Da Quotidiano Enti locali del 29 settembre 2017

Le aziende speciali che detengono partecipazioni in società devono adottare il provvedimento di ricognizione previsto dal Dlgs 175/2016 e devono dar corso agli adempimenti correlati.

L’obbligo di razionalizzazione
Il network delle aziende speciali sociali ha chiarito che l’obbligo previsto dall’articolo 24 del testo unico riguarda anche questi organismi, in quanto espressamente individuati tra i soggetti di area pubblica tenuti alla ricognizione e all’eventuale razionalizzazione.
L’articolo 2, comma 1 del Dlgs 175/2016 individua infatti nel novero delle amministrazioni pubbliche le aziende speciali, sia che siano considerate enti pubblici non economici (in quanto comprese nell’elenco dell’articolo 1, comma 2 del Dlgs 165/2001, espressamente richiamato nella norma del Tusp) sia che rientrino tra gli enti pubblici economici (esplicitamente individuati nell’elenco della lettera a) del comma 1 dell’articolo 2 del Dlgs n. 175). La disposizione comporta quindi per le aziende speciali (indipendentemente dalla loro finalizzazione) lo sviluppo del processo di verifica delle proprie partecipazioni societarie e l’elaborazione di un piano di razionalizzazione distinto da quello dell’ente locale controllante.

I problemi nella definizione del percorso
Proprio il rapporto tra le amministrazioni locali e le aziende ha determinato in alcuni contesti alcuni problemi nella definizione del percorso, poiché la lettera g) del comma 1 dell’articolo 2 del Dlgs 175/2016 stabilisce che si considera partecipazione indiretta la partecipazione in una società detenuta da un’amministrazione pubblica per il tramite di società o altri organismi soggetti a controllo da parte della medesima amministrazione pubblica. Proprio questa norma crea un paradosso, poiché le aziende speciali (in genere sottoposte al controllo di uno o più enti locali) sarebbero annoverabili da un lato tra i soggetti direttamente interessati dall’obbligo normativo e dall’altro tra gli organismi controllati, tanto che in tal caso le società da essi partecipate si dovrebbero annoverare tra le partecipazioni indirette.
La posizione espressa dal network delle aziende speciali sociali risulta coerente con l’impianto generale del testo unico, che fa esplicito riferimento, nella combinazione tra l’articolo 1 e le definizioni dell’articolo 2, ad un concetto esteso di amministrazioni pubbliche.
Per gli enti locali controllanti le aziende speciali, la deliberazione approvativa della ricognizione potrà riportare la specificazione dell’autonomo adempimento dell’obbligo da parte delle stesse.

Da Quotidiano Enti locali del 28 settembre 2017

La deliberazione della Corte dei conti, sez. reg. contr. Veneto, 20 settembre 2017, n. 527/2017/PAR ha esaminato il quesito posto da un ente locale in merito alla possibilità di riconoscere indennità o emolumenti sotto qualsiasi forma ai membri del consiglio di amministrazione di un consorzio/azienda non obbligatorio, di cui all’articolo 31 del Testo unico degli enti locali, costituito tra due enti locali territoriali e una Camera di commercio (socio di minoranza) per la gestione di un’attività avente rilevanza economica e imprenditoriale (esercizio di impianti di trasporto a fune per la mobilità turistico-sportiva in area montana). La questione, in estrema sintesi, attiene all’applicabilità ad un consorzio esercente attività di rilevanza economica dell’articolo 5, comma 7, del Dl n. 78/2010, il quale stabilisce che agli amministratori di comunità montane e di unioni di comuni e comunque di forme associative di enti locali aventi per oggetto la gestione di servizi e funzioni pubbliche non possono essere attribuite retribuzioni, gettoni o indennità o emolumenti in qualsiasi forma siano essi percepiti.

Il quadro interpretativo
La delibera in esame richiama in via preliminare l’intervento nomofilattico della Corte dei conti, sezione delle Autonomie, n. 4/SEZAUT/2014/QMIG del 20 febbraio 2014, chiamata a dirimere un contrasto interpretativo sulla questione della applicazione, in vicende analoghe, dell’articolo 6, commi 2 e 3 (in quanto riferito alla “riduzione dei costi degli apparati amministrativi”) ovvero dell’articolo 5, comma 7 (collocato all’interno di una disposizione afferente alla “riduzione dei costi degli organi di governo e apparati politici”) del Dl n. 78/2010. A composizione del contrasto la sezione delle Autonomie ha ritenuto che i consorzi costituiti per l’esercizio di una o più funzioni appartengono, insieme alle Unioni, al novero delle forme di collaborazione intercomunale di carattere strutturale che danno vita ad una soggettività giuridica e, in quanto tali, destinatari di un’unica disciplina; tra le forme associative di enti locali aventi per oggetto la gestione di servizi e funzioni pubbliche ai cui amministratori, ai sensi dell’articolo 5, comma 7, del decreto 78, alle quali non possono essere attribuite retribuzioni, gettoni e indennità o emolumenti in qualsiasi forma, deve ritenersi che rientrino anche i componenti dei consigli di amministrazione dei consorzi. Secondo la sezione Autonomie, invero, le disposizioni concernenti le “economie degli organi di governo e degli apparati politici” di cui all’articolo 5, commi 6 e seguenti, del decreto legge n. 78 del 2010 sono specificamente riferite agli organi che rientrano negli apparati organizzativi dei livelli di governo locale mentre le norme dettate dall’articolo 6, commi da 1 a 3, non si riferiscono agli enti territoriali.

