Dal Sole 24 ore del 28 marzo 2018

Imprese. Secondo l’orientamento del tribunale di Catanzaro non può essere estesa la disciplina delle società di persone. La riforma del 2003 ha costruito per queste compagini un apparato normativo autonomo.

La riforma del 2003 ha costruito per queste compagini un apparato normativo autonomo
Il socio di società a responsabilità limitata non può esercitare il diritto di recesso «per giusta causa», dal momento che non può essere estesa alla società a responsabilità limitata la regola in tema di recesso per giusta causa recata, in materia di società di persone, dall’articolo 2285, comma 2, del codice civile.
È quanto deciso dal tribunale di Catanzaro, sezione specializzata in materia di impresa, con sentenza del 21 novembre 2017. La decisione della corte calabrese si fonda sull’idea che la «complessiva disciplina» dettata dal legislatore della riforma del diritto societario (il Dlgs 6/2003), «ha costruito», con riferimento alla società a responsabilità limitata, «un apparato normativo tendenzialmente chiuso ed autonomo» rispetto a quello delle società di persone e della società per azioni.
La «disciplina specifica del recesso» dalla Srl risulta infatti ben definita nell’articolo 2473 del Codice civile, «sia per quanto riguarda le cause legittimanti che le modalità di liquidazione della quota del socio receduto», cosicché non è possibile applicare analogicamente la normativa dettata per altri tipi societari.
Nel caso concreto, si è dunque discusso dell’illegittimità del diritto di recesso esercitato dal socio di una Srl, con riferimento alle modalità e alle forme utilizzate per l’esercizio del recesso e alle motivazioni alla base della decisione di recedere, con la conseguenza che, essendo il recesso considerato illegittimo, ne derivava che il socio non avrebbe mai perso tale sua qualità.
Era accaduto, in particolare, che il socio in questione aveva notificato alla società una lettera nella quale aveva comunicato il proprio recesso, senza però rispettare il termine di preavviso di centottanta giorni previsto dalla legge, e senza esplicitare alcuna motivazione. Solo successivamente aveva addotto, a integrazione della sua dichiarazione, una contestazione circa la gestione «poco chiara» della società e circa comportamenti degli organi societari che, a suo dire, avrebbero leso l’onore, la reputazione e la dignità di soggetti strettamente legati alla persona del socio recedente.
Il tribunale di Catanzaro ha rilevato, da un lato, che queste argomentazioni non potevano esser fatte rientrare nell’ambito delle ipotesi per le quali la legge (il già menzionato articolo 2473 Cc) consente l’esercizio del diritto di recesso e, d’altro lato, che nello statuto della società dalla quale il recesso era stato esercitato non erano indicate cause «convenzionali» di recesso (e cioè cause di recesso ulteriori rispetto a quelle previste dalla legge), tenuto conto che il regolamento sociale rimandava «alle sole ipotesi legali».
Il legislatore ha infatti previsto una serie di ipotesi «legali» di recesso: la facoltà di uscire dalla società per unilaterale volere dei soci di Srl gli compete quando «non hanno consentito al cambiamento dell’oggetto o del tipo di società, alla sua fusione o scissione, alla revoca dello stato di liquidazione al trasferimento della sede all’estero alla eliminazione di una o più cause di recesso previste dall’atto costitutivo e al compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto della società» o una «rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci».
Inoltre, se lo statuto lo consente, il socio di Srl può esercitare il recesso ad nutum, vale a dire «in ogni momento», dando però «un preavviso di almeno centottanta giorni» (articolo 2473, comma secondo, del codice civile), «termine che può essere allungato con previsione statutaria, ma non abbreviato».
Dal Sole 24 ore del 21 marzo 2018

Agevolazioni. Per la qualificazione dei programmi ai fini dell’iperammortamento la guida dei princìpi contabili. Applicativi autonomi: deduzione al 40% se si tratta di immobilizzazioni immateriali.

