Dal Sole 24 ore del 26 febbraio 2018
Non è soggetto passivo Iva la società in house providing che svolge prestazioni socio-sanitarie e assistenziali per il soddisfacimento di interessi pubblici. Ad affermarlo è la Ctp di Foggia 1954/4/2017 (presidente Pecoriello, relatore Nardelli).
Una Srl partecipata al 100% da una Asl riceve un accertamento con cui l’Agenzia contestava, tra l’altro, la mancata applicazione dell’Iva per prestazioni rese all’Asl stessa, per l’impiego di personale nella struttura sanitaria pubblica per l’ausiliariato, per il servizio di manutenzione, per l’assistenza infermieristica presso le carceri e per gli autisti utilizzati presso alcuni pronti soccorso e per il supporto veterinario.
La società impugnava la pretesa in Ctp eccependo di non potersi qualificare soggetto passivo Iva non esercitando – quale società in house – un’attività indipendente rispetto al socio pubblico.
L’ufficio rilevava, invece, che trattandosi di una Srl, a norma dell’articolo 4, comma 2, n. 1) del Dpr 633/72, doveva ritenersi soggetto Iva a tutti gli effetti. Secondo tale disposizione, si considerano svolte nell’esercizio di impresa le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte, tra le altre, dalle Srl.
La Ctr ha accolto il ricorso ritenendo la Srl in house non provvista di soggettività passiva Iva.
Il collegio dà atto che la tesi sostenuta dall’Agenzia era già stata positivamente valutata dalla Ctr Liguria (1219/2017) e dalla Ctr Piemonte (914/2015), secondo le quali, in sintesi, deve ritenersi prevalente la disposizione contenuta nel Dpr 633/72, con la conseguenza che, trattandosi di società capitali, deve sempre essere riconosciuta la soggettività passiva Iva, a nulla rilevando se esse siano, o meno, in house providing.
Di contrario avviso la Ctr Lombardia (sezione di Brescia) che, con la sentenza 1017/2016, ha ritenuto esenti da Iva operazioni analoghe, ricordando che la norma tributaria ricomprende tra i soggetti esenti gli organismi di diritto pubblico, intesi ai sensi della direttiva Ue n. 92/50 come «qualsiasi organismo istituito per soddisfare specificatamente bisogni di interesse generale aventi carattere non industriale o commerciale».
La Ctp di Foggia segnala poi che secondo la Corte di giustizia il fatto che un soggetto sia strutturato alla stregua di una società commerciale non vale a escluderne la riconduzione nella diretta sfera dell’ente quando ricorrono determinate condizioni:
– l’esistenza di un controllo dell’ente analogo rispetto a quello esercitato verso i propri uffici;
– lo svolgimento della maggior parte dell’attività, da parte del soggetto terzo, con l’ente stesso.
Nella specie la società ricorrente:
– rientra nell’ambito soggettivo dell’ente (la Asl) stante la partecipazione al 100%;
– svolge attività propria delle Asl, quale prestazioni nel settore socio sanitario a supporto di aziende e strutture sanitarie per il perseguimento delle loro finalità istituzionali.
Dal Sole 24 ore del 19 febbraio 2018

Riscossione. Se già notificati e mai contestati.

