Da Quotidiano Enti locali del 24 ottobre 2017

Nell’ambito del pubblico impiego lo svolgimento di mansioni superiori non dà diritto a ottenere il corrispondente inquadramento. Di conseguenza è nulla la conciliazione tra Pa e dipendente che preveda tale riconoscimento. Come dice la Corte di cassazione con la sentenza n. 25018/2017 depositata ieri, nonostante la privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, non scatta il diritto all’inquadramento superiore sia perché ciò determina esborso di risorse erariali sia perché nella pubblica amministrazione vige come regola aurea quella della procedura concorsuale per ricoprire le posizioni lavorative.

Autotutela non esercitabile
L’Office regional du tourisme di Cogne aveva annullato in autotutela i verbali di conciliazione che riconoscevano ad alcuni lavoratori l’inquadramento superiore a partire dal 1° gennaio 2017. Tribunale e Corte d’appello avevano accolto il ricorso dei dipendenti interessati al salto di carriera, sul presupposto che l’autotutela non si può esercitare quando la Pa è in posizione di parte contrattuale, ma solo quando esercita il proprio potere amministrativo. La Cassazione nel dar torto ai giudici di merito precisa che questi avrebbero comunque dovuto riconoscere la nullità dell’accordo conciliativo intercorso tra la preesistente Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Cogne e i dipendenti cui erano state affidate mansioni superiori. Infatti, tali accordi violano le norme imperative che governano il pubblico impiego e non sono previsti dalle norme dei contratti collettivi di lavoro.

Rilevanza della nullità
Dunque, secondo la Cassazione, la gestione ormai privatistica del rapporto di lavoro pubblico non consente però alle pubbliche amministrazioni di sorvolare sull’applicazione di norme imperative. Anzi, in tali situazioni, la Pa al pari del datore di lavoro privato non fa che prendere atto della nullità di un accordo negoziale cui legittimamente non dà seguito non adempiendo alla prestazione contra legem. Quindi il vero thema decidendum in tal caso non è se la Pa poteva annullare degli atti negoziali seppure nulli. Potere che non ha. Ma andava semplicemente indagata e affermata la nullità di tali accordi per violazione del testo unico del pubblico impiego, cioè l’articolo 52 del Dlgs 165/2001, dove si afferma che l’esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore o dell’assegnazione di incarichi di direzione.

Le mansioni superiori nella Pa
Quindi nella Pa il datore non può attribuire inquadramenti in violazione del contratto collettivo e del testo unico che pone al centro delle assunzioni nella Pa la procedura concorsuale. È quindi nullo qualsiasi atto in deroga anche in melius. Cosicché il dipendente pubblico che di fatto abbia svolto mansioni di qualifica superiore ha diritto a vedersi riconoscere la differenza retributiva per il periodo corrispondente a quello in cui ha rivestito il diverso ruolo. Non a caso il Legislatore, come confermato dalla giurisprudenza di legittimità, ha previsto anche la responsabilità personale del dirigente che abbia dato causa ai maggiori esborsi in maniera colpevole o dolosa.

Dal Sole 24 ore del 24 ottobre 2017

Cattive notizie per i contribuenti e per i debitori dell’agente della riscossione: una norma interpretativa nella bozza di legge di bilancio prevede che, in presenza di cartelle non contestate, il termine di prescrizione per il recupero sia sempre di 10 anni.
Sino alla fine del 2016, era insorto un contrasto in seno alla Cassazione in ordine al termine di prescrizione per recuperare crediti da cartelle di pagamento non contestate. Secondo un primo orientamento, la cartella non opposta, avendo natura di titolo esecutivo, avrebbe dovuto trattarsi alla pari della sentenza. Di conseguenza, la scadenza per attivare le azioni di riscossione coattiva avrebbe dovuto sempre individuarsi in dieci anni. In forza di un altro orientamento, invece, la cartella non contestata non potrebbe mai avere la medesima efficacia delle sentenze. Ne deriva che i termini di prescrizione vanno individuati a seconda della natura dell’entrata. Così, se si tratta di contributi previdenziali il termine è di cinque anni, per il bollo auto la prescrizione è triennale, per la tassa rifiuti la scadenza è quinquennale e così via. Tale contrasto è stato composto dalle Sezioni Unite con la sentenza 23395/16 che ha aderito al secondo orientamento.
Con la modifica proposta dal governo si intende invece vanificare gli effetti delle pronuncia delle Sezioni unite, dichiarando l’applicazione del termine lungo decennale, con effetti retroattivi. In sostanza, in tutti i casi di cartelle di pagamento o di ingiunzioni comunali non contestate, le azioni di recupero potranno essere iniziate entro 10 anni, a prescindere dalla natura del credito azionato. Si tratta dunque di una novità che metterebbe in fuorigioco i contribuenti, incidendo sugli esiti di controversie che si stavano invece indirizzando a loro favore.