Applicativi autonomi: deduzione al 40% se si tratta di immobilizzazioni immateriali
I principi contabili guidano la qualificazione del software ai fini dell’iperammortamento. Se si tratta di programmi di base necessari al funzionamento del macchinario 4.0, il costo si cumula a quello della macchina su cui spetta la deduzione al 150%. In caso di software «stand alone», spetta invece l’ammortamento 40% purché si tratti di immobilizzazione immateriale secondo l’Oic 24. Per determinare il costo e gli oneri accessori, occhi puntati sull’Oic 16.
Nel calcolo dell’Ires del bilancio 2017, le società fanno i conti per la prima volta con l’iperammortamento. I princìpi contabili sono di ausilio per risolvere diverse questioni, ma restano dubbi su cui si attendono interventi.
Un primo aspetto riguarda il software rientrante nell’allegato B) alla legge 232/16 che, se si è realizzato almeno un investimento «iper», può usufruire della deduzione al 40 per cento. La circolare 4/E/17 ha affermato che l’incentivo riguarda i software «stand alone» anche se acquisiti in licenza d’uso, purché iscrivibili nelle immobilizzazioni immateriali.
L’Oic 24 stabilisce che il software applicativo acquistato a titolo di proprietà, nonché in licenza a tempo indeterminato o determinato si capitalizza quanto alle somme una tantum. Vanno invece a conto economico i canoni periodici o le royalties, che dunque non usufruiscono della agevolazione. Fiscalmente (e dunque anche per il 40%), il software in proprietà oppure in licenza a tempo indeterminato senza limitazioni si deduce in misura non superiore al 50% per ciascun esercizio, mentre la licenza a tempo determinato si ammortizza in base alla durata.
La circolare ha anche previsto che il software integrato acquistato unitamente al macchinario deve considerarsi agevolabile con l’iper del 150 per cento. Poiché il software di base va sempre capitalizzato sul valore del macchinario, il relativo costo si deve ritenere soggetto al 150% anche se acquisito presso un diverso fornitore (Assonime circolare 12/2017).
Rilevano per l’iperammortanento anche gli oneri accessori di diretta imputazione. Per individuarli correttamente sono di aiuto i principi contabili ed in particolare l’Oic 16. A titolo esemplificativo si tratta di: costi di progettazione, trasporti, dazi su importazione, costi di installazione, costi ed onorari di perizie e collaudi, costi di montaggio e posa in opera, costi di messa a punto. Le opere murarie ed edili (ad esempio il basamento di cemento di un macchinario), sono da sommare al costo iper (se sostenute dal 1° gennaio 2017), solo qualora non configurino una autonoma costruzione.
Una questione rilevante riguarda alcuni grandi impianti che, in quanto fissi al suolo, vengono accatastati alla stregua di immobili. La circolare 4/E (parlando di impianti fotovoltaici e eolici) ha chiarito che non sono agevolabili le componenti immobiliari oggetto di stima catastale, mentre rientrano nel bonus le componenti che assolvono a specifiche funzioni nell’ambito del processo produttivo e che non conferiscono all’immobile una utilità comunque apprezzabile (circolare 2/E/16).
È da ritenere che, anche nel caso di «macchinari-immobili», per quantificare il costo iperammortizzabile si debba adottare un criterio funzionale. Dovrebbe usufruire del 150% il costo delle strutture che sono necessarie e specifiche per il processo, come la gabbia metallica dei magazzini verticali, che è parte integrante e insostituibile del meccanismo automatizzato, pur costituendo anche involucro e struttura portante.
Dal Sole 24 ore del 12 marzo 2018

Bilanci. I parametri aggiornati puntano su riscossione e spese rigide. Vanno allegati gli indici vecchi e quelli nuovi.

Capacità di riscossione, indebitamento, disavanzo e rigidità della spesa. Sono i quattro fenomeni scelti per disegnare i nuovi parametri di deficitarietà strutturale (si veda anche Il Sole 24 Ore del 2 marzo) che debutteranno con il rendiconto della gestione 2017, e che dovranno essere calcolati in aggiunta ai vecchi parametri ancora in vigore.
Sono da considerare in condizioni strutturalmente deficitarie gli enti locali che presentano valori deficitari per almeno la metà dei parametri della tabella allegata al rendiconto (articolo 242 del Testo unico degli enti locali). Gli indicatori utilizzati lo scorso anno sono stati fissati con decreto del ministero dell’Interno del 18 febbraio 2013 e restano in vigore fino all’approvazione definitiva dei nuovi.
Tre sono le istanze che hanno mosso la revisione, attesa da tempo: l’esigenza di ripristinare la capacità segnaletica di gravi squilibri di bilancio, persa negli ultimi anni, la necessità di adeguamento alle nuove norme sull’armonizzazione contabile e la richiesta di semplificazione degli adempimenti posti a carico degli enti locali.
Si è pertanto scelto di individuare i nuovi parametri “pescando” all’interno del Piano degli indicatori e dei risultati attesi di bilancio (articolo 18-bis del Dlgs 118/2011, approvati con decreto del ministero dell’Interno del 22 dicembre 2015), applicati per la prima volta al rendiconto della gestione 2016 e al bilancio di previsione 2017-19.
I nuovi indicatori sono otto, uguali per Comuni, Città metropolitane e Province, tutti individuati all’interno del piano degli indicatori. I valori soglia, al di sopra o al di sotto dei quali scatta il semaforo rosso, sono stati fissati partendo dai valori – forniti dalla Banca dati delle amministrazioni pubbliche (Bdap) – mostrati da ciascun indicatore nel piano allegato al rendiconto 2016 (i calcoli sono stati condotti su un campione pari al 69 per cento dei Comuni e al 76 per cento degli enti di area vasta).
Passando all’analisi di ogni indicatore e del rispettivo valore limite, occorre tener presente che nei Comuni l’incidenza delle spese rigide (ripiano del disavanzo, personale e debito) sulle entrate correnti non deve essere superiore al 47 per cento.
Il parametro relativo all’incidenza degli incassi delle entrate proprie sulle previsioni definitive di parte corrente deve essere pari almeno al 26 per cento, mentre l’effettiva capacità di riscossione, cioè il rapporto fra totale incassi (competenza e residui) e totale accertamenti più residui iniziali, deve raggiungere almeno il 55 per cento. Non devono essere presenti anticipazioni chiuse solo contabilmente.
La sostenibilità dei debiti finanziari deve restare sotto a quindici, mentre la sostenibilità del disavanzo effettivamente a carico dell’esercizio rapportato alle entrate correnti non deve essere maggiore di 1,20. Infine, il rapporto fra debiti fuori bilancio riconosciuti e finanziati e il totale degli impegni dei Titoli I e II non deve superare uno, e il rapporto fra i debiti in corso di riconoscimento più quelli riconosciuti e in corso di finanziamento e le entrate correnti non deve essere superiore a 0,60. Il valore limite è diverso per le Province e Città metropolitane.
Prima di passare però all’adozione dei nuovi parametri, si è scelto di verificare le soglie anche sui valori che gli indicatori prescelti assumeranno nel rendiconto in corso di approvazione. È pertanto importante che gli enti locali in sede di rendiconto 2017 prestino attenzione alle modalità di calcolo e compilino i campi degli otto indicatori da sottoporre ai parametri.
Queste considerazioni valgono ancor di più per le Comunità montane, soggette anch’esse all’istituto della deficitarietà strutturale, per le quali l’insufficienza dei dati a disposizione non ha consentito l’elaborazione di alcuna soglia.