È inammissibile il ricorso contro l’estratto di ruolo se gli atti prodromici risultano notificati e la definitività degli stessi per omessa impugnazione risale a molto tempo prima: si tratterebbe, infatti, di una illegittima rimessione in termini. A fornire questa interpretazione è la Ctp di Rimini con la sentenza 30/02/2018 depositata il 30 gennaio scorso (presidente e relatore Cameli).
Una contribuente impugnava l’estratto di ruolo rilasciato da Equitalia, nel quale erano indicati debiti per imposte derivanti da accertamenti, cartelle di pagamento e altri atti similari.
Nel proprio ricorso eccepiva vizi di notifica degli atti prodromici e la loro infondatezza.
L’agenzia delle Entrate e l’agente della Riscossione, chiedevano l’inammissibilità del ricorso, poiché proposto contro un estratto di ruolo, ossia un atto amministrativo interno non impugnabile. Nel merito, si difendevano evidenziando la regolarità delle notifiche che per la maggior parte risultavano particolarmente datate. La pretesa era infatti divenuta definitiva per assenza di impugnazione nei termini.
Il collegio, respingendo il ricorso, ha rilevato che l’atto impugnato non era proprio un estratto di ruolo, ma un documento di sintesi dei provvedimenti impositivi risultati non pagati dalla ricorrente. Da ciò sarebbe derivata l’inammissibilità del ricorso, ma in un’ottica di favore del contribuente, la Ctp ha ritenuto impugnabile più in generale, ogni atto con cui un ente impositore porti a conoscenza di una specifica pretesa tributaria.
È stata poi verificata l’ammissibilità sotto un profilo più sostanziale. Le Sezioni unite (sentenza 19704/2015), infatti, hanno confermato l’impugnabilità dell’estratto di ruolo, solo qualora non siano stati regolarmente notificati gli atti impositivi presupposti. Nella specie, tali provvedimenti risultavano notificati molto tempo prima.
Di regola, nella notifica tramite servizio postale, l’agente della Riscossione è tenuto a conservare l’avviso di ricevimento per cinque anni e deve esibirlo su richiesta. Tuttavia, i provvedimenti prodromici risultavano notificati ben oltre il quinquennio, con la conseguenza che Equitalia non poteva più provare la regolarità della consegna.
Alla luce di tale previsione, quindi, è sufficiente che il debitore lasci trascorrere i cinque anni, beneficiando dell’impossibilità per l’agente della Riscossione di provare l’avvenuta notifica dell’atto impositivo.
La Ctp ha rilevato che tali situazioni possono fondatamente integrare un’ipotesi di abuso del diritto e/o processo in quanto il contribuente beneficerebbe di una sorta di rimessione in termini di impugnazione ormai decaduti.
Il ricorso è stato così ritenuto inammissibile perché le notifiche degli atti prodromici risultavano eseguite e la pretesa era divenuta definitiva per assenza di impugnazione. Resta tuttavia da chiedersi come possa difendersi il contribuente da atti non notificati molti anni prima se non impugna l’estratto di ruolo ma soprattutto se si consente all’amministrazione di non provare l’avvenuta notifica.
Dal Sole 24 ore del 19 febbraio 2018

Tassa rifiuti. In assenza del documento economico-finanziario sul servizio di gestione la delibera che indica gli importi è illegittima. Annullato anche l’atto di accertamento basato su valori approvati in modo scorretto.

È illegittima la delibera di approvazione delle tariffe Tari adottata in assenza del piano economico-finanziario. L’accertamento emesso in applicazione di tali tariffe deve essere dunque annullato. Questa è la conclusione raggiunta dalla Ctr Campania, nella sentenza 8283/6/2017 (presidente Marenghi, relatore Iazzetti), depositata il 10 ottobre 2017.
Fissare le tariffe
Sulla base di quanto previsto dall’articolo 1, comma 683 della legge 147/2013, ai fini della determinazione delle tariffe della Tari, il Comune deve previamente approvare, con delibera consiliare, il piano economico finanziario relativo al servizio pubblico di gestione dei rifiuti, redatto dal gestore del servizio.
Il piano, i cui riferimenti normativi sono contenuti nel Dpr 158/1999, contiene, oltre alla descrizione della modalità di svolgimento del servizio, la classificazione dei costi, in fissi e variabili, nonché le modalità di attribuzione degli stessi alle utenze domestiche e non domestiche. Si tratta dunque di un documento essenziale nella dinamica procedura di adozione delle tariffe del tributo. Peraltro nelle realtà regionali in cui è operativa l’autorità d’ambito, comunque essa sia denominata, potrebbe accadere che la competenza all’approvazione del piano finanziario sovra comunale appartenga per l’appunto a tale ente.
Nel caso deciso dalla Ctr Campania sembra di capire, dalla stringata motivazione, che per l’annualità in discussione il piano economico-finanziario non fosse stato approvato. Il collegio, dopo aver correttamente qualificato il suddetto piano come requisito di legittimità delle tariffe Tari, ha pertanto disapplicato la delibera, annullando l’accertamento impugnato.
In proposito, occorre tuttavia ricordare come, ai sensi della consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione, l’illegittimità delle delibere adottate ai fini della determinazione delle tariffe del prelievo sui rifiuti non può provocare alcun “vuoto” impositivo, con conseguente azzeramento del quantum dovuto dal contribuente. Tanto, alla luce del principio di carattere generale secondo cui il giudice tributario ha cognizione piena sul rapporto e come tale deve tendere all’accertamento sostanziale della pretesa tributaria controversa (Cassazione, sentenza 22535/2017). Sempre secondo l’opinione del giudice di legittimità, dunque, nell’ipotesi in esame il collegio di merito dovrebbe applicare le tariffe vigenti nell’anno precedente, validamente approvate.
Le conseguenze
Sembra dunque che, qualora anche le precedenti tariffe fossero viziate per qualsivoglia motivo, il giudice debba procedere ancora a ritroso, sino a individuare le ultime tariffe correttamente approvate. Non è chiaro cosa accade se per effetto di tale rideterminazione del prelievo il gettito del tributo si rivelasse alla fine molto inferiore rispetto al costo del servizio. Ciò, soprattutto nelle ipotesi in cui le impugnazioni dei contribuenti fossero molto numerose. In tale eventualità, il disavanzo o la perdita che si verificherebbe non dovrebbe poter essere coperta con il gettito della tariffa, atteso che esso/a deriva da errori commessi nella procedura di approvazione delle tariffe.