Da Quotidiano Enti locali del 20 ottobre 2017

Viene meno l’obbligo di allegare alle variazioni di bilancio il prospetto dimostrativo del rispetto dei vincoli di finanza pubblica. Il testo della manovra per il 2018 prevede, infatti, la soppressione dell’ultimo periodo del comma 468 dell’articolo 1 della legge 232/2016, che disciplina il predetto vincolo.
Gli enti locali, al fine di garantire il rispetto dell’obiettivo di finanza pubblica, nella fase di previsione, sono tenuti ad allegare al bilancio un prospetto dimostrativo, previsto nell’allegato 9 del Dlgs 118/2011, vigente alla data dell’approvazione di tale documento contabile.
La normativa che si va a sopprimere, prevede ora l’onere di allegare questo prospetto anche alle delibere di variazione approvate dal consiglio e agli atti demandati alla giunta o al responsabile del servizio finanziario, con i quali si modificano i saldi rilevanti per gli obiettivi di finanza pubblica.

Un obbligo dalle alterne vicende
Il tema ha subito vicende tormentate. Da ultimo con l’articolo 26 del Dl 50/2017 si è aggiunto, ai casi già previsti dalla legge di bilancio 2017, quello relativo alle variazioni di bilancio disposte dal dirigente (non in esercizio provvisorio) riguardanti l’utilizzo della quota vincolata del risultato di amministrazione derivante da stanziamenti dell’esercizio precedente corrispondenti a entrate vincolate.
La norma vigente prima del Dl 50/2017 rendeva necessario approvare il prospetto dei vincoli di finanza pubblica, oltre che con le variazioni di bilancio approvate dal consiglio, anche con le variazioni di riaccertamento ordinario e con quelle di esigibilità di competenza del responsabile riguardanti il Fpv e le uscite correlate, se riferite alle spese finanziate da debito. Il prospetto deve essere presentato, inoltre, nei casi di variazioni relative a operazioni di indebitamento già autorizzate e perfezionate, contabilizzate secondo l’andamento della correlata uscita.
Se la semplificazione sarà confermata nel testo definitivo, dal 2018 sarà necessario allegare il prospetto dimostrativo dei vincoli di finanza pubblica solo in fase di bilancio di previsione.

Semplificazioni anche sull’invio della certificazione finale
Sempre in tema di semplificazioni, la bozza di manovra per il 2018 prevede che il ritardo nell’invio della certificazione finale fino al 30 maggio (invece del temine vigente del 30 aprile), comporta l’applicazione delle sanzioni limitatamente alle assunzioni di personale a tempo indeterminato. Occorre tuttavia che sia rispettato il pareggio di bilancio.

Da Quotidiano Enti locali del 20 ottobre 2017

Esce dai vincoli di finanza pubblica l’intero stanziamento del fondo crediti di dubbia esigibilità, anche per la parte finanziata da avanzo di amministrazione.
La novità arriva nell’articolo dedicato alla semplificazione del pareggio di bilancio inserito nella bozza della manovra di bilancio per il 2018. Il Fondo crediti di dubbia esigibilità è stanziato tra le spese di ciascun esercizio, per un ammontare determinato in considerazione delle previsioni delle entrate, della loro natura e dell’andamento del fenomeno negli ultimi cinque esercizi precedenti (la media del rapporto tra incassi e accertamenti per ciascuna tipologia di entrata). Lo stanziamento del Fcde non è oggetto di impegno e genera un’economia di bilancio che confluisce nel risultato di amministrazione come quota accantonata.

Il regime attuale
La normativa vigente prevede che ai fini del rispetto degli obiettivi di finanza pubblica gli enti territoriali, in sede di predisposizione del bilancio di previsione, escludano dalle spese finali il Fcde destinato a confluire nel risultato di amministrazione esclusivamente per la quota finanziata con entrate proprie, mentre non possono escludere la quota finanziata dall’avanzo di amministrazione. Dal prossimo anno, invece, gli enti potranno utilizzare tutto lo stanziamento dell’ Fcde, anche per la quota finanziata da avanzo di amministrazione.
In base alle disposizioni contenute nell’articolo 187, comma 2 , del Tuel gli enti possono impiegare l’eventuale quota del risultato di amministrazione “svincolata”, in occasione dell’approvazione del rendiconto (sulla base della determinazione dell’ammontare definitivo del Fcde), per finanziare lo stanziamento riguardante il fondo crediti di dubbia esigibilita’ nel bilancio di previsione dell’esercizio successivo a quello cui il rendiconto si riferisce.