Da Quotidiano enti locali del 5 Marzo 2018

I contratti di lavoro stipulati da una società partecipata in violazione della legge sono nulli, fermo restando il diritto alla retribuzione del lavoratore, in base all’articolo 2126 del codice civile. Secondo la pronuncia della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – n. 4358/2018 ,l’articolo 19, comma 4, del Dlgs 175/2016 (testo unico sulle società a partecipazione pubblica) non ha portata innovativa, ma si limita a rendere esplicita una conseguenza già desumibile dai principi generali dell’ordinamento giuridico in tema di nullità virtuali.
Sulla base di questo assunto la Suprema Corte conferma la sentenza della Corte di Appello di Cagliari la quale, capovolgendo l’esito della decisione di primo grado, respinge il ricorso proposto dal dipendente di una società pubblica che aveva chiesto al giudice la dichiarazione di nullità del termine apposto a un contratto di lavoro a tempo determinato, nonché la conseguente condanna della società alla riammissione del lavoratore in organico e al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni maturate con decorrenza dalla cessazione del rapporto.

La motivazione
È ben vero, sostengono i giudici del riesame, che il datore di lavoro si è avvalso del contratto di lavoro a termine in dispregio dei presupposti che ne legittimano l’impiego, ma ciò non basta per giustificare la riammissione del dipendente nei ruoli della società, stante la specifica disciplina in vigore per le assunzioni di personale nelle partecipate.
Si osserva che il contratto di lavoro oggetto della sentenza fu stipulato nel 2010, cioé quando l’articolo 18 del Dl 112/2008 (convertito in legge 133/2008) obbligava le società a totale partecipazione pubblica ad adottare metodi di reclutamento del personale nel rispetto dei principi dettati dall’articolo 35, comma 3, del Dlgs 165/2001 (testo unico sul pubblico impiego).
Il comma 2 dello steso articolo 18 imponeva alle «altre società a partecipazione pubblica totale o di controllo» di adottare «con propri provvedimenti criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi, anche di derivazione comunitaria, di trasparenza, pubblicità e imparzialità».
Il susseguente comma 2-bis prevedeva, inoltre, che «le disposizioni che stabiliscono, a carico delle amministrazioni elencate dall’articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2001 modificazioni, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale si applicano, in relazione al regime previsto per l’amministrazione controllante, anche alle società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo che siano titolari di affidamenti diretti di servizi pubblici locali senza gara, ovvero che svolgano funzioni volte a soddisfare esigenze di interesse generale aventi carattere non industriale né commerciale, ovvero che svolgono attività nei confronti della pubblica amministrazione a supporto di funzioni amministrative di natura pubblicistica inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione».