Dal Sole 24 ore del 10 febbraio 2018

Cassazione. Non può mancare la verifica su irregolarità pregresse.

Risponde di omesso versamento Iva il nuovo amministratore, anche se la crisi di liquidità è stata causata dal precedente: con un minimo di diligenza, infatti, avrebbe potuto verificare la sussistenza di irregolarità fiscali e non accettare l’incarico ovvero rassegnare le dimissioni prima della commissione del reato. A chiarire questo principio è la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 6220 depositata ieri.
Il legale rappresentante di una società in liquidazione, veniva condannato per l’omesso versamento dell’Iva. Avverso la decisione, l’imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando un’omessa valutazione dell’assenza dell’elemento psicologico del reato. Egli, infatti, aveva assunto la carica di amministratore unico della società poco prima del termine per il versamento e la crisi finanziaria in cui versava la società rendeva impossibile qualunque azione per adempiere all’obbligazione tributaria. Non avrebbe potuto, infatti, nella sua veste di nuovo amministratore, accantonare le somme necessarie per il versamento dell’Iva dovuta.
I giudici di legittimità, confermando la decisione di merito sul punto, hanno innanzitutto ribadito che ai fini della sussistenza del reato di omesso versamento non è necessario il dolo specifico, ovvero la volontà di evasione fiscale, essendo sufficiente il dolo generico, ossia la consapevolezza dell’imputato di non operare un versamento che sappia essere dovuto.
Per la commissione del reato, quindi, basta la coscienza e volontà del mancato versamento all’erario.
Con riguardo poi alla responsabilità dell’amministratore, nella sentenza è richiamato il principio delle Sezioni unite (n. 37424/2013) secondo cui per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità può rilevare solo se si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far fronte alle proprie obbligazioni, atteso che l’amministratore potrebbe accantonare somme per potervi adempiere. Chi assume la carica di liquidatore o amministratore si espone così volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze. Tanto meno può ravvisarsi la mera colpa poiché il soggetto prima di accettare l’incarico potrebbe controllare il rispetto degli adempimenti fiscali.
Peraltro, nella specie di omesso versamento la verifica risulta particolarmente semplice essendo sufficiente il riscontro dell’esistenza di un debito nell’ultima dichiarazione presentata e l’esecuzione del relativo versamento.
La Cassazione ha così concluso che l’assunzione della carica di amministratore o liquidatore comporta una preventiva minima verifica della contabilità, dei bilanci e delle ultime dichiarazioni dei redditi, per cui, ove ciò non avvenga, è evidente che chi subentra si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da precedenti inadempienze. La Suprema Corte precisa inoltre che il nuovo amministratore non solo avrebbe dovuto verificare la situazione prima di assumere l’incarico, ma in ogni caso avrebbe potuto rassegnare le dimissioni una volta svolte le verifiche del caso.

Dal Sole 24 ore del 9 febbraio 2018

Cassazione. Illegittimo l’avviso emesso prima dei 60 giorni.