Incentivi alle fusioni di Comuni
Il testo della manovra presentata per il prossimo anno rafforza anche gli incentivi per la fusione di Comuni. Dal 2018 è infatti previsto, a favore dei comuni che danno luogo ad un fusione, un contributo straordinario elevato al 60 per cento dei trasferimenti erariali attribuiti per l’anno 2010 (nel 2017 la percentuale è pari al 50 per cento). Inoltre, dall’anno 2018 il limite agli stanziamenti assegnati a ciascun ente sarà innalzato a tre milioni di euro, anziché gli attuali due milioni previsti per il 2017. Ciò sempre nei limiti degli stanziamenti a disposizione del ministero dell’interno per tale scopo.
Le novità interessano le fusioni di Comuni realizzate a partire dal 2012. Ai fini dell’attribuzione del contributo erariale, le regioni devono inviare al Ministero dell’interno, entro e non oltre il mese successivo all’adozione del loro provvedimento, copia della legge regionale istitutiva della fusione.

Dal Sole 24 ore del 20 ottobre 2017

I fornitori possono uscire dall’incertezza con un attestato del committente sull’assoggettabilità al regime.

Le imprese e i professionisti che cedono beni o prestano servizi a soggetti sottoposti al regime dello split payment e che emetteranno le relative fatture dal 1° gennaio 2018 potrebbero avere non poche difficoltà a individuare se il cessionario committente è o meno soggetto all’obbligo della scissione contabile. Alcune delle poche certezze relative all’ambito applicativo dell’articolo 17-ter del Dpr 633/72 destinate a consolidarsi con l’emanazione degli elenchi definitivi entro il 15 novembre 2017, perderanno validità in conseguenza delle nuove regole imposte dal Dl 148/2017. Il decreto, infatti, ha ulteriormente modificato il perimetro soggettivo di applicazione della norma introducendo variabili che difficilmente potranno essere definite prima della sua conversione in legge e degli effetti del nuovo decreto di attuazione.
Gli effetti dell’estensione
L’intervento normativo sembrerebbe avere lo scopo principale di ricomprendere nell’obbligo tutti quei soggetti che direttamente o indirettamente (anche di fuori di alcuni rigidi schemi normativi) rientrano nella nozione allargata di pubbliche amministrazioni e/o nel loro raggio di interesse, ma l’effettività di applicazione deve rispondere a regole e condizioni chiare.
Oltre al resto, sono almeno due sono i punti di palese criticità a cui dovrà rispondere il decreto attuativo di prossima emanazione. Non si comprende la ratio della scelta del legislatore di ricondurre l’individuazione delle Pa soggette all’obbligo dello split payment a due riferimenti nell’articolo 17-ter, quali il comma 1 e il comma 1-bis, lettera 0a). A livello operativo appare complesso l’iter di individuazione delle società, nonché delle fondazioni, sia per la numerosità dei casi da vagliare, sia in quanto il parametro dell’entità della partecipazione che stabilisce l’applicabilità o meno del regime split payment (partecipazione non inferiore al 70% del capitale sociale e fondo di dotazione) può subire continue modifiche.
L’individuazione
Dopo la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» (avvenuta lunedì scorso) del Dl fiscale, l’articolo 17-ter ha già recepito le modifiche stabilite dall’articolo 3 che riguardano unicamente il perimetro dei soggetti alla disciplina dello split payment. Le novità, però, non si applicano immediatamente e nulla cambia nelle regole di fatturazione e di gestione dell’adempimento prima delle fatture emesse 1° gennaio 2018. Per le fatture emesse fino al 31 dicembre 2017 le nuove regole d’individuazione dei soggetti sono totalmente inefficaci per quanto stabilito dal comma 3 dell’articolo 3 del Dl 148/2017. Quindi si dovrà attendere l’emanazione, entro il 30 novembre 2017 (45 giorni dall’entrata in vigore del Dl), del provvedimento del ministro dell’Economia che stabilisce le modalità di attuazione delle nuove regole soggettive che presumibilmente riscriverà il calendario della formazione degli elenchi, a livello transitorio e definitivo, e fornirà risposte ai vari interrogativi.
Entro il 20 ottobre del 2017 (cioè oggi) il dipartimento delle Finanze dovrebbe pubblicare un elenco provvisorio delle società che dal 1° gennaio 2018 sono soggette al regime dello split payment (tranne le pubbliche amministrazioni per cui gli elenchi non sono previsti). Entro 15 giorni dalla pubblicazione dell’elenco provvisorio le società segnalano errori e incongruenze, dopodichè il dipartimento delle Finanze del Mef, entro il 15 novembre 2017, pubblica gli elenchi definitivi con efficacia dal 1° gennaio 2018.
Con le modifiche apportate tale calendario salta e i tempi per rendere disponibili nuovi elenchi comprensivi di tutti i soggetti interessati sono strettissimi rispetto alla decorrenza dell’efficacia.
Questa situazione amplifica le già pesanti incertezze e difficoltà operative dei fornitori. È auspicabile che il decreto emanando preveda esimenti e moratorie di adeguamento, sia per i fornitori, sia per i soggetti split payment cessionari, rispetto al periodo di prima applicazione.
La possibilità, in base all’articolo 17-ter, comma 1-quater, del Dpr 633/1972, di richiedere ai cessionari/committenti un attestato da cui emerga o meno l’applicabilità del particolare regime, risulterà essere, per i fornitori, l’unica soluzione immediata per evitare dal 1° gennaio 2018 di commettere errori. Il possesso di tale attestazione comporta l’applicazione delllo split payment senza poter attribuire ai fornitori alcuna responsabilità.