Il parere
In conclusione, alla luce della ricostruzione del giudice contabile, in presenza di consorzio di servizi va applicata la norma vincolistica di cui all’articolo 5, comma 7, del Dl n. 78/2010. Ne consegue la gratuità degli incarichi espletati, in applicazione della richiamata previsione normativa che persegue l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica corrente per il funzionamento di questi organismi attraverso una disciplina uniforme.

Dal Sole 24 ore del 28 settembre 2017

In caso di danno riconosciuto dall’autorità sanitaria l’imposta può essere autoridotta.

I contribuenti hanno diritto alla riduzione della tassa o della tariffa rifiuti anche se il disservizio non è responsabilità diretta del Comune.
Sulla base di questo presupposto la Cassazione, nella sentenza 22531/2017 depositata ieri, ha dato ragione al Britannique, nome storico dell’hotellerie napoletana, che è dovuto arrivare fino alla Suprema Corte per farsi riconoscere il diritto a uno “sconto” del 60% sulla Tarsu del 2008. Siamo nell’anno clou dell’emergenza rifiuti che ha invaso di sacchetti dell’immondizia il capoluogo partenopeo, senza risparmiare il centro storico e Corso Vittorio Emanuele dove si trova l’albergo, ovviamente colpito anche da un danno pesante per la propria immagine agli occhi dei turisti.
Ma il lavoro della Cassazione va ben oltre il caso specifico dell’albergo napoletano, e fissa un principio replicabile in molte situazioni. Ma per capirlo bisogna andare con ordine.
Tutto parte dalle regole sulla Tarsu, scritte all’articolo 65 del decreto legislativo 507/1993, che impone di far pagare al massimo il 40% del conto ordinario quando il servizio di raccolta si blocca oppure «è effettuato in grave violazione delle prescrizioni del regolamento». Non solo: quando la mancata raccolta determina «una situazione riconosciuta dalla competente autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente», l’utente può “auto-ridursi” la tassa oppure chiedere di riavere quanto pagato di troppo. Attenzione: questa regola ha una ricaduta attuale nella disciplina della Tari (commi 655-656 della legge 147/2013), cioè dell’ultima arrivata nel ricco panorama di acronimi delle tasse-tariffe italiane sui rifiuti, che aumenta ulteriormente lo sconto e impone di far pagare solo il 20% quando la raccolta dei rifiuti si blocca o procede a scossoni.
Fin qui le norme, ma il principio fissato dalla Cassazione nella sentenza depositata ieri va oltre, e amplia i confini dell’applicazione di un diritto dei contribuenti finora parecchio trascurato. Il Comune di Napoli aveva resistito, ottenendo l’ascolto dei giudici tributari regionali, sulla base del fatto che l’emergenza ambientale aveva portato le competenze operative nelle mani del commissario straordinario; più di una pronuncia delle commissioni tributarie, aveva confermato la Ctr Campania, escludevano «ogni responsabilità del Comune di Napoli» per i disservizi, e quindi lo sconto non era dovuto.
La Cassazione però ribalta la prospettiva, per una ragione semplice. La Tarsu (e a maggior ragione oggi la Tari) si applica per pagare un servizio, che va svolto secondo le regole: se il servizio non c’è, va riconosciuto lo sconto previsto dalla legge. La riduzione, spiega la sentenza, non è una «sanzione per l’amministrazione comunale inadempiente», ma serve a «ripristinare un tendenziale equilibrio» tra quanto si paga e i costi del servizio effettivamente reso.
In un panorama dell’igiene ambientale ricco di problemi, da Roma a molte città del Sud, una pronuncia del genere allarma ovviamente i sindaci. Lo testimonia la riflessione di Leoluca Orlando, da Palermo, secondo cui «la principale causa dei disservizi nella raccolta dei rifiuti è, in tutta Italia, l’evasione della tassa, che priva le aziende di risorse economiche fondamentali». In questo quadro, secondo Orlando, «la sentenza della Cassazione rischia di apparire un involontario invito all’evasione, innescando un pericolosissimo circolo vizioso».
Dal Sole 24 ore del 28 settembre 2017

Dopo l’«anticipo» dell’Iva il credito può non essere completamente prioritario.

