In ambito societario i destinatari delle norme di cui al D.Lgs. n. 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate.

La Corte di Cassazione (Sez. 3 Pen., Sent. n. 41259/2018), intervenendo riguardo al fenomeno dell’attribuzione di cariche societarie a una c.d. «testa di legno», ossia a un soggetto privo di qualsivoglia possidenza patrimoniale e, di regola, senza alcun potere d’ingerenza nella gestione della Società, ha precisato che i destinatari delle norme di cui al D.Lgs. n. 74/2000 vanno individuati «sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta», sicché del reato fiscale deve rispondere, quale autore principale, l’amministratore «di fatto», ossia il soggetto che esercita in concreto funzioni di gestione e controllo della persona giuridica, pur in assenza di una regolare e vigente investitura formale, mentre l’amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento, a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Per la Suprema Corte, dunque, con riguardo ai reati fiscali, la questione della ripartizione della responsabilità penale in ambito societario, nel caso in cui accanto a un amministratore di diritto operi quello che è denominato amministratore «di fatto» (figura legislativamente prevista dall’art. 2639 cod. civ.), deve essere valutata ponendo l’accento non sul dato formale (amministratore di diritto, prestanome) ma sul criterio funzionalistico o dell’effettività, per cui il dato fattuale della gestione sociale deve prevalere su quello solo formale.

Questa interpretazione ha come conseguenza che è l’amministratore «di fatto» a dover essere qualificato quale autore principale del reato fiscale (ad es., omessa dichiarazione, omesso versamento d’imposte, occultamento/distruzione della contabilità etc.), mentre l’amministratore di diritto, mero «prestanome» o «testa di legno», assume la posizione di concorrente, per mancato impedimento dell’evento ai sensi degli articoli 40, comma secondo, cod. pen. 1 e 2932 cod. civ.2, a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Per quanto riguarda il soggetto che, secondo l’interpretazione della giurisprudenza di legittimità, va riconosciuto come autore principale del reato fiscale, va detto che: l’amministratore «di fatto» è colui il quale, non formalmente investito della carica, s’ingerisce ugualmente nell’amministrazione, esercitando poteri gestori.

Per la Cassazione, come si vedrà in seguito, si deve trattare di esercizio di funzioni riservate alla competenza degli amministratori di diritto con carattere di continuità.

Il legislatore in occasione della riforma del diritto societario del 2003, ha codificato il principio dell’equiparazione dell’amministratore di fatto a quello di diritto nell’art. 2639 del cod. civ., secondo cui è amministratore di fatto chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici e inerenti alla qualifica o funzione.

Come si è detto, la giurisprudenza della Suprema Corte ha da tempo attribuito rilievo, ai fini dell’individuazione della responsabilità per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74/00, all’esercizio effettivo dei poteri di gestione dell’impresa da parte di soggetti privi della relativa qualifica.

Al riguardo, si è sostenuto che il principio dell’equiparazione dell’amministratore «di fatto» a quello di diritto, sancito dall’articolo 2639 del cod. civ., è da considerare applicabile sia ai reati societari sia a quelli tributari, poiché la norma, ancorché riferita esplicitamente ai reati societari previsti dal Codice civile, contiene la codificazione di un principio generale applicabile ad altri settori penali dell’ordinamento (v. Cass. n. 7203 del 2008). Tale principio incide non solo sulla configurabilità del concorso dell’amministratore «di fatto» nei reati commissivi, ma anche in quelli omissivi propri, nel senso che autore principale del reato è proprio l’amministratore «di fatto», salva la partecipazione di estranei all’amministrazione secondo le regole del concorso di persone nel reato (Cass. Sez. 3 Pen., n. 38780/2015 e n. 23425/2011 già cit.).

Perciò, anche rispetto ai reati fiscali trova spazio la sostanziale parificazionedell’amministratore «di fatto» a quello di diritto; equiparazione che opera sempre chesussistano le condizioni previste dall’articolo 2639 del cod. civ. per riconoscere nelsoggetto agente la qualità di amministratore «di fatto» della compagine societaria.