È illegittimo l’accertamento a tavolino emesso prima dei 60 giorni se c’è stato l’avvio dell’attività istruttoria per il reperimento dei documenti con accesso presso la sede. Ogni volta, infatti, che l’amministrazione accede nei locali dell’impresa occorre rispettare le garanzie previste dallo Statuto del contribuente (legge 212/2000). A confermare questo principio è l’ordinanza 3060/2018 della Cassazione depositata ieri.
I verificatori erano entrati nella sede di una società per chiedere la documentazione necessaria per un controllo fiscale. I documenti erano stati poi consegnati nei giorni successivi direttamente presso l’ufficio, dove veniva svolto anche il controllo degli stessi.
In esito alla verifica erano stati emessi degli avvisi di accertamento contro i quali la contribuente aveva presentato ricorso eccependo tra i diversi motivi la violazione del termine dilatorio di 60 giorni previsto dall’articolo 12 dello Statuto.
Il collegio di primo grado ha respinto il gravame, ma la decisione è stata riformata in appello. In particolare la Ctr ha ritenuto illegittimi gli atti perché, essendo emessi in esito a un accesso, occorreva che l’ufficio attendesse lo spirare di 60 giorni dalla consegna del verbale.
Così l’Agenzia ha presentato ricorso in Cassazione lamentando che il collegio di secondo grado aveva erroneamente qualificato l’attività di verifica atteso che l’accesso era stato necessario solo per reperire i documenti, ma che si trattava di fatto di un accertamento a tavolino.
La Suprema corte, confermando la decisione di appello, ha innanzitutto ricordato che la garanzia prevista dall’articolo 12 dello Statuto si applica a qualsiasi atto di accertamento o controllo con accesso o ispezione nei locali dell’impresa, ivi compresi gli atti di accesso istantanei finalizzati all’acquisizione di documentazione.
La norma, infatti, non prevede alcuna distinzione sulla finalità dell’accesso, con la conseguenza che è sempre necessario redigere un verbale di chiusura delle operazioni dalla consegna del quale devono decorrere almeno 60 giorni prima dell’emissione dell’avviso di accertamento.
Peraltro, i giudici di legittimità hanno anche precisato che l’Agenzia aveva violato la norma, non solo per aver emesso l’atto prima dei 60 giorni, ma perché nonostante l’accesso non aveva redatto il pvc con la conseguenza che mai era iniziata la decorrenza del termine.

Dal Quotidiano Enti locali dell'8 febbraio 2018

Al via l’indagine conoscitiva sulle forme associative dei Comuni, promossa dall’Osservatorio sulla finanza e la contabilità degli enti locali. La Direzione centrale della finanza locale fornisce le istruzioni sul questionario che i responsabili dei servizi finanziari dei Comuni dovranno compilare entro il prossimo 30 marzo.

I motivi dell’indagine
L’ampliamento delle competenze comunali, le ridotte dimensioni della gran parte degli enti e la limitatezza delle risorse disponibili fanno sì che la gestione associata dei servizi e delle funzioni amministrative, specie nei piccoli comuni, finisca per assumere un rilievo centrale. In tale contesto, si è ritenuto opportuno acquisire dati certi e quanto più possibile aggiornati circa l’attuale situazione delle forme associative tra Comuni, e ciò al fine di proporre possibili misure in grado di favorirne l’evoluzione.

Invio dei questionari
Per l’invio dei dati dovrà essere utilizzato lo specifico modulo in formato pdf editabile disponibile nell’area TBEL del sito internet della Direzione centrale della finanza locale. Il modulo, diviso in quattro sezioni, riporta la denominazione ed il codice dell’ente (dati non modificabili). Bisognerà poi indicare se l’ente svolge servizi in forma associata, riempire il prospetto dei servizi, ndicare se l’ente ha in corso di definizione ulteriori forme associative e se detiene partecipazioni volontarie.
Si precisa, che, trattandosi di una semplice indagine conoscitiva, non è prevista l’apposizione di alcuna firma digitale sul modello.
Dopo la trasmissione telematica perverrà all’ente una PEC con la quale la Direzione centrale della finanza locale comunicherà la corretta compilazione e la conseguente acquisizione del modello.
I dati contenuti nel questionario verranno trattati in forma esclusivamente aggregata.

Dal Sole 24 ore dell'8 febbraio 2018

Lotta alle condotte illecite. Da oggi sul sito dell’Anac.