Sempre più contribuenti alle prese con la gestione dei crediti Iva. È l’effetto dell’ampliamento, dal 1° luglio 2017, della platea dei contribuenti soggetti allo split payment, tra cui le società controllate direttamente o indirettamente dalla Pa centrale e locale, le società quotate inserite nell’indice Ftse Mib della Borsa italiana e i professionisti.
In sostanza, nel terzo trimestre 2017, l’ampliamento dello split payment si traduce in un incremento esponenziale di contribuenti/fornitori che si trovano in posizione creditoria verso l’erario. Per ridurre l’impatto del meccanismo dello split payment sulla liquidità aziendale, il credito Iva maturato può essere chiesto a rimborso e/o utilizzato in compensazione.
In caso di rimborso, i fornitori devono verificare se, per effetto delle operazioni in regime di scissione dei pagamenti, è soddisfatto il requisito dell’aliquota media stabilito dall’articolo 30, comma 2, lettera a), del Dpr 633/1972, ossia se l’aliquota media applicata sugli acquisti/importazioni supera l’aliquota media sulle vendite aumentata del 10%. Chi effettua operazioni in split payment è ammesso al rimborso in via prioritaria nel limite dell’Iva addebitata ad aliquota zero sulle operazioni effettuate nel periodo di riferimento. È, dunque, possibile che il rimborso erogabile in via prioritaria non coincida con l’importo chiesto a rimborso. Ne consegue che l’importo residuo rimane soggetto all’erogazione ordinaria.
Accertato il rispetto del requisito dell’aliquota media, i contribuenti possono scegliere di chiedere il rimborso Iva in sede di dichiarazione annuale o presentare istanza trimestrale con il nuovo modello TR (provvedimento delle Entrate 12040/2017), purché si superi la soglia di 2.582,28 euro.
Nel caso in cui, invece, il requisito «aliquota media» non sia soddisfatto, il contribuente può comunque chiedere il rimborso sulla base degli altri requisiti previsti dall’articolo 30 del Dpr 633/72, tuttavia il rimborso non sarà ammesso all’erogazione prioritaria.
Una volta accertato l’importo del credito recuperabile, i contribuenti dovranno fare i conti con le nuove soglie in materia di rimborso e compensazione dei crediti trimestrali.
I rimborsi entro il limite di 30mila euro possono essere erogati senza presentare alcuna garanzia. Ai fini del calcolo della soglia, il limite dei 30mila euro deve intendersi riferito alla somma delle richieste di rimborso effettuate nell’intero periodo d’imposta. Pertanto, se ad esempio viene presentata un’istanza di rimborso trimestrale per un importo di 14 mila euro e, per il medesimo periodo d’imposta, viene presentata una nuova istanza con importo chiesto a rimborso pari a ulteriori 17 mila euro, sorge l’obbligo del visto di conformità o della sottoscrizione alternativa, nonché della dichiarazione sostitutiva di atto notorio in relazione a tale ultima richiesta.
Nel caso in cui l’importo della richiesta di rimborso sia superiore a 30mila euro e non si intende prestare la garanzia (in caso di soggetto non a “rischio”), è necessario acquisire il visto di conformità/sottoscrizione dell’organo di controllo contabile.
In alternativa al rimborso, il credito Iva è compensabile in tutto o in parte tramite il modello F24 telematico entro il limite di 700mila euro per anno solare. Se si compensano più di 5mila euro, dal 24 giugno 2017 vi è l’obbligo dell’apposizione del visto di conformità anche per le compensazioni orizzontali Iva dei primi tre trimestri o, in alternativa, la sottoscrizione da parte dell’organo di controllo nell’istanza in cui emerge il credito. Il limite di 5mila euro annui va calcolato tenendo conto dei crediti trimestrali chiesti in compensazione nei trimestri precedenti. L’istanza relativa al terzo trimestre va presentata entro il prossimo 31 ottobre e il credito è compensabile dal decimo giorno successivo all’invio.

Da Quotidiano Enti locali del 27 settembre 2017

La scadenza del 30 settembre per l’approvazione del consolidato si avvicina e sono molti gli enti che – ancora alle prese con le operazioni di consolidamento e la predisposizione degli atti correlati – sperano che venga accolta la richiesta di proroga al 31 ottobre avanzata dall’Anci. Ma come si devono comportare gli enti che, a seguito della definizione del perimetro, risultano non avere enti e società da consolidare? È sufficiente la delibera di Giunta di approvazione del Gruppo amministrazione pubblica (Gap) e del perimetro oppure è necessario un atto del Consiglio comunale?