La giurisprudenza della Cassazione individua l’amministratore «di fatto» nel soggetto che eserciti in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione; “significatività” e “continuità” non comportano necessariamente l’esercizio di “tutti” i poteri propri dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale (cfr. Cass. n. 22108/2015; v. anche Cass. n. 15065/2011).

Ad esempio è stato ritenuto responsabile del reato fiscale contestato alla Società, nella veste di amministratore «di fatto»:

Il socio che ha intrattenuto rapporti con le banche, i clienti, i fornitori e i professionisti, come il commercialista incaricato nella tenuta della contabilità ( v. Cass. Sez. 3 Pen. N. 47239/2016, relativa al reato di omesso versamento di IVA ex art. 10 – ter del D. Lgs 74/2000;

Venendo ora al caso deciso dalla Suprema Corte con la sentenza qui in esame, l’amministratore «di fatto» è stato individuato sulla base dei seguenti indici sintomatici:

– la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento IVA;

– la permanenza della delega ad operare sul conto della società;

– la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’indagato.

Il Collegio di legittimità ha esaminato il ricorso proposto da un soggetto accusato del reato di omesso versamento di IVA, ai sensi dell’articolo 10-ter del D.Lgs. n. 74/00, quale amministratore «di fatto» di una S.r.l.

In relazione a tale accusa, il Gip ha disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, nei confronti sia dell’indagato-persona fisica sia della Società, fino alla ricorrenza di un milione euro. La misura cautelare è stata poi confermata dal Tribunale del riesame. Da qui nasce il giudizio in Cassazione, in cui la Difesa – per quanto è qui di interesse – ha lamentato l’illegittimità del provvedimento per la mancanza del presupposto costituito dal fumus della commissione del reato da parte del ricorrente.

Secondo la Difesa, il Tribunale avrebbe dovuto escludere la ricorrenza del fumus del reato di cui all’art. 10 D.Lgs. 74/2000 – requisito legittimante il provvedimento sequestro -, posto che il ricorrente era rimasto in carica fino al 10/12/2014, sicché la responsabilità penale per il mancato versamento dell’IVA relativa al 2013 andava individuata in capo al nuovo amministrare, subentrato l’11/12/2014 e ancora in carica al 27/12/2014, termine per il pagamento.

Ebbene, i Massimi non hanno accolto il motivo di ricorso, poiché il Giudice di merito ha rilevato la sussistenza di plurimi elementi sulla base dei quali poter riconoscere nel ricorrente il vero dominus e il punto di riferimento della Società.

Il Tribunale ha considerato, infatti, il permanere della delega a operare sul conto corrente societario e il fatto che il legale rappresentante in carica risponde al nome di una cittadina tunisina, anch’essa indagata, non reperibile sul territorio nazionale oltreché nullatenente, sebbene risultata (alla stregua di accertamenti di polizia giudiziaria) legale rappresentante di altre Società, in due delle quali è risultata evidente la cointeressenza del ricorrente. E pertanto, per quest’ultimo, il giudizio di legittimità si è risolto con un nulla di fatto.

Gli Ermellini, nel respingere il ricorso, hanno osservato che: «In tema di reati fiscali, i destinatari delle norme di cui alla legge 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta.

Corretta risulta, quindi, l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, da parte del giudice dei riesame, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali:

– la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento Iva;

– la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’imputato».

Secondo costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, «Del reato di omessa presentazione della dichiarazione ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, l’amministratore di fatto risponde quale autore principale, poiché titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l’azione dovuta, mentre l’amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento (artt. 40, comma secondo, cod. pen. e 2932 cod. civ.), a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice» (v., in particolare, Cass. Sez. 3 Pen. n. 38780/2015).