Le segnalazioni anonime di condotte illecite nel pubblico impiego sbarcano sul sito dell’Anac. L’Autorità anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, mette online a partire da oggi un applicativo che dà corpo, in forma elettronica, alle tutele della legge 179 del 2017, approvata lo scorso novembre. Si chiamerà «Whistleblower» e consentirà di acquisire e gestire le segnalazioni di illeciti, mettendo al centro la massima riservatezza dei dipendenti.
Chi vuole denunciare un comportamento contrario alla legge, in sostanza, potrà accedere all’applicazione, compilando una serie di campi che consentiranno di fornire agli uffici dell’Authority tutte le informazioni necessarie. Tra queste, l’amministrazione coinvolta, la qualifica e la mansione lavorativa del segnalante, la tipologia di condotta denunciata, il periodo temporale, i soggetti coinvolti, l’eventuale beneficio economico acquisito, le imprese implicate (se ci sono). Infine, andranno fornite informazioni che consentano di effettuare riscontri sulla veridicità dei fatti.
Arrivati a questo punto, entra in gioco una delle novità più rilevanti. Una volta completato il form, infatti, il dipendente pubblico riceverà un codice che gli consentirà di dialogare in forma anonima con l’Anac, per seguire nei giorni successivi l’esito della procedura. Potrà, tramite conversazioni cifrate e non intercettabili, aggiungere della documentazione, ricevere richieste dagli uffici dell’Autorità, fare precisazioni senza rivelare la sua identità.
Il suo nome sarà infatti «segregato». Tradotto in pratica, significa che nessuno, all’interno dell’Authority, potrà conoscerlo liberamente. Per svelarlo, sarà necessario attivare una procedura apposita e richiedere l’accesso a un «custode», un responsabile che sarà l’unico a poter richiedere l’autorizzazione a raccogliere questa informazione. Ricevuta la segnalazione, l’Anac farà le sue valutazioni, girando eventualmente il fascicolo alla Procura.

Dal Sole 24 ore dell'8 febbraio 2018

Via libera alla distribuzione di due miliardi di euro fra Province, Città metropolitane e Comuni, e un mese in più per scrivere i preventivi 2018, che quindi andranno chiusi entro il 31 marzo. È il doppio risultato della Conferenza Stato-Città di ieri, che è tornata sul terreno tradizionale delle proroghe dei bilanci nonostante l’intesa che a fine novembre aveva dichiarato l’intoccabilità del termine del 28 febbraio: una pretesa avanzata a suo tempo dal governo in “cambio” degli allentamenti su Fondo crediti di dubbia esigibilità e peso dei parametri standard nella distribuzione del fondo di solidarietà. I correttivi previsti da quell’accordo sono arrivati con la manovra, ma ieri è arrivata anche la proroga.
Sul piano dei valori in campo, però, il capitolo cruciale affrontato ieri è quello del decreto del ministero delle Infrastrutture che distribuisce fra gli enti di area vasta il maxi-fondo da 1,6 miliardi in sei anni, messo a disposizione dalla legge di Bilancio per la manutenzione delle strade. Il meccanismo, che segna il punto di svolta per i bilanci provinciali e azzera i tagli ipotizzati all’indomani della riforma, offre un orizzonte pluriennale per le opere di ripristino della rete stradale spesso abbandonata negli anni della crisi finanziaria.
Il decreto distribuisce il maxifondo in base a tre criteri: la consistenza della rete (estensione e traffico) pesa per il 78%, il 10% è attribuito in base al tasso di incidentalità e l’altro 12% dipende dalla vulnerabilità a frane e alluvioni (su www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com tutti i dati sui fondi ente per ente).
Via libera infine a 344 milioni di spazi finanziari per gli interventi sull’edilizia scolastica dei Comuni. Gli spazi saranno distribuiti fra 970 strutture in 596 enti. I 56 milioni che avanzano dal plafond originario saranno destinate alle opere diverse dall’edilizia scolastica.

Dal Sole 24 ore dell'8 febbraio 2018

Ctp Treviso. Sottoscrizione elettronica valida solo via Pec.