Dal Sole 24 ore del 19 ottobre 2017
Accesso alla nuova definizione agevolata solo per i carichi affidati da gennaio a settembre 2017.
Rottamazione-bis ma non per tutti. Il decreto fiscale (articolo 1 del Dl 148/2017) consente la riammissione ai benefici di legge in presenza di precise condizioni, ma non riapre la definizione per la totalità dei soggetti che avrebbero potuto accedere alla prima. A tale scopo, occorre una modifica legislativa che potrebbe essere introdotta in sede di conversione del decreto legge.
Le disposizioni introdotte con il decreto riguardano tre fattispecie.
I mancati pagamenti. La prima si rivolge ai soggetti che hanno presentato per tempo l’istanza prevista dall’articolo 6 del Dl 193/2016, e che hanno omesso o pagato in ritardo le rate di luglio e settembre. A tale riguardo si ricorda che la rottamazione decade anche solo con il ritardo di un giorno nel versamento delle rate. L’articolo 1 del Dl 148/2017 prevede pertanto una rimessione in termini, consentendo il pagamento delle prime tre rate della vecchia definizione entro la fine di novembre prossimo.
I «ripescaggi». L’altra situazione si riferisce invece ai debitori che si sono visti rigettare la domanda perché non erano in regola con i pagamenti delle dilazioni in essere al 24 ottobre 2016. Al riguardo, si ricorda che, in tal caso, l’accesso alla sanatoria era condizionato al pagamento delle rate in scadenza tra ottobre e dicembre 2016. Secondo l’interpretazione di Equitalia, inoltre, per poter assolvere questa condizione occorreva saldare anche le rate non versate precedenti all’ultimo trimestre. Ne è conseguito che i soggetti che si erano limitati a pagare le quote dei tre mesi, pur avendo morosità pregresse, hanno ricevuto il rigetto della definizione agevolata. Con il decreto legge in esame è possibile rimediare, ripresentando una nuova istanza entro la fine dell’anno. Le rate 2016 dovranno essere versate, in un’unica soluzione, entro la fine di maggio 2018. Le somme della definizione invece vanno pagate nei mesi di settembre, ottobre e novembre 2018. Con la presentazione della domanda, il cui modello deve essere pubblicato sul sito di agenzia delle Entrate – Riscossione entro la fine di questo mese, si bloccano tutte le nuove azioni cautelari ed esecutive promosse dall’agente della riscossione.
I carichi 2017. La terza fattispecie interessata dalla modifica normativa riguarda infine gli affidamenti eseguiti all’agente della riscossione, nel periodo dal 1° gennaio 2017 al 30 settembre 2017. Per verificare tale situazione, bisognerà richiedere il rilascio dell’estratto di ruolo. Fa fede peraltro non la data di presa in consegna da parte dell’agente della riscossione ma quella di trasmissione da parte dell’ente creditore. Questa volta, in presenza di piani di dilazione in essere alla data di presentazione della domanda, non è necessario il pagamento delle rate dell’ultimo trimestre 2017. Se dunque si ha già intenzione di accedere alla nuova sanatoria, si può interrompere da subito il versamento delle rate, magari anticipando quanto prima la trasmissione del modulo, il cui termine è fissato al 15 maggio 2018. Una volta inoltrata la domanda, infatti, non solo si inibiscono le azioni di recupero dell’agente della riscossione, ma si sospendono ope legis tutte le scadenze rateali successive alla data di presentazione della stessa.. L’agenzia delle Entrate – Riscossione comunica ai debitori entro la fine di marzo 2018 i carichi a ruolo non ancora ufficializzati. Entro il 30 giugno 2018, inoltre, viene inviata la liquidazione delle somme dovute, con l’indicazione degli importi delle rate scelte dal debitore. Sono ammesse al massimo 5 rate, in scadenza tra luglio 2018 e febbraio 2019. Resta ferma anche per la nuova rottamazione la facoltà del debitore di non pagare la prima rata di luglio 2018 e di riprendere così la dilazione precedente. Occorre ricordare che una volta presentata la domanda, se non si ha una dilazione pendente precedente, laddove si decada dalla rottamazione non è più possibile rateizzare il debito residuo. Lo stesso vale se si ha una dilazione pregressa e si omette o ritarda il pagamento di una delle rate successive a luglio.
In caso di affidamenti per i quali pende un contenzioso, con la presentazione della domanda si assume l’impegno a rinunciare allo stesso. Tale impegno produce però effetti solo se e quando la definizione si perfeziona con il pagamento tempestivo di tutte le rate. Secondo la circolare 2/E/2017 dell’agenzia delle Entrate, inoltre, la rottamazione è valida anche se il debitore dimentica di barrare la casella della rinuncia.
Dal Sole 24 ore del 19 ottobre 2017