Da Il Sole 24 ore del 20 ottobre 2018
Corsa per chiudere i contratti e utilizzare la coda temporale del prossimo anno. La consegna o l’effettuazione dell’appalto deve avvenire entro giugno e dicembre 2019.
Per investimenti iper e super ammortizzabili, corsa alla chiusura dei contratti con acconto del 20%, per utilizzare la coda temporale del 2019. In attesa di conoscere la sorte degli incentivi nella legge di Bilancio 2019, le imprese che stanno pianificando investimenti da realizzare nel prossimo anno possono fare affidamento sulle norme in vigore che, seppur in scadenza a fine 2018, prevedono un prolungamento nel prossimo anno.
Bonus a termine
L’agevolazione per superammortamento (che riguarda, oltre alle imprese, i professionisti) rinnovata dalla legge 205/2017 e che probabilmente non verrà riproposta dalla legge di Bilancio nell’assetto attuale, prevede una maggiorazione del 30% del costo dei beni ai fini della deduzione delle quote di ammortamento o dei canoni di leasing (risparmio Ires pari al 7,2%).
L’incentivo riguarda acquisti di beni strumentali nuovi (escluse le autovetture, anche se strumentali) effettuati sino al 31 dicembre 2018, oppure anche nel primo semestre 2019, in presenza di ordini chiusi entro fine anno con pagamento di un acconto almeno del 20%. Stessa scadenza per l’iperammortamento al 150% sugli interventi industria 4.0 con le caratteristiche dell’allegato A) alla legge 232/2016 (risparmio Ires 36%), ma in questo caso la coda temporale per effettuare gli investimenti (sempre con ordini e acconti del 20% entro fine anno) si protrae fino al 31 dicembre 2019. In entrambi i casi, chi intende avvalersi delle due agevolazioni deve prestare attenzione alla formalizzazione delle condizioni previste dalla norma.
Ordine e acconto
In primo luogo, occorre che entro il 31 dicembre 2018 venga accettato l’ordine dal fornitore o, in generale, venga stipulato un accordo contrattuale vincolante che ha ad oggetto l’investimento. Non sono richieste forme particolari, quindi potrà trattarsi di proposte accettate o di scritture private secondo le ordinarie prassi in uso nell’impresa. Neppure è richiesto che i documenti abbiano una data certa.
Dovrà inoltre essere versato al fornitore un acconto almeno pari al 20% del costo risultante dal contratto. In presenza di ordine e acconto pagato al fornitore, la scelta, anche dopo il 31 dicembre 2018, di avvalersi di una società di leasing, non invalida la tempestività della «prenotazione» (risoluzione 132/E/2017). Se il costo a consuntivo supera, per revisione prezzo o per altre cause, quello del contratto, rendendo apparentemente incapiente l’acconto, non c’è da preoccuparsi: l’importo coperto dall’acconto resta agevolabile, mentre non lo sarà l’eccedenza. Ad esempio, con un ordine a fine 2018 per 100mila euro e acconto versato di 20mila euro, la iper-deduzione su 100mila è comunque valida anche se il costo finale sale, nel 2019, a 120mila euro, rendendo l’acconto inferiore al 20%. In questo senso si è espressa l’Agenzia nel corso del videoforum del Sole 24 Ore del 24 maggio 2018.
Il limite del 2019
Terminata la contrattualizzazione a fine 2018, occorre verificare che l’effettuazione dell’investimento venga attuata entro la data limite: 30 giugno 2019 per il superammortamento 30% e 31 dicembre 2019 per l’iperammortamento 150 per cento. Le regole sono note: consegna o spedizione per le ordinarie compravendite; ultimazione per gli appalti.
Non serve che il bene entro la data limite sia entrato in funzione e neppure, per l’iperammortamento, che sia realizzata l’interconnessione e redatta la perizia. Queste due condizioni riguardano infatti l’avvio della deduzione e non l’effettuazione. Quindi, se il bene è consegnato nel 2019, ma entra in funzione e viene interconnesso nel 2020, la deduzione 150% (che partirà dal 2020) è garantita.
Da Il Sole 24 ore del 19 ottobre 2018

Cassazione. Non c’è forza maggiore se il mancato versamento non ha cause esterne.