Enti con un perimetro “negativo”
Sappiamo che in fase di prima applicazione del principio contabile all. 4/4 al Dlgs n. 118/2011 è frequente il caso in cui un ente o una società, controllata o partecipata, sfugga all’obbligo di consolidamento e che pertanto l’ente, alla fine del percorso di analisi, accerti di non dover approvare il consolidato. Ciò accade, ad esempio, perché la società non è a totale partecipazione pubblica o non è titolare di affidamenti diretti di servizi pubblici locali, ovvero perché è irrilevante. In tali circostanze la delibera di giunta, al termine di una fase istruttoria obbligatoria, approverà i due elenchi (elenco Gruppo amministrazione pubblica (Gap) ed elenco perimetro di consolidamento) e dichiarerà che non vi sono soggetti inclusi nel perimetro.
Non è banale chiedersi se ciò possa ritenersi sufficiente per considerarsi “in regola”, alla luce delle sanzioni previste a carico degli enti inadempienti (“solo” il blocco delle assunzioni ex l’articolo 9, comma 1-quinquies, del Dl n. 113/2016, convertito dalla legge n. 160/2016, ma non anche lo scioglimento del consiglio comunale). Il punto 3.1 del principio contabile all. 4/4 pone in realtà a carico dell’organo consigliare una formale presa d’atto. Esso infatti dispone che: «Nel caso in cui non risultino enti o società controllate o partecipate oggetto di consolidamento, la delibera di approvazione del rendiconto dichiara formalmente che l’ente non ha enti o società, controllate o partecipate, che, nel rispetto del principio applicato del bilancio consolidato, sono oggetto di consolidamento e che, conseguentemente, non procede all’approvazione del bilancio consolidato relativo all’esercizio precedente. Di tale dichiarazione è data evidenza distinta rispetto al rendiconto secondo le modalità previste per la pubblicazione dei bilanci e dei rendiconti».
Quindi, in tutti i casi di assenza di obbligo di consolidamento viene posto a carico dell’ente un doppio adempimento:
• il consiglio comunale, con l’approvazione del rendiconto, deve dichiarare formalmente l’assenza di enti e società da consolidare. La competenza del consiglio appare ineludibile in quanto organo competente, in base all’articolo 42 del Tuel, ad approvare bilanci e rendiconti e quindi, a dichiarare l’assenza di un obbligo riconducibile a tali materie;
• l’ente deve dare separata notizia di tale circostanza – distinta dal rendiconto – su Amministrazione trasparente, nella sezione bilanci. L’onere di pubblicità è funzionale a rendere effettiva l’azione di controllo sia da parte degli organi preposti che da parte dei cittadini, in quanto consente di ricondurre la mancata approvazione del consolidato non a una inerzia dell’ente quanto a una assenza dell’obbligo.
Nel caso in cui nulla sia stato detto in sede di rendiconto, si ritiene necessario procedere ora, in vista della scadenza del termine per l’approvazione del consolidato, in quanto ciò porrà al riparo l’ente da eventuali obiezioni o richieste di chiarimenti sia da parte della Corte dei conti che del Ministero.
Si consiglia, a tal fine, di adottare una specifica delibera in tal senso che faciliti la tracciabilità dell’atto nel tempo, anche se nulla vieta che una tale dichiarazione venga inserita nella delibera consigliare di approvazione del piano straordinario di razionalizzazione delle partecipate, il cui obbligo è strettamente correlato a quello del consolidato, come evidenziato dalla stessa Corte dei conti – Sezione Autonomie (delibera n. 19/SEZAUT/2017).
Riteniamo che sulla delibera consigliare che accerta la mancanza dell’obbligo di approvare il rendiconto debba essere acquisito il parere dell’organo di revisione. A tale organo, infatti, è demandata non solo la verifica della corretta predisposizione del bilancio consolidato e il riscontro delle poste in esso inserite, ma anche la verifica della corretta individuazione del perimetro di consolidamento, come emerge dallo schema Ancrel di relazione al bilancio consolidato 2016.

Le sanzioni
Occorre inoltre chiarire il rapporto tra la delibera consigliare che dichiara l’assenza di enti e società da consolidare e il divieto di procedere ad assunzioni per gli enti che non approvano il consolidato entro il 30 settembre ovvero non trasmettono i dati alla Bdap entro il 30 ottobre. Ovvero: se l’ente non tenuto ad approvare il consolidato non delibera formalmente tale circostanza o la delibera dopo il 30 settembre, incorre nel blocco assunzionale? Riteniamo a tale proposito che la delibera di consiglio assuma il valore di atto di natura dichiarativa e non costitutiva dell’assenza dell’obbligo e come tale, anche se approvata in ritardo, non possano essere applicate le sanzioni previste dall’articolo 9 del Dl n. 113/2016. Tuttavia, in assenza di prese di posizione ufficiali, è consigliabile che gli enti provvedano quanto prima.
Rimane infine da chiedersi se le sanzioni siano applicabili a quegli enti che hanno erroneamente rilevato un perimetro negativo e che, quindi, di fatto, non hanno rispettato l’obbligo di consolidare. Riteniamo che in questo caso le sanzioni non possano essere applicate, in assenza di una rilevazione formale che accerti l’errata definizione del perimetro e, conseguentemente, la mancata approvazione del bilancio consolidato.