Arriva la dichiarazione Iva precompilata per professionisti, artigiani e commercianti. A portarla in dote sarà l’introduzione della fatturazione elettronica tra i privati che entrerà in vigore per tutti dal 1° gennaio prossimo e per carburanti e subappaltatori dal 1° luglio 2018 (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Ma la precompilata Iva è solo una delle semplificazioni degli adempimenti legati all’arrivo dell’e-fattura prevista dalla legge di bilancio. Autonomi e professionisti potranno dire addio anche al registro dei corrispettivi e, chiedendo l’assistenza on line all’agenzia delle Entrate, potranno vedersi restituire i prospetti di liquidazione periodica Iva, la bozza di dichiarazione annuale e di quella dei redditi nonché le bozze dei modelli F24 di versamento con le imposte da versare, compensare o richiedere a rimborso. Inoltre, si potrà ottenere uno sconto sul periodo di decadenza degli accertamenti in caso di pagamenti tracciati superiori a 500 euro. Per tutte le partite Iva, poi, saranno aboliti spesometro, modelli Intrastat e i rimborsi d’imposta saranno accelerati.
I tecnici di palazzo Chigi e del ministero dell’Economia sono al lavoro per affinare e limare l’articolato della legge di bilancio che la prossima settimana approderà al Senato (dopo il voto sulla legge elettorale). Tra le misure sottoposte al vaglio politico e tecnico restano soprattutto la cessione dei crediti fiscali di Equitalia, i fondi per il made in Italy e il credito d’imposta per la formazione relativa a industria 4.0. Sul bonus hi-tech lo Sviluppo economico proverà a giocare l’ultima carta per convincere Ragioneria e Padoan della sostenibilità della misura: in queste ore sarà inviata al Mef una nuova proposta con aliquota e tetto di spesa ridotte.
Più complessa l’operazione di vendita pubblica dei crediti fiscali su cui la battaglia tra chi la vuole introdurre e chi, invece, la vuole rimettere nei cassetti è ancora in corso. La procedura compare in tutte le bozze di Ddl di bilancio circolate fino a ieri sera. I favorevoli evidenziano soprattutto la portata dell’operazione di vendita dei crediti fiscali rimasti in pancia all’ex agente della riscossione Equitalia che dovrebbe garantire all’Erario non meno di 4 miliardi in tre anni (2018-2020) con tre rate di pari importo. La norma ora prevede che il nuovo ente pubblico economico Agenzia delle Entrate-Riscossioni dovrebbe vendere all’asta, senza dover prestare alcuna garanzia, i crediti affidati all’ex Equitalia dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010. Restano esclusi dalla vendita quelli che, alla data della cessione, sono interessati da contenziosi, procedure concorsuali ovvero dalla rateizzazione della definizione agevolata dei ruoli (il debitore deve essere in regola con i pagamenti). Chi invece spinge per rimettere nel cassetto la misura sposta l’attenzione non tanto sui saldi ma sugli effetti che la vendita avrebbe su cittadini e imprese. In caso di cessione del credito a una banca o una finanziaria il debitore, stando alla versione attuale della norma, verrebbe privato di tutte quelle cautele che oggi vincolano Agenzia entrate-Riscossione nell’adozione di procedure esecutive. Basti pensare che oggi l’agente pubblico non può mai procedere al pignoramento della prima casa, può sì iscrivere ipoteca sull’abitazione principale ma solo per debiti superiori a 20mila euro. Mentre sulle seconde e terze case l’agente può procedere all’espropriazione solo se il valore del bene è superiore a 120mila euro.
In attesa del testo finale la commissione Bilancio di palazzo Madama ha già deciso il timing per l’esame della manovra. Gli emendamenti dei gruppi parlamentari al decreto fiscale dovranno essere presentati in commissione entro il 31 ottobre mentre quelli al Ddl di bilancio entro martedì 7 novembre. Il 30 e il 31 ottobre si terranno le audizioni su entrambi i provvedimenti. L’iter del decreto partirà formalmente martedì ma la discussione dovrebbe entrare nel vivo solo dal 7 novembre, anche perché i lavori saranno di fatto fermi dal 1° al 5 novembre a causa delle festività e anche delle elezioni siciliane.
L’ossatura dell’articolato del Ddl di bilancio, nonostante il lavoro di affinamento, è già definita in diversi tasselli. L’attuale versione prevede il rinvio dell’Iri, la minipatrimoniale del 2 per mille sulle polizze vita a capitale garantito (salvo out out politici) e la proroga a decorrere dal 2018 della cedolare del 10% sugli affitti a canone concordato, che era stata introdotta per il quadriennio 2014-17.