Non può integrare la causa di forza maggiore idonea ad escludere il reato di omesso versamento delle ritenute la scelta dell’imprenditore di destinare le risorse finanziarie disponibili al pagamento dei dipendenti e fornitori e non alle imposte. In tal modo infatti nonostante la crisi di liquidità, l’impresa si è finanziata con somme incamerate a titolo di sostituto di imposta non trattandosi quindi di fatti commessi per forza maggiore.
A ribadire questo rigoroso principio è la Corte di cassazione con la sentenza 47482 depositata ieri.
Il rappresentante legale di una società era stato condannato nei due gradi di giudizio per omesso versamento delle ritenute di acconto operate sugli stipendi dei dipendenti per tre anni di imposta.
L’imputato ricorreva così in Cassazione lamentando un’omessa valutazione dell’insussistenza dell’elemento psicologico atteso che la situazione di difficoltà economica dell’impresa aveva impedito di adempiere all’obbligo di versamento. Peraltro, aveva ottenuto un mutuo ipotecario per fronteggiare la crisi con il quale aveva avviato il pagamento a rate del debito tributario.
La Cassazione, confermando la decisione di appello, ha innanzitutto ricordato che in tema di reati fiscali omissivi l’inadempimento dell’obbligazione tributaria può essere attribuito a forza maggiore solo quando deriva da fatti non imputabili all’imprenditore.
La giurisprudenza di legittimità ha escluso che possa esistere forza maggiore nella mancanza della provvista necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria per effetto di una scelta politica imprenditoriale.
Ne consegue che quando esiste il margine di scelta va esclusa la forza maggiore, così come la poca liquidità è destinata al pagamento di altri debiti, poiché è dimostrato in atti che l’imprenditore ha adottato una propria politica imprenditoriale. Peraltro, non può essere invocata la causa di forza maggiore quando l’inadempimento è stato concausato dal mancato pagamento di singole scadenze mensili.
Nella specie, la crisi di liquidità si trascinava già da tempo e l’amministratore ha deciso di destinare le risorse disponibili non in favore dell’Erario, bensì per la prosecuzione dell’impresa, pagando cioè i dipendenti e i fornitori.
Peraltro, le azioni volte all’ottenimento di finanziamenti da terzi garantiti con il proprio patrimonio personale, non erano sufficienti ad escludere la responsabilità penale, poiché la crisi di liquidità non era stata improvvisa, bensì derivava da un lungo precedente periodo, con la conseguenza che l’imprenditore avrebbe potuto destinare tali somme anche diversamente.
In tema di ritenute, al fine di evitare possibili conseguenze penali in caso di crisi di liquidità, occorre ripartire le risorse esistenti all’atto della corresponsione delle retribuzioni in modo da poter adempiere al proprio obbligo tributario anche se ciò comporta l’impossibilità di pagare i compensi ai dipendenti nel loro intero ammontare.
Pertanto l’imprenditore che decida di versare interamente gli stipendi omettendo il pagamento delle somme all’erario, non può discolparsi per l’assenza dell’elemento psicologico del reato.

Da Il Sole 24 ore del 18 ottobre 2018

Quanto pagato prima dell’arrivo del decreto resterà «acquisito».

Con un colpo di spugna lungo undici anni, dal 2000 al 2010, saranno automaticamente annullati i debiti a ruolo di importo residuo fino a mille euro, che risultano dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010.
L’importo di mille euro, per singolo carico, va calcolato alla data di entrata in vigore del decreto fiscale, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni. Sulla cancellazione dei vecchi ruoli, stando all’ultima bozza, è stabilito che l’annullamento sarà effettuato entro il 31 dicembre 2018, per consentire il regolare svolgimento dei necessari adempimenti tecnici e contabili. Ai fini del conseguente discarico, senza oneri amministrativi a carico dell’ente creditore, e dell’eliminazione dalle relative scritture patrimoniali, l’agente della riscossione trasmette agli enti interessati l’elenco delle quote annullate su supporto magnetico o in via telematica.
Con riferimento ai debiti annullati:
le somme versate anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto restano definitivamente acquisite;
le somme versate dalla data di entrata in vigore del decreto sono imputate alle rate da corrispondere per altri debiti eventualmente inclusi nella definizione agevolata anteriormente al versamento o, in mancanza, a debiti scaduti o in scadenza e, in assenza di questi, sono rimborsate.
A questo fine, l’agente della riscossione presenta all’ente creditore richiesta di restituzione delle somme eventualmente riscosse dalla data di entrata in vigore del decreto legge e fino al 31 dicembre 2018, riversate a norma dell’articolo 22 del decreto legislativo n. 112 del 1999. In caso di mancata erogazione nel termine di novanta giorni dalla richiesta, l’agente della riscossione è autorizzato a compensare il relativo importo con le somme da riversare.
Per il rimborso delle spese per le procedure esecutive poste in essere in relazione ai debiti annullati, concernenti i carichi erariali e, limitatamente alle spese maturate negli anni 2000 -2013, quelli dei comuni, l’agente della riscossione presenta, entro il 31 dicembre 2019, sulla base dei crediti risultanti dal proprio bilancio al 31 dicembre 2018, e fatte salve le anticipazioni eventualmente ottenute, apposita richiesta al ministero dell’Economia e delle finanze.
Il rimborso sarà effettuato, a decorrere dal 30 giugno 2020, in venti rate annuali, con onere a carico del bilancio dello Stato. Per i restanti carichi, la richiesta del rimborso dovrà essere presentata al singolo ente creditore, che provvede direttamente al rimborso, fatte salve, anche in questo caso, le anticipazioni eventualmente ottenute, con oneri a proprio carico e con le modalità e negli stessi termini sopra specificati.
Sono esclusi dalla cancellazione dei debiti fino a mille euro i carichi affidati agli agenti della riscossione recanti:
– risorse proprie tradizionali;
– Iva riscossa all’importazione;
– somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato;
– crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti;
– multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna.
Questi carichi, pertanto, resteranno in affidamento agli agenti della riscossione, che potranno continuare le loro operazioni di riscossione.