Enti sotto i 5mila abitanti
Nessun adempimento invece è posto a carico degli enti locali con popolazione inferiore a 5mila abitanti, i quali hanno l’obbligo di approvare il bilancio consolidato a partire dall’esercizio 2017 (con prima scadenza 30 settembre 2018).

Dal Sole 24 ore del 26 settembre 2017

Finisce la stagione degli appalti senza gara, affidati al buio alle centinaia di società controllate da ministeri ed enti locali. E partono le verifiche dell’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone che, dal 30 ottobre, punterà tutti i suoi radar sul mondo dell’in house. È la conseguenza pratica del varo della versione aggiornata della linea guida 7 dell’Anac: il testo, approvato la scorsa settimana dal Consiglio dell’Authority, sta per essere pubblicato. E, da quel momento, scatterà il conto alla rovescia per la nascita del nuovo albo, al quale dovranno iscriversi tutte le società che ricevono affidamenti senza gara.
Il provvedimento punta a obbligare anche chi intende procedere ad assegnare appalti tramite affidamenti in house a iscriversi a un elenco tenuto dall’Anticorruzione. «Queste linee guida – spiega il consigliere Anac, Michele Corradino – hanno il pregio di cristallizzare gli orientamenti giurisprudenziali più importanti, dando certezza al sistema e fissando tutti i criteri che consentono di stabilire quando ci può essere affidamento in house e quando, invece, bisogna andare in gara». L’effetto sarà duplice, come dice ancora Corradino: «Verrà ridotto il rischio di impugnativa ma sarà anche contrastata l’opacità di alcuni affidamenti». Chi non fa domanda o non supera l’esame sui requisiti per l’iscrizione (ad esempio, l’80% del fatturato della società deve arrivare dalla Pa) perde il diritto di ricevere e assegnare appalti in house.
Il procedimento per l’iscrizione avrà una durata ordinaria di 90 giorni. Per poter affidare appalti senza gara non bisognerà attendere, però, il via libera dell’Anac. La domanda di iscrizione, da effettuare via web direttamente sul sito dell’Autorità, consente di per sé di procedere, fatti salvi i successivi controlli. Per gli appalti in corso l’Anac, in caso di irregolarità, potrà far scattare il potere di emanare un parere motivato, chiedendo alla stazione appaltante di adeguarsi. Proprio questa è una delle novità più rilevanti della versione definitiva. Non c’è più il potere di raccomandazione vincolante, riformato dal Governo per allinearsi alle indicazioni del Consiglio di Stato. Da sottolineare che, in caso di domanda respinta, non ci sarà come effetto la revoca automatica degli appalti in essere.
Soprattutto, però, viene chiarito il momento di entrata in vigore del nuovo sistema. Superati tutti i periodi cuscinetto, a partire dal 30 ottobre amministrazioni e società controllate dovranno presentare la domanda di iscrizione nell’elenco. Chi fornisce informazioni scorrette o non risponde si espone al rischio di multe fino a un massimo di 50mila euro. Fino al 30 ottobre i soggetti che operano tramite affidamenti in house «possono continuare» a effettuarli «sotto la propria responsabilità».

Dal Sole 24 ore del 26 settembre 2017

Cassazione. Le condizioni che consentono di sanare il mancato deposito della ricevuta di spedizione.