Da Quotidiano Enti locali del 18 ottobre 2017

La Sezione prima giurisdizionale centrale d’appello della Corte dei conti, con la sentenza n. 399/2017, conferma la responsabilità per danno erariale a carico, a diverso titolo, al responsabile finanziario, al segretario comunale, al sindaco e alla giunta comunale, per aver affidato all’esterno il servizio paghe dell’ente, nonostante la presenza di personale interno capace di svolgere queste attività.

Il fatto
L’ente comunale, pur avendo a disposizione un proprio software per la gestione delle buste paga dei dipendenti aveva affidato all’esterno, a una società privata, il servizio di elaborazione informatica delle retribuzioni del personale con annessa emissione dei relativi mandati e ordini di incasso. A fronte della spesa il Collegio contabile di primo grado condannava il responsabile dei servizi finanziari, il segretario comunale, il sindaco e la giunta comunale per l’inutile spesa che avrebbe potuto essere svolta dal personale interno, anche a fronte della gestione fino a quel momento avvenuta esclusivamente con i propri funzionari. Condanna dovuta a una spesa inutile, per non aver l’ente dimostrato come l’esternalizzazione avrebbe correttamente determinato un vantaggio.
Il Collegio contabile, pur prendendo atto della continua restrizione da parte del legislatore in tema di spesa del personale e di assunzioni, evidenzia come anche gli incarichi esterni siano stati allo stesso modo oggetto di particolari restrizioni (articolo 110 del Tuel e articolo 7 del Tupi). Ciò non può che portare a un principio immanente da parte della Pa secondo cui le funzioni ordinarie debbono essere necessariamente svolte dal proprio personale (articolo 97 della legge costituzionale 241/1990; articolo 2, comma 3 del Dlgs 163/2006; articolo 110, comma 2 del Tuel; articolo 7 del Dlgs 165/2001).
La responsabilità erano così ripartite:
a) al responsabile del servizio finanziario per aver espresso parere favorevole di regolarità tecnica, ai sensi dell’articolo 49 del Tuel, sulla proposta di deliberazione della giunta nonché per aver curato l’iter di affidamento del servizio sfociato l’assegnazione dell’incarico;
b) al sindaco e agli assessori comunali per aver espresso voto favorevole sulla deliberazione con la quale veniva impartito al responsabile del servizio finanziario di dare attuazione all’esternalizzazione del servizio in questione, violando l’articolo 110 del Tuel e l’articolo 7 del Dlgs 165/2001, data la presenza nell’organico dell’ente di due funzionari la cui competenza consentiva loro di far fronte agli adempimenti retributivi relativi a un numero non elevato di dipendenti in carico al Comune;
c) al segretario comunale, per aver omesso di segnalare, in violazione dall’articolo 97, comma 4, lettera a) del Tuel, all’organo politico la presunta grave illegittimità della deliberazione.

