Da Quotidiano Enti locali del 23 gennaio 2018

Anche per le «variazioni sostanziali» di affidamenti in essere è necessario passare dall’iscrizione al nuovo albo in house dell’Anac.

Platea ampia
È questa la precisazione più importante, contenuta nelle Faq che l’Autorità anticorruzione ha appena approvato, per spiegare meglio i confini del nuovo obbligo partito formalmente lo scorso 15 gennaio (si veda Il Quotidiano degli enti locali e della Pa di quel giorno) e dettagliato dalle linee guida numero 7 dell’Authority. Il documento, nel definire quali soggetti sono tenuti all’iscrizione all’albo, fornisce una definizione ampia, spiegando che devono richiedere l’accesso all’elenco «le amministrazioni aggiudicatrici e gli enti aggiudicatori che intendano operare, nei mesi successivi alla domanda, affidamenti diretti a propri organismi in house». Quindi, non sono previste esclusioni (a conferma di quanto anticipato sul Quotidiano degli enti locali e della Pa del 16 gennaio). Non solo. L’interpretazione estensiva andrà applicata anche alle tipologie di contratto tenute a passare dall’elenco. «Tra i nuovi affidamenti – spiega ancora l’Autorità – vi rientrano anche le variazioni sostanziali degli affidamenti in house già in essere».

Senza eccezioni
Quindi, non soltanto i contratti rinnovati. In questa nozione sono incluse «le modifiche significative agli aspetti tipologici, strutturali, qualiquantitativi e funzionali dell’oggetto dell’affidamento». Non sarà, cioè, possibile dribblare la novità modificando i contratti già attivi.

Dal Sole 24 ore del 17 gennaio 2018
Omessa dichiarazione. Per la Cassazione autore principale è l’amministratore di fatto.
Il prestanome risponde in concorso con l’amministratore di fatto per il reato di omessa dichiarazione. È responsabile, infatti, di non aver impedito l’evento delittuoso. A confermare questo principio di diritto è stata la Terza sezione penale della Corte di cassazione, con la sentenza n. 1590/2018, depositata ieri.
La sentenza riguarda la vicenda del legale rappresentante di una società che veniva condannato per l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, dalla quale era conseguita un’evasione di imposta penalmente rilevante.
La condanna di primo grado veniva confermata anche in appello e l’imputato ricorreva così in Cassazione. Lamentando, in estrema sintesi, un vizio di motivazione.
Più precisamente, nella sentenza di secondo grado non sarebbe emersa la valutazione delle prove riguardanti la consapevolezza della commissione del reato. L’imputato, infatti, non era l’amministratore di fatto della società e pertanto era concretamente estraneo alle scelte aziendali.
I giudici di legittimità hanno innanzitutto rilevato che il collegio territoriale aveva correttamente valutato la vicenda posta a base dell’intera contestazione.
La società era stata costituita per emettere fatture soggettivamente inesistenti, al fine di giustificare contabilmente gli acquisti di merce in nero effettuati da un’altra società del “gruppo”.
Dai documenti in atti, risultava che l’amministrazione di fatto delle società era affidata ad un terzo soggetto, diverso cioè dal legale rappresentante di diritto.
Dal disegno criminoso emergevano quindi l’omessa presentazione delle dichiarazioni e il mancato versamento dell’Iva, che erano preordinati all’evasione fiscale.
Con riguardo alla responsabilità, la Cassazione ha precisato che l’amministratore di fatto risponde quale autore principale, poiché è il titolare effettivo della gestione sociale. È infatti l’unico soggetto che si trovi nelle condizioni di poter compiere l’azione dovuta.
L’amministratore di diritto, invece, è un mero prestanome. Per questo motivo, è responsabile a titolo di concorso per avere omesso di impedire l’evento. La Corte di cassazione, però, ha precisato che tale concorso interviene a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma. Quindi, nella fattispecie, occorre che il prestanome abbia agito con il fine specifico di evadere le imposte sui redditi o sull’Iva ovvero consentire l’evasione fiscale di terzi.
Tuttavia, poiché nella maggior parte delle ipotesi il prestanome non ha alcun potere di ingerenza nella gestione della società per addebitargli il concorso, un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, ha affermato che è sufficiente il dolo eventuale.
Il prestanome, quindi, accettando la carica accetta anche i rischi connessi a tale carica.
Nella specie, il giudice territoriale aveva rilevato una forma di partecipazione attiva alla vita sociale da parte dell’amministratore di diritto, poiché risultava coinvolto nella gestione operando sui conti correnti bancari.
Era così consapevole dei meccanismi illeciti e peraltro, su tali considerazioni, l’imputato non aveva eccepito alcuna osservazione.
Da quotidiano Enti locali del 16 gennaio 2018

