coobbligati nella pretesa tributaria libera tutti gli altri, con la conseguenza che per eventuali ricorsi proposti e ancora pendenti va dichiarata l’estinzione per cessazione della materia del contendere. A fornire questo chiarimento è Cassazione con l’ordinanza n. 20305 depositata ieri.
L’agenzia delle Entrate aveva rettificato e liquidato maggiore imposta di registro per un atto di compravendita e aveva notificato ad acquirente e venditore il relativo provvedimento impositivo. Il venditore, autonomamente, aveva definito in adesione con l’ufficio la pretesa, mentre l’acquirente aveva impugnato l’atto dinanzi al giudice tributario.
Secondo la Ctr, che aveva confermato la decisione di primo grado, il pagamento dell’intero debito tributario da parte di uno solo degli obbligati aveva determinato l’estinzione della pretesa e la cessazione della materia del contendere. Era infatti venuto meno l’interesse alla lite da parte dei soggetti non aderenti alla definizione.
L’acquirente si era rivolto alla Cassazione lamentando un’errata interpretazione della norma in tema di adesione. I giudici di legittimità, confermando la sentenza di appello, hanno fornito un interessante chiarimento sul punto. Innanzitutto, la Cassazione ha precisato che il venditore che abbia pagato l’imposta integrativa di registro a seguito di concordato fiscale concluso con l’amministrazione, senza coinvolgere nel procedimento di accertamento con adesione l’acquirente, non ha azione di regresso verso quest’ultimo.
L’azione di regresso spetta al coobbligato solidale che ha pagato, solo qualora il creditore (ossia l’amministrazione finanziaria) abbia liberamente scelto di rivolgersi all’uno invece che all’altro obbligato solidale. Non spetta, invece, quando il coobbligato, concludendo un accordo con l’amministrazione abbia assunto esclusivamente in proprio l’obbligo di pagare senza coinvolgere nel procedimento di accertamento con adesione gli altri coobbligati.
Il “concordato” tributario cui ha aderito solo uno dei contribuenti non è opponibile a chi non ha partecipato all’accordo.
La norma sull’adesione stabilisce che al perfezionamento anche da parte di uno solo degli obbligati consegue la perdita di efficacia degli avvisi di accertamento relativi alla pretesa tributaria.
Ne consegue così che sotto un profilo processuale, un accertamento già definito da altri coobbligati non può essere impugnato, poiché non si ravvisa alcun interesse ad agire nemmeno da chi non ha partecipato all’accordo.
Manca, infatti, la sussistenza di un pregiudizio atteso che l’adempimento di uno libera tutti gli altri.
La decisione appare interessante poiché sembra palesare l’unitarietà che deve caratterizzare questi procedimenti, nonostante non esista alcun obbligo di litisconsorzio.
La giurisprudenza di legittimità ha affermato che l’eventualità che il tributo possa risultare non dovuto (in tutto o in parte) all’esito del giudizio proposto da uno solo dei coobbligati non comporta di per sé effetto nei confronti degli altri, salva la facoltà di questi di giovarsi del giudicato favorevole in ipotesi ottenuto.
Inoltre, da quanto emerge dalla decisione anche sotto un profilo squisitamente civilistico conviene che le parti si accordino preventivamente: è stato infatti precisato che il coobbligato che definisce in adesione senza coinvolgere gli altri obbligati nel procedimento, non ha titolo di rivalsa delle somme pagate.

Dal Sole 24 ore del 23 agosto 2017

Pagamenti. In Gazzetta il decreto dell’Economia che autorizza nel 2017 le compensazioni per imprese e professionisti. Sono ammessi i debiti affidati alla riscossione entro il 31 dicembre 2016.

Via libera anche per il 2017 alle compensazioni, da parte delle imprese e dei professionisti, dei debiti delle cartelle esattoriali con gli eventuali crediti vantati verso la Pubblica amministrazione. È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 agosto 2017 n. 194, infatti, l’atteso decreto del Mef del 9 agosto 2017, che dà attuazione alla proroga per il 2017 (articolo 9-quater del Dl 24 aprile 2017 n. 50) dell’agevolazione dell’articolo 12, comma 7-bis, del Dl 23 dicembre 2013, n. 145 e della normativa generale dell’articolo 28-quater del Dpr 600/73. Quest’ultima, a differenza della prima, sarebbe a regime, ma i vari decreti attuativi hanno sempre posto un limite temporale alle cartelle esattoriali compensabili (per il 2017, ad esempio, si parla di carichi affidati agli agenti della riscossione entro il 31 dicembre 2016), senza prevedere una regola generale, applicabile automaticamente a tutti gli anni.
Da lunedì 21 agosto 2017, quindi, le imprese e i lavoratori autonomi possono compensare i debiti delle cartelle esattoriali, relative ai carichi affidati agli agenti della riscossione entro il 31 dicembre 2016 (nelle precedenti proroghe si parlava di cartelle esattoriali notificate entro una specifica data), con i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, per somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali, maturati nei confronti delle amministrazioni pubbliche (di cui all’articolo 1, comma 2, del Dlgs 30 marzo 2001 n. 165) e certificati secondo le modalità previste dai decreti del ministro dell’Economia e delle finanze 22 maggio 2012 e 25 giugno 2012, a patto che la somma iscritta a ruolo sia inferiore o pari al credito vantato. Quindi, a differenza della regola generale dell’articolo 28-quater del Dpr 600/73, quella dell’articolo 12, comma 7-bis, del decreto legge 23 dicembre 2013 n. 145, prevede che la compensazione sia ammessa solo se con il credito verso la Pa si pagherà interamente quanto dovuto.
Per effettuare questa compensazione, il contribuente-creditore deve richiedere all’ente debitore, tramite un’apposita istanza, la certificazione del credito, relativamente al suo ammontare, il quale deve essere certo, liquido ed esigibile (articolo 9, comma 3-bis, del decreto legge 29 novembre 2008 n. 185). L’istanza, allegata al decreto 25 giugno 2012, va presentata, utilizzando la Piattaforma dei crediti commerciali (Pcc), disponibile sul sito crediticommerciali.mef.gov.it.
L’ente debitore deve rispondere alla richiesta di certificazione del credito, entro 30 giorni dalla data di ricezione dell’istanza. Il contribuente-creditore, poi, deve presentare l’originale della certificazione all’agente della riscossione, il quale, dopo aver verificato la validità della stessa, dispone la compensazione, aggiornando la Piattaforma dei crediti commerciali (Pcc). L’agente della riscossione deve annotare l’importo del credito utilizzato in compensazione per il pagamento delle somme iscritto a ruolo sulla copia della certificazione rilasciata al contribuente-creditore. Il credito residuo, poi, potrà essere utilizzato, se la copia della certificazione è accompagnata dall’attestazione di avvenuta compensazione.