La decisione dei giudici contabili di appello
La Corte d’appello conferma la condanna dei giudici di primo grado, con un’unica eccezione di riduzione del danno erariale nei confronti del responsabile dei servizi finanziari. Il responsabile del servizio finanziario era a conoscenza della natura delle prestazioni richieste alla ditta esterna con la conseguenza che non avrebbe dovuto limitarsi a esprimere sulla delibera di giunta solo un parere di regolarità contabile ma invitare la giunta a una approfondita verifica circa la necessità dell’esternalizzazione del servizio in questione, anche attraverso una valutazione della possibilità di assegnare al servizio personale interno all’ente. Queste segnalazioni avrebbero potuto essere fatte dal responsabile anche prima di effettuare la stipula della convenzione con la ditta. Comunque, tenuto conto del fatto che è verosimile che il responsabile abbia agito, seppure in modo estremamente superficiale, nella convinzione di non avere alcuna possibilità di opporsi o contestare la decisione degli organi politici, è stata ritienuta equa una riduzione del 30% dell’importo del danno addebitato in primo grado.

 

Da Quotidiano Enti locali del 18 ottobre 2017

Parte la seconda tappa della rinegoziazione dei mutui: i Comuni che non hanno partecipato all’operazione nel primo semestre dell’anno e vogliono attivare la procedura per rimodulare la propria posizione debitoria con la Cassa depositi e prestiti potranno presentare la domanda entro il 3 novembre. Dopo il via libera dato all’operazione dalla Cdp con l’annuncio del 21 settembre scorso, arriva la circolare n. 1289 che disciplina tempi e modalità di adesione alla rinegoziazione. L’intervento di «natura straordinaria» è avviato dalla Cassa nell’ambito delle iniziative per la gestione attiva del debito già intrapresa lo scorso semestre sulla scia degli anni precedenti.

I requisiti dei prestiti
I Comuni possono rinegoziare i prestiti originari che hanno queste caratteristiche:
• ordinari a tasso fisso, variabile e flessibili con oneri di ammortamento interamente a proprio carico e non rinegoziati nel 1° semestre 2017 in base alle disposizioni della circolare Cdp n. 1287 del 12 aprile scorso;
• importo debito residuo al 1° luglio 2017 di almeno 10mila euro su ogni singola posizione;
• scadenza del piano di ammortamento successiva al 31 dicembre 2021.
Inclusi nella rimodulazione anche i prestiti oggetto di precedenti operazioni (tranne quelli rinegoziati nel precedente semestre e con struttura indicizzata all’inflazione italiana ai sensi della circolare n. 1257/2005) attivate dalla Cdp dopo la trasformazione in Spa e quelli rinegoziati secondo il Dm 20 giugno 2013.

Il rimborso
Due le modalità alternative che i Comuni possono scegliere per rimborsare i prestiti rinegoziati:
a) pagamento al 31 dicembre 2017 (o al 31 gennaio 2018) della sola quota interessi prevista nei vigenti piani di ammortamento; le successive rate di ammortamento, a partire dal 30 giugno 2018 fino a scadenza, saranno comprensive di quota capitale e interessi (secondo piani di ammortamento a rata costante di tipo “francese” per prestiti a tasso fisso o a quota capitale costante di tipo “italiano” per prestiti a tasso variabile);
b) pagamento al 31 dicembre 2017 della rata di ammortamento (quota capitale e quota interessi) prevista nei vigenti piani di ammortamento e al 30 giugno 2018 della sola quota interessi maturata nel 1° semestre 2018 (calcolata sul debito residuo al 1° gennaio 2018 al tasso/spread post rinegoziazione); le successive rate di ammortamento, a partire dal 31 dicembre 2018 fino a scadenza, saranno comprensive di quota capitale e interessi (secondo piani di ammortamento a rata costante di tipo “francese” per prestiti a tasso fisso o a quota capitale costante di tipo “italiano” per prestiti a tasso variabile).