Partecipate nell’orbita della Pa
Questo sistema normativo ha sortito l’effetto di attrarre nell’orbita della Pubblica amministrazione le società partecipate, le quali, ancorché dotate di una veste giuridica privatistica, permangono tuttora soggette ai vincoli procedurali e ai metodi di reclutamento del personale tipici del pubblico impiego.
Come si legge nella sentenza in commento, il legislatore «ha inteso estendere alle società partecipate i vincoli procedurali imposti alle amministrazioni pubbliche nella fase del reclutamento del personale, perché l’erogazione di servizi di interesse generale pone l’esigenza di selezionare secondo criteri di merito e di trasparenza i soggetti chiamati allo svolgimento dei compiti che quell’interesse perseguono».
Di conseguenza, scrivono i giudici, «il mutamento della veste giuridica dell’ente non è sufficiente a giustificare la totale eliminazione dei vincoli pubblicistici, ove la privatizzazione non assuma anche connotati sostanziali, tali da determinare l’uscita delle società derivate dalla sfera della finanza pubblica».
La ricerca di un punto di equilibrio nel contemperare l’interesse pubblico con quello privato traspare anche dall’articolo 1, comma 3, del Dlgs 175/2016, secondo cui «per tutto quanto non derogato dalle disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di diritto privato».
La deroga di carattere pubblicistico è ravvisabile (tra l’altro) nella disciplina del reclutamento del personale per le società partecipate, per cui la Cassazione ritiene che l’omesso esperimento delle procedure selettive previste dall’articolo 18 del Dl 112/2008 – ora trasfuso in parte qua nell’articolo 19 del dlgs 175/2016 – determini la nullità del contratto ai sensi dell’articolo 1418, comma 1, del codice civile, posto che la violazione di legge attiene al momento genetico e agli aspetti essenziali della fattispecie negoziale in esame.

Dal Sole 24 ore del 1 marzo 2018
Cassazione. Riconfermata la limitazione del periodo oltre il quale decadono le notifiche di accertamento. Il motivo: è un’imposta per la quale non sono previste sanzioni penali.
Il raddoppio dei termini di decadenza per la notifica degli accertamenti derivanti da comunicazioni di notizia di reato tributario non si applica alle dichiarazioni Irap in quanto si tratta di un’imposta per la quale non sono previste sanzioni penali. A confermare questo principio è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n.4758 depositata ieri.
Una società impugnava un avviso di accertamento contenente contestazioni ai fini delle imposte sui redditi, Iva e Irap derivanti dall’utilizzo di fatture oggettivamente inesistenti. Gli atti erano notificati oltre l’ordinario termine di decadenza stante appunto la violazione penale tributaria,
Tra i vari motivi di ricorso, la contribuente evidenziava l’illegittima applicazione del raddoppio dei termini di accertamento, tuttavia sia la Ctp sia la Ctr respingevano il gravame ritenendo corretto l’operato dell’Ufficio
La società ricorreva allora per cassazione evidenziando in estrema sintesi che nella specie non poteva ritenersi operante il raddoppio dei termini. Più in particolare doveva trovare applicazione, anche per il passato, la nuova norma contenuta nella legge 208/2015 che aveva soppresso la disposizione sul raddoppio dei termini.
In sostanza poiché la norma non prevedeva alcuna specifica clausola di salvaguardia per gli accertamenti notificati precedentemente alla sua entrata in vigore, l’abrogazione riguardava anche il passato.
La Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente ma solo con riferimento all’Irap.
Secondo i giudici di legittimità, la nuova norma che ha soppresso il citato raddoppio dei termini non trova applicazione per gli atti notificati in precedenza e relativi ai pregressi periodi di imposta.
Per tali atti valgono infatti le differenti regole vigenti in passato, poi modificate dal Dlgs 128/2015.
Prima dell’entrata in vigore di tale decreto non era neanche necessaria la presentazione della denuncia alla Procura essendo sufficiente l’insorgenza di seri indizi di reato. A nulla rilevava, peraltro, l’archiviazione del procedimento o l’estinzione del delitto (ad esempio per intervenuta prescrizione).
Relativamente all’Irap invece il ricorso è stato ritenuto fondato in quanto si tratta di un’imposta per la quale non sono previste sanzioni penali ed è evidente – secondo la Cassazione – che non possa operare la disciplina del raddoppio dei termini di accertamento
La pronuncia consolida un principio già espresso varie volte in tema di Irap dai giudici di legittimità. A fronte però di tale costante orientamento occorre rilevare che l’agenzia delle Entrate continua ad avvalersi (a questo punto indebitamente) del citato raddoppio dei termini anche per l’Irap costringendo così il contribuente ad impugnare l’atto per vedersi applicare una regola ormai pacifica.
In molti casi peraltro, si tratta di accertamenti che potevano essere tempestivamente emessi nei termini senza ricorrere al raddoppio. Vi è ora da sperare che dopo questa ennesima pronuncia venga rivista tale prassi operativa.