Il mancato deposito della ricevuta di spedizione dell’appello può essere sanato con l’avviso di ricezione solo se la data è asseverata dall’ufficio postale. Occorre poi che il destinatario dell’appello abbia ricevuto il plico prima del termine per l’impugnazione. A confermare questa interpretazione è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 22243 depositata ieri che ha applicato, in senso favorevole al contribuente, la recente pronuncia delle Sezioni unite in materia.
Ecco i fatti. L’Agenzia notificava per posta un appello avverso una decisione della Ctp. Il contribuente chiedeva l’inammissibilità dell’impugnazione, dato che non era stata depositata la ricevuta di spedizione, ma solo quella di ritorno. La Ctr confermava l’inammissibilità dell’appello e l’ufficio ricorreva.
La Cassazione ha ricordato che recentemente le sezioni unite (sentenza n. 13452/2017) si sono pronunciate. L’articolo 53 del decreto legislativo 546/92, che disciplina le regole per proporre appello attraverso il servizio postale prevede che occorre depositare, a pena di inammissibilità, entro 30 giorni dalla notifica dell’atto, la fotocopia della ricevuta di spedizione della raccomandata. Nella prassi si verificava di frequente, soprattutto quando l’impugnazione era dell’Agenzia, che la ricevuta non venisse depositata con la conseguenza, che stando al tenore testuale della norma, l’appello doveva ritenersi inammissibile. La giurisprudenza di legittimità aveva formato due orientamenti. Le Sezioni unite hanno precisato che il termine di 30 giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente (o appellante) che si avvalga del servizio postale universale, decorre non dalla data della spedizione del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario. Non costituisce, poi, motivo di inammissibilità dell’appello il deposito in commissione dell’avviso di ricevimento in luogo della ricevuta di spedizione, a condizione che la data di spedizione sia “asseverata” dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica o timbro datario. Nell’ipotesi in cui la data è riportata manualmente o dattiloscritta ma non asseverata, la prova del giorno di spedizione per la tempestività della notifica dell’appello può essere superata solo se la ricezione del plico è avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione.
I giudici di legittimità in applicazione dei principi delle Sezioni unite, hanno rilevato che in atti era stato depositato, nel termine di 30 giorni, l’avviso di ricevimento privo di una data asseverata. Il documento non era idoneo ad assolvere la funzione probatoria richiesta. In ogni caso, poi, il vizio non poteva ritenersi sanato perché la data di ricezione del plico da parte del contribuente era successiva al termine lungo per impugnare.

Dal Sole 24 ore del 25 settembre 2017

Abuso del diritto. La Ctr Sicilia condanna l’ex amministratore a saldare l’intero importo contestato dal Fisco.

La liquidazione e la cancellazione di una società – se eseguite con il formale rispetto delle norme, ma con un disegno diretto a eludere le obbligazioni tributarie – possono far scattare la piena responsabilità dell’ex socio e amministratore, riconosciuto responsabile di abuso del diritto. È quanto avvenuto nella fattispecie decisa dalla Ctr di Palermo, sezione di Caltanissetta, con la sentenza 185/21/2017 (presidente Gennaro, relatore Palermo), che ha ravvisato un’ipotesi di abuso del diritto nel progressivo svuotamento economico di una Srl, fino alla sua cancellazione, con l’intento di «sottrarre la società ai suo obblighi tributari». Nell’arco di quattro anni, successivi a una verifica della Guardia di finanza, e in pendenza di diversi processi tributari decisi a favore del Fisco in primo grado, la Srl è passata da un attivo di 2 milioni a poco più 500 euro.
In applicazione dell’articolo 37-bis del Dpr 600/1973, che tra le singole ipotesi di abuso indicava anche la liquidazione volontaria della società (norma ora superata dalla più ampia previsione dell’articolo 10-bis dello Statuto del Contribuente), la Ctr ha confermato la legittimità dell’avviso di accertamento notificato nei confronti del socio di maggioranza per il 66% della Srl, in quanto autore – tramite atti di amministrazione straordinaria – del progressivo impoverimento patrimoniale, poi sfociato nella liquidazione, cancellazione ed estinzione della società. Ampliando la responsabilità dell’amministratore all’intero pagamento delle imposte dovute, rispetto alle ipotesi dell’articolo 36 del Dpr 602/1973 e dell’articolo 2495, comma 2, del Codice civile (che limitano la responsabilità di liquidatori, amministratori e soci alle somme riscosse nel corso dei due anni precedenti o in base al bilancio finale di liquidazione).
La sorte dei debiti sociali e fiscali a seguito dell’estinzione della società è stata oggetto di numerosi approfondimenti giurisprudenziali, sin dalle pronunce a Sezioni unite 4060 e 4061 del 2010. Venuto meno il soggetto societario, si instaura un fenomeno “successorio” a carico dei soci, limitatamente alle somme riscosse in base al bilancio finale di liquidazione (articolo 2495, comma 2, già citato) per le società di capitali, o illimitatamente per le società di persone (per una efficace sintesi, su veda la Cassazione 20024 dell’11 agosto scorso). Responsabilità che, però, non di rado è evaporata a fronte di delicati meccanismi processuali sfociati con pronunce di inammissibilità delle azioni svolte nei confronti di società medio tempore estinte, con ciò vanificando ogni sforzo di recupero di crediti erariali. Da qui l’articolo 28 del Dlgs 175/2014, secondo cui l’estinzione della società – solo nei confronti del Fisco o degli enti che riscuotono i contributi – ha effetto «trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione» dal Registro delle imprese. Norma assai contestata in dottrina, che la Cassazione ha ritenuto, da un lato, non retroattiva e, dall’altro, riferibile anche alle società di persone. Peraltro, anche una volta garantita la continuità del processo nei confronti della società estinta, non è detto che il Fisco non si trovi davanti a “scatole vuote”, che rendono inefficace l’azione di recupero, o a soci che riescono a limitare la propria responsabilità a quanto risultano aver effettivamente riscosso. L’aspetto peculiare della sentenza in esame sta proprio nel tentativo di rimediare a questi inconvenienti, laddove le risultanze processuali evidenzino il preordinato e progressivo svuotamento della società in danno dell’Erario, mediante la contestazione dell’abuso del diritto e la notifica dell’intero importo dell’accertamento a carico degli amministratori.