Con il 15 gennaio è entrata dunque in vigore la procedura prevista dall’articolo 192 del Codice degli appalti e regolata da Anac nelle sue Linee Guida n. 7 e, sul sito della Autorità, alla voce «servizi online» si trova appunto il nuovo applicativo «Adempimenti art. 192 del Dlsg 50/2016 – Iscrizione nell’Elenco delle amministrazioni aggiudicatrici e degli enti aggiudicatori che operano mediante affidamenti diretti nei confronti di proprie “società” in house», arricchito da un Manuale utente che guida gli utenti nell’iscrizione e contribuisce a chiarire qualche dubbio, lasciandone però irrisolti altri. Da oggi, dunque, ogni nuovo affidamento diretto, per avere efficacia, dovrà comportare l’iscrizione all’elenco.

Il «Rasa»
Il primo chiarimento riguarda chi deve operare l’iscrizione. La domanda è presentata, a pena di inammissibilità, dal responsabile dell’anagrafe delle stazioni appaltanti (Rasa) su delega delle persone fisiche deputate a esprimere all’esterno la volontà del soggetto richiedente, come chiarisce anche il punto 4.1.4 del manuale.

Forma giuridica
Il secondo riguarda il dubbio – sorto a molti – se l’iscrizione fosse circoscritta ai soli affidamenti a società o anche a quelli ad altri organismi. Infatti, il codice degli appalti è chiaro all’articolo 5, visto che parlava di affidamenti «a una persona giuridica di diritto pubblico o di diritto privato», ma non lo è altrettanto all’articolo 192 dove richiede un «elenco delle amministrazioni aggiudicatrici e degli enti aggiudicatori che operano mediante affidamenti diretti nei confronti di proprie società in house di cui all’articolo 5». Anche le linee guida non risolvono la questione, mentre il manuale sì, visto che richiede di esplicitare la forma giuridica dell’ente a cui viene conferito l’affidamento, comprendendovi non solo le società.

Il peso dei controlli
Resta non chiaro, invece, quale sia il “peso” di alcuni controlli che, nelle linee guida si dichiara di volere effettuare, e in particolare quelle che prendono a riferimento la disciplina dell’in house, in particolare le previsioni statutarie che il Tusp (Dlgs 175/2016) prevede per le società in house, ma che non si applicano né agli altri possibili destinatari di affidamenti in house (aziende speciali, fondazioni, eccetera) né quella particolare categoria di società in house che il testo unico definisce come società quotate, ovvero quelle società in house che hanno emesso (o vogliono emettere, se lo hanno in qualche modo formalizzato entro il 30 giugno 2016, ai sensi dell’articolo 26, comma 5) bond su mercati regolamentati e che non devono quindi adeguare gli statuti alle previsioni del Dlgs 175/2016. Vedremo come si regolerà l’Anac, che per ora sembra non avere preso in considerazione una problematica potenzialmente rilevante, e che rischia di creare ai Comuni e agli altri enti complicazioni del tutto inutili. Questo tanto più avendo correttamente adottato una interpretazione estensiva del dovere di iscrizione al registro.

Le semplificazioni di Anac
Giova infine ricordare che nel caso dei servizi pubblici locali a rete di rilevanza economica, sono gli enti di governo degli ambiti ottimali, istituiti o designati ai sensi dell’articoli 3-bis, comma 1, del Dl 13 agosto 2011 n. 138, a dover richiedere l’iscrizione nell’elenco, indicando nella domanda di iscrizione gli enti locali partecipanti. Ancora, se l’organismo in house è controllato congiuntamente da più Comuni basta che sia presentata una sola domanda, ovviamente riferita a tutti i soggetti interessati all’iscrizione. Una semplificazione, questa decisa da Anac, sicuramente opportuna e che andrebbe per altro estesa ad altri adempimenti, primo tra tutti a quello relativo ai piani di razionalizzazione.