Da Il Sole 24 ore del 16 ottobre 2018
Domanda entro il 30 aprile Pagamento, senza interessi di mora e sanzioni, in 5 anni. I requisiti di ammissione per chi è decaduto dalla seconda edizione.
Riammissione incondizionata per i contribuenti decaduti dalla prima sanatoria, mentre chi è entrato nella rottamazione-bis deve allinearsi ai pagamenti mancanti entro il 7 dicembre. La rottamazione-ter ha un intreccio complicato con le due precedenti versioni della definizione dei ruoli. Occorre dunque che sul punto lo schema di Dl fiscale collegato alla manovra non lasci margini di ambiguità, anche in considerazione dell’imminente scadenza della rottamazione-bis.
La nuova rottamazione
Le regole sono in larga parte mutuate dalla disciplina precedente. Sono ammessi alla definizione tutti gli affidamenti eseguiti all’agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 sino alla fine del 2017. Lo sconto è rappresentato dall’azzeramento delle sanzioni e degli interessi di mora e l’istanza va presentata entro il 30 aprile 2019. Con la trasmissione della domanda, inoltre, si bloccano tutte le procedure esecutive e cautelari (fermo amministrativo e ipoteca). È altresì confermato che la rottamazione si perfeziona solo con l’integrale e tempestivo pagamento di tutte le rate di legge. Non c’è spazio quindi al lieve inadempimento. Il pagamento può essere sempre eseguito attraverso la compensazione con i crediti certificati per appalti e forniture vantati verso la pubblica amministrazione. Una delle novità di maggior rilievo è rappresentata dalla tempistica dei versamenti delle somme dovute. Nello schema di decreto legge sono infatti previste due rate annuali, scadenti il 31 luglio e il 30 novembre di ogni anno, per un massimo di cinque annualità. Proprio questo sensibile allungamento dei termini ha richiesto un raccordo con le precedenti versioni della rottamazione, al fine di “ripescare” i contribuenti che non ce l’hanno fatta a rispettare le vecchie scadenze.
La prima rottamazione
I debitori che hanno presentato la domanda entro il 21 aprile 2017, in base all’articolo 6 del Dl 193/2016, e che per qualsiasi motivo non fossero riusciti a onorare l’impegno a pagare gli importi dovuti, non hanno potuto beneficiare della riapertura dei termini disposta con l’articolo 1 del Dl 148/2017 (seconda rottamazione). Quest’ultima norma, infatti, li escludeva espressamente, con la sola eccezione di chi non aveva versato le rate scadute a fine 2016 delle dilazioni in essere al 24 ottobre 2016. Nel nuovo decreto legge i decaduti della prima sanatoria sono invece ammessi senza condizioni di sorta, in considerazione della indubbia maggiore convenienza della disciplina. Non rilevano eventuali debiti scaduti di dilazioni pregresse.
La seconda rottamazione
Gli ammessi alla definizione, secondo l’articolo 1 del Dl 148/2017, rientravano in tre tipologie:
a) soggetti con carichi affidati dal 1°al 30 settembre 2017;
b) soggetti con carichi ante 2017 che, dopo aver presentato domanda per la prima rottamazione, se la sono vista rigettare per non aver pagato integralmente le rate scadute a fine 2016 riferite a dilazioni pregresse;
c) soggetti con carichi ante 2017 mai inclusi in precedenti istanze di definizione agevolata.
Nei casi a) e c) è possibile rientrare nei benefici della rottamazione-ter solo pagando entro il 7 dicembre tutte le rate scadute sino a ottobre 2018. Si tratta di una rimessione in termini la cui attuazione rappresenta una condizione di accesso alla terza rottamazione. Una volta rispettata la scadenza del 7 dicembre, le somme residue, pari al 20% del totale, potranno essere pagate entro cinque anni. Come si vede, se la norma non cambia, la convenienza a passare dalla rottamazione-bis a quella ter non è molto elevata, poiché riguarda una porzione minoritaria del carico complessivo.
I contribuenti che si trovavano nel caso b (ripescati dalla prima rottamazione) avrebbero dovuto pagare in un’unica soluzione le rate scadute a fine 2016 entro lo scorso mese di luglio. In questo caso è stabilito che se il debitore non ha ottemperato a tale obbligo può accedere alla rottamazione-ter senza condizioni di sorta e per il totale del carico residuo.
Da Il Sole 24 ore del 15 ottobre 2018