Dal Sole 24 ore del 25 settembre 2017

Società non operative. Più tempo per l’istanza dopo la riforma. Società di comodo, l’interpello sfrutta la dichiarazione tardiva

La proroga del termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi si riflette anche sull’interpello per le società di comodo. Se non si vuole finire fuori tempo massimo, però, bisogna attivarsi per tempo con l’istanza e poi sfruttare la chance della dichiarazione tardiva. Vediamo come si arriva a questa conclusione.
Occorre innanzitutto ricordare che – per effetto della riformulazione dell’articolo 30, comma 4-bis, della legge 724/1994 – la possibilità di disapplicare la disciplina sulle società di comodo sulla base di un’autovalutazione non passa più attraverso la presentazione obbligatoria di un interpello disapplicativo (vigente sotto il vecchio articolo 37-bis, comma 8, del Dpr 600/73).
L’interpello assume ora natura facoltativa e si colloca tra quelli probatori indicati dall’articolo 11, comma 1, lettera b) dello Statuto del contribuente (legge 212/2000). Pertanto, mentre in passato, in assenza di cause di disapplicazione o esclusione, l’unico modo per uscire dalla disciplina era quello di presentare istanza di interpello, allo stato attuale le società che non sono in grado di superare il test di operatività – qualora ritengano sussistenti le condizioni oggettive che hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi presunti – potranno disapplicare in via autonoma la relativa disciplina.
Questa possibilità, però, può concretizzarsi solo all’interno della dichiarazione dei redditi (articolo 30 comma 4-quater). Per tale motivo, il quadro RS (righi RS116 del modello Redditi SC e RS11 del modello Redditi SP 2017) prevede la barratura della casella «Imposta sul reddito-società non operativa» (analoghe possibilità sono previste nei modelli Irap ed Iva). La casella deve essere compilata con il codice 1 in caso di accoglimento dell’istanza di interpello, con il codice 2 in caso di non presentazione dell’istanza di interpello e con il codice 3 in caso di presentazione dell’istanza di interpello in assenza di risposta positiva.
Delineiamo ora le strade attualmente percorribili.
Disapplicazione autonoma
La società non presenta l’interpello e indica nel quadro RS il codice 2. In questo caso è comunque opportuno predisporre la documentazione utile a dimostrare la sussistenza delle cause oggettive che hanno impedito il conseguimento dei ricavi presunti. Tale documentazione, infatti, sarà oggetto di richiesta da parte dell’agenzia delle Entrate in caso di controllo.
È importante ricordare che la mancata indicazione del codice 2, così come del codice 3, è punita con la sanzione amministrativa da 2mila a 21mila euro (articolo 8 comma 3-quinquies del Dlgs 471/1997).
Istanza di interpello
L’interpello deve essere preventivo a pena di inammissibilità. Con la normativa previgente, alla data odierna, questa possibilità sarebbe già stata preclusa: il regime preventivo era rispettato solo se l’istanza era stata presentata in tempo utile per ottenere la risposta dell’Agenzia prima della scadenza del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi. Attualmente, invece, è sufficiente che le istanze siano presentate prima della scadenza dei termini ordinari della dichiarazione dei redditi, a nulla rilevando i tempi di risposta del Fisco (articolo 2, comma 2, del Dlgs 156/2015).
La norma fissa in 120 giorni (anziché in 90) il termine entro il quale l’Agenzia deve fornire una risposta, fatto salvo il principio del silenzio-assenso. Ad oggi, quindi, le società possono ancora decidere di presentare istanza di interpello dato che, alla luce della proroga della presentazione dei modelli dichiarativi reddituali, il termine ultimo è ora fissato al 31 ottobre 2017. Tuttavia è evidente che tale opzione appare comunque tardiva per recepire la risposta nella dichiarazione dei redditi 2017.
Considerato che i righi RS 116 e RS11 non prevedono altre soluzioni, per evitare questa situazione l’unica strada sembrerebbe, ove possibile, quella di sfruttare il maggior termine previsto per la dichiarazione tardiva e, quindi:
– presentare l’interpello entro il 30 settembre;
– attendere la risposta dell’agenzia delle Entrate entro il 29 gennaio 2018 (120 giorni);
– presentare la dichiarazione dei redditi tardiva entro il 29 gennaio 2018 (90 giorni) prendendo atto della risposta dell’ufficio e, quindi, indicando nel quadro RS il codice 1 in caso di accoglimento dell’istanza di interpello o il codice 3 in caso di risposta negativa se si reputano comunque sussistenti le condizioni.