È giuridicamente inesistente l’avviso di accertamento notificato su carta se, in luogo della firma autografa, viene riportata l’indicazione a stampa del firmatario dell’atto amministrativo con la dicitura «firmato digitalmente».
La sottoscrizione con firma digitale è valida se l’atto viene notificato tramite Pec poiché solo in questo modo è possibile verificare l’identità dell’autore, l’integrità, l’ immodificabilità del documento e la riconducibilità dell’atto all’organo amministrativo titolare del potere di accertamento. A stabilirlo è la sentenza n. 55/01/2018 della Ctp Treviso.
La vicenda scaturisce dal contenzioso instaurato da una società, a seguito dell’impugnazione di un avviso di accertamento con cui l’ufficio contestava svariate violazioni. Il contribuente, tra i vari motivi di ricorso, eccepiva l’obbligatorietà della firma autografa ritenendo non legittima la firma digitale su un atto notificato in forma cartacea.
Nell’accogliere l’eccezione preliminare i giudici ricordano, innanzitutto, che la possibilità di sostituire la firma autografa con quella a stampa riguarda solamente gli atti prodotti da sistemi informativi automatizzati.
L’illegittimità dell’atto, quale vizio insanabile, rappresenta la più grave conseguenza comminata dai giudici, non tanto per effetto della sottoscrizione con la firma digitale, quanto piuttosto per il mancato rispetto dell’ utilizzo della posta elettronica certificata per esternalizzare la pretesa tributaria. Solo con quest’ultima il contribuente avrebbe potuto verificare la paternità dell’atto e la conformità della copia analogica al documento informatico.
Per l’organo giudicante, l’atto «firmato digitalmente» e notificato nei modi ordinari è di fatto un atto non conforme al modello legale se non riporta la firma autografa; in questi casi, l’avviso di accertamento è come se fosse non sottoscritto e, quindi, privo di qualsiasi effetto giuridico.
Muovendo da tali presupposti i giudici sottolineano, inoltre, che nel caso di specie non può neppure operare la presunzione generale di riferibilità dell’atto amministrativo all’organo che lo ha emesso. E ciò anche in ragione del fatto che l’atto non può essere ricondotto all’ente che lo ha emesso, se risulta inficiato il modello legale delle sottoscrizione.

 

Dal Sole 24 ore del 08 febbraio 2018

La disciplina dello split payment si applica dalla data di effettiva inclusione del soggetto nell’elenco e di pubblicazione dello stesso sul sito del dipartimento delle Finanze. Con un messaggio di ieri il dipartimento ha confermato l’efficacia costitutiva degli elenchi split payment pubblicati sul sito, agli effetti dell’applicabilità temporale della disciplina sulla fatturazione a partire dal 1° gennaio 2018. La precisazione, sebbene adottata a tutela del legittimo affidamento degli interessati, rischia di ingenera re errori nei fornitori che, di fatto, saranno continuamente chiamati a verificare se la controparte è inserita nell’elenco, da quando o se è stata cancellata.
Facciamo un passo indietro. L’impostazione del decreto del Mef 23 gennaio 2015, integrato dal decreto 9 gennaio 2018, all’articolo 5-ter, anche se a posteriori, confermava la validità per il 2018 degli elenchi pubblicati il 19 dicembre 2017 che ormai non sono però più gli stessi. Inoltre il procedimento è complesso: diviene impossibile affidare la fatturazione a procedure automatizzate che consentano una normale gestione delle anagrafiche clienti. Si deve assumere come condizione il fatto che, per la fatturazione da parte dei fornitori, la disciplina dello split payment ha effetto dalla data di effettiva inclusione del soggetto cessionario nell’elenco e della pubblicazione dell’elenco sul sito del Dipartimento delle finanze. Quindi ogni soggetto passivo Iva prima di emettere una qualsiasi fattura diretta ad un proprio cliente ente pubblico economico, fondazione e/o società partecipata da enti pubblici, cioè i soggetti indicati dall’articolo 17-ter, comma 1-bis del Dpr 633/1972, diversi dalle società quotate, dovrà preventivamente accedere al sito dedicato internet (http://www1.finanze.gov.it/finanze2/split_payment/public/), inserendo il codice fiscale del cliente, per comprendere se possa trattarsi di soggetti che rientrano o meno nella disciplina della scissione dei pagamenti e del caso da quando. L’unica agevolazione è costituita dalla possibilità di verifica del giorno di decorrenza dell’applicazione dello split payment a ciascun soggetto con l’inserimento di una colonna in cui viene riportata la data di inclusione negli elenchi e di efficacia.
L’effetto è che la decorrenza di applicazione dell’obbligo di scissione dei pagamenti è personalizzata e verso uno stesso soggetto, nel corso del 2018, verranno emesse fatture senza scissione dei pagamenti, fino alla data in cui risulterà fuori dagli elenchi, e con split payment a decorrere dall’inserimento ed efficacia. Potrebbe accadere anche il contrario per coloro che, inseriti, ne dovessero uscire nel corso dell’anno e questo comporterebbe ulteriori disagi, posto che per risolvere il problema, per ogni fatturazione i fornitori dovrebbero consultare gli elenchi suscettibili di potenziali continue modifiche.
Nessuna certezza di necessaria uniformità viene pertanto garantita dal sistema che invece doveva essere assicurata dal principio dell’efficacia costitutiva degli elenchi e dalle regole transitorie di utilizzazione previste dall’articolo 5-ter, commi 3 e 4 del decreto 23 gennaio 2015 di attuazione dell’articolo 17-ter.