Se manca il ruolo della persona che ha firmato la ricevuta.

L’ingiunzione fiscale notificata dal Comune è di per sé nulla quando la relata di notifica dell’atto impositivo sottostante non riporta la qualifica della persona che l’ha firmata per ricevuta. Infatti, pur essendo la relata un atto pubblico, le affermazioni rilasciate da coloro che ricevono gli atti non sono coperte da fede pubblica e – come tali – sono contestabili di fronte al giudice tributario. Sono queste le conclusioni cui è giunta la sezione 14 della Ctp Milano, con la sentenza 3870 depositata il 20 settembre 2018 (presidente Citro, relatore Benedetti).
Il caso
La pronuncia nasce dal ricorso proposto da uno studio associato di avvocati contro un’ingiunzione di pagamento con cui il Comune di Milano pretendeva la riscossione della tassa rifiuti per le annualità 2011-15.
Lo studio lamentava di non aver mai ricevuto gli avvisi di accertamento e – a riprova di tale assunto – evidenziava che in tutte le relate di notifica degli atti impositivi non era riportata l’indicazione della qualifica della persona che le aveva firmate per ricevuta.
La norma
La notifica degli atti impositivi deve avvenire nel rispetto dell’articolo 60 del Dpr 600/73, che, a sua volta, rinvia al Codice di procedura civile.
Oltre che a mezzo posta (anche certificata), la notifica può essere effettuata dai messi comunali o dai messi autorizzati dall’ufficio, presso la residenza del contribuente, nel proprio ufficio o nel luogo di svolgimento dell’attività, nelle mani del medesimo o di un familiare, se convivente, o di persona addetta alla casa o, ancora, al vicino di casa o al portiere dello stabile, sussistendo la presunzione di futura consegna dell’atto al contribuente.
Se si tratta di persone giuridiche, invece, la notifica può avvenire nella sede legale, o, in subordine, presso una sede secondaria o amministrativa, nelle mani della persona addetta alla ricezione degli atti.
In entrambi i casi, comunque, l’ufficiale giudiziario è tenuto a certificare l’eseguita notificazione mediante una specifica relazione (detta “relata di notifica”) da lui datata e sottoscritta, apposta in calce all’originale e alla copia dell’atto. Inoltre, nella relata di notifica devono essere riportate la persona alla quale è consegnata la copia e le sue qualità, nonché il luogo della consegna, oppure le ricerche, anche anagrafiche, fatte dall’ufficiale giudiziario, i motivi della mancata consegna e le notizie raccolte sulla reperibilità del destinatario.
La decisione
Nell’accogliere il ricorso, la Ctp di Milano ha precisato innanzitutto che, non essendo le attestazioni riportate da colui che ha ricevuto l’atto coperte da fede pubblica, esse sono contestabili dinanzi al giudice tributario.
Siccome, nel caso di specie, non è stata riportata nella relata di notifica la qualifica del ricevente, non vi è alcuna certezza che gli avvisi di accertamento sottostanti siano stati, di fatto, ricevuti dallo studio ricorrente. Pertanto, così come statuito dal consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, il vizio di notifica dell’atto presupposto rende l’atto stesso inesistente e, perciò, nulli tutti gli atti successivi.
Da Il Sole 24 ore del 10 ottobre 2018