 

Dal Sole 24 ore del 23 settembre 2017

Controlli. Avviato l’addio graduale agli studi di settore: ok a 70 nuovi indici di affidabilità – Meno accertamenti per chi è in regola. Dai negozi di mobili agli avvocati ai ristoranti: svolta per 1,4 milioni di contribuenti.

Nuovo tassello nel puzzle Isa. Con comunicato stampa di ieri sono stati resi noti dall’agenzia delle Entrate i primi 70 Isa (Indici sintetici di affidabilità) che andranno a sostituire, in modo graduale, gli studi di settore nelle dichiarazioni dei redditi del prossimo anno. Il provvedimento del direttore dell’Agenzia di ieri identifica le attività economiche per le quali saranno elaborati gli Isa; gli indici veri e propri, che devono ancora essere elaborati, potranno essere applicati per le citate attività economiche, a seguito di approvazione con decreto del Mef, a decorrere già dal periodo d’imposta 2017.
Gli interessati
In particolare, 29 indici saranno elaborati per il settore del commercio; tra le attività interessate vi sono quelle del commercio al dettaglio in esercizi non specializzati di computer, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni, elettronica di consumo audio e video, elettrodomestici, articoli sportivi, giochi e commercio all’ingrosso di mobili. Saranno 17 gli indici per il comparto dei servizi, tra cui carrozzieri e meccanici, parrucchieri e barbieri, riparazione autoveicoli, motocicli e ciclomotori, ma anche intermediari immobiliari, ristorazione e villaggi turistici. Per il comparto manifatture, invece, gli indici individuati sono 15 e riguardano, tra gli altri, la fabbricazione di articoli da viaggio, borse, la fabbricazione, lavorazione e trasformazione del vetro, calzature, prodotti in gomma.
Infine, per i professionisti i nuovi Isa riguardano 9 diverse attività di lavoro autonomo, tra le quali quelle dei disegnatori grafici, dei geometri e degli studi legali. Andando a scorrere le attività che potranno accedere ai benefici premiali previsti, circa 168mila sono intermediari del commercio (12% della platea), quasi 145mila avvocati (10%), oltre 129mila installatori di impianti (9%). Tra le macro categorie più numerose subito interessate dai nuovi Isa ci sono anche i ristoranti, circa 95mila (7%) e i parrucchieri, circa 74mila (5%). In tutto, la platea sfiora il milione e mezzo di contribuenti (1.421.122).
I nuovi indici
Gli Isa sono stati introdotti in sostituzione di parametri e studi di settore al fine di dare vita a un nuovo rapporto tra contribuenti e fisco, che dovrebbe consentire a imprese e professionisti di verificare, con maggiore trasparenza, la correttezza della loro condotta. Gli indici non nascono come strumenti di accertamento fiscale diretto, ma come elemento di compliance per favorire «l’emersione spontanea delle basi imponibili e stimolare l’assolvimento degli obblighi tributari da parte dei contribuenti».
Si basano su un insieme di indicatori elementari di affidabilità e anomalia e consentono di misurare, su scala da 1 a 10, l’attendibilità del percorso fiscale del contribuente. In particolare, gli indicatori elementari valutano la credibilità di relazioni e rapporti tra grandezze di natura contabile strutturale, tipici del settore e del modello organizzativo, mentre quelli elementari di anomalia stimano incongruenze e situazioni di normalità e coerenza del profilo contabile e gestionale che presentano carattere atipico rispetto al settore e al modello organizzativo cui sono riferiti. Solo la verifica sul campo dell’operatività degli Isa consentirà però di verificare quanto sarà effettiva la differenza rispetto agli studi di settore e quanto saranno efficaci rispetto agli obiettivi mirati.
I vantaggi
Nelle intenzioni i contribuenti che si posizionano sui gradini più alti della scala potranno fruire di alcuni benefici, quali: l’esonero dall’apposizione dei visti di conformità per la compensazione di crediti o rimborsi Iva per importi non superiori a 50mila euro; l’esclusione dall’applicazione della disciplina delle società non operative; l’esclusione dagli accertamenti basati su presunzioni semplici nonché dalla determinazione sintetica del reddito (a condizione che il reddito complessivo accertabile non ecceda di due terzi quello dichiarato); l’anticipazione di almeno un anno dei termini di decadenza per l’attività di accertamento da parte degli uffici amministrativi.