Zone terremotate
La circolare precisa che per i prestiti oggetto di differimento del pagamento delle rate per eventi sismici nelle Regioni Abruzzo (2009 e 2016), Emilia Romagna, Veneto e Lombardia (2012), Lazio, Marche e Umbria (2016) si procederà alla rinegoziazione del debito residuo comprensivo delle quote capitale relative alle rate non pagate nei semestri precedenti. Con riferimento poi ai prestiti intestati a questi enti per i quali è consentita la mancata corresponsione della rata del 31 dicembre 2017, in caso di adesione alla rinegoziazione è previsto il pagamento al 31 dicembre 2017 della quota interessi (se si sceglie la modalità a) ovvero della rata (se si sceglie la modalità b) attualmente prevista in relazione ai prestiti originari.

L'adesione 
La Cassa depositi e prestiti mette a disposizione sul proprio sito un apposito applicativo con l'elenco dei Prestiti Originari e le condizioni applicate alla rinegoziazione: per aderire all'operazione dal 17 ottobre al 3 novembre 2017 sarà necessario accedere all'applicativo web all'interno del Portale dei Finanziamenti utilizzando le credenziali già in uso per l'accesso alle aree utenti. Gli enti che non hanno ancora le credenziali potranno registrarsi compilando un apposito modulo.
La documentazione dovrà essere inviata entro il prossimo 10 novembre secondo le modalità specificate nel punto 1.2 della circolare n. 1289/2017. Da inoltrare entro le ore 17 del 14 novembre 2017, a mano e a mezzo corriere, le delegazioni di pagamento in originale.
La Cassa depositi e prestiti richiama la circolare n. 1289 per tutti gli approfondimenti dell'operazione, per le condizioni finanziarie rimanda invece alla nota tecnica sul principio dell'equivalenza finanziaria.
Dal Sole 24 ore del 17 ottobre 2017.

Esteso l’ambito applicativo anche a enti pubblici economici, aziende speciali, fondazioni e società partecipate.

Lo split payment, con decorrenza dalle fatture emesse dal 1° gennaio 2018, cambia nuovamente il perimetro soggettivo di applicazione. L’intervento, contenuto nell’articolo 3 del Dl 148/2017, allarga ulteriormente l’applicazione del meccanismo di riscossione dell’Iva, anche se, per alcuni soggetti, la revisione comporterà il venir meno dell’adempimento. Lo scopo della norma è duplice:
omogeneizzare, rispetto ai principi della specifica regola, l’applicazione della norma;
escludere dall’obbligo tutti quei soggetti per i quali l’applicazione della regola risulta incoerente o addirittura inapplicabile.
La nuova disposizione, che sostituisce integralmente il comma 1-bis dell’articolo 17-ter del decreto Iva, rispetto al passato, in primo luogo, troverà applicazione per le cessioni verso tutti gli enti pubblici economici nazionali, regionali e locali, comprese le aziende speciali e le aziende pubbliche di servizi alla persona. L’intervento ha lo scopo di allargare l’operatività della norma, in modo omogeneo, a tutti quei soggetti che non rientrano direttamente nel perimetro del comma 1 dell’articolo 17 ter del Dpr 633/72 e che, prima, risultavano solo parzialmente inclusi nell’elenco Istat ovvero nell’obbligo della fatturazione elettronica, ma che per natura assolvono a finalità pubbliche di carattere economico. La norma specifica, chiarendo rispetto al passato, che rientrano nell’adempimento tutte le aziende speciali.
La seconda modifica riguarda l’ampliamento dello split payment alle fondazioni partecipate da pubbliche amministrazioni per una percentuale complessiva non inferiore al 70% del fondo di dotazione. In questo modo si sono ricomprese nell’obbligo, ad esempio, tutte le fondazioni di diritto privato create dagli enti locali per attività teatrale ovvero artistica, nonché per altre finalità strumentali agli obiettivi degli enti (come ad esempio le fondazioni universitarie).
In terzo luogo, viene introdotta una nuova categoria di soggetti ricompresi nello specifico obbligo rappresentata dalle società partecipate per una percentuale complessiva non inferiore al 70% da pubbliche amministrazioni, da enti pubblici economici e da società controllate dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dai ministeri ovvero dagli enti locali. Anche questo intervento ha lo scopo precipuo di allargare la portata della norma.
In effetti, in questo ultimo caso, come per le fondazioni, il legislatore pone un tetto oggettivo di partecipazione (non inferiore al 70%) che consente di escludere dall’adempimento tutte quelle società in cui la partecipazione limitata del soggetto pubblico o dell’ente o della società controllata dalla pubblica amministrazione non determina quella affidabilità necessaria per riporre su di essa il versamento dell’imposta.
Ultima modifica riguarda tutte le società quotate per le quali, oltre a essere inserite nell’indice Ftse Mib di Borsa italiana, devono risultare identificate ai fini Iva.