Per il passaggio al nuovo regime bisogna prima pagare l’Iva sulle rimanenze.

Rischia di diventare piuttosto salato il passaggio alla flat tax per le imprese commerciali. Dal 2019, infatti, prima di applicare la tassa piatta, i contribuenti potrebbero dover pagare l’Iva sulle rimanenze di magazzino e sui beni strumentali. È questo uno dei problemi più rilevanti per le imprese commerciali che al 31 dicembre 2018 avranno merci in rimanenza o beni ammortizzabili, compresi i beni immateriali, per i quali non sono ancora trascorsi quattro anni dalla loro entrata in funzione o dieci anni dalla data di acquisto o di ultimazione se si tratta di fabbricati o loro porzioni.
L’aumento del limite dei ricavi o compensi per accedere al regime forfettario, che potrebbe arrivare a 65mila euro, con la cosiddetta flat tax al 15%, è destinato a incrementare la platea dei contribuenti forfettari.
I contribuenti che, dal 2019, intendono passare dal regime normale «Iva da Iva» applicato nel 2018 al regime forfettario, dovranno, però, fare le opportune valutazioni sulle quali pesa anche l’effetto semplificazioni, in materia di minori adempimenti per i forfettari, quali l’esonero dalla fatturazione elettronica, e l’esclusione dall’Iva e dalle liquidazioni periodiche Iva.
In questa valutazione, un importante peso potrebbe averlo la determinazione dell’Iva da pagare a seguito del passaggio dal regime normale «Iva da Iva» (imposta per cessioni e/o prestazioni, meno Iva detraibile per gli acquisti) al regime forfettario. Valgono le regole in materia di rettifica Iva che comportano la rettifica dell’Iva già detratta negli anni in cui si è applicato il regime ordinario.
La regola generale prevede la rettifica e il pagamento dell’Iva relativa a beni e servizi non ancora ceduti o non ancora utilizzati, in un’unica soluzione senza attendere il materiale impiego dei servizi, fatta eccezione per i beni ammortizzabili, compresi i beni immateriali, la cui rettifica va fatta solo se non sono ancora trascorsi quattro anni da quello della loro entrata in funzione, o dieci anni dalla data di acquisto o di ultimazione se si tratta di fabbricati o loro porzioni. Le norme in materia di rettifica Iva si applicano anche ai beni immateriali. I fabbricati o porzioni di fabbricati sono comunque considerati beni ammortizzabili e il periodo di rettifica è stabilito in dieci anni, decorrenti da quello di acquisto o di ultimazione.
Si può fare l’esempio di un commerciante al dettaglio che chiuderà l’anno 2018 con una rimanenza di merci acquistate con aliquota Iva del 22% per un ammontare complessivo di 100mila euro. Il contribuente non ha beni immobili strumentali. Gli altri beni strumentali e i beni immateriali sono stati interamente ammortizzati e non sono soggetti a rettifica, in quanto sono trascorsi più di quattro anni dalla loro entrata in funzione. In pratica, il nostro contribuente, per passare nel 2019 dal regime normale «Iva da Iva» al regime forfettario, in quanto in possesso dei requisiti per applicare il forfettario, dovrà versare 22mila euro di Iva, cioè il 22% sui 100mila euro di merci esistenti in magazzino al 31 dicembre 2018.

Dal Sole 24 ore del 9 ottobre 2018
Provvedimento dell’Agenzia per comunicare le risultanze dal confronto dei dati. Le posizioni non coerenti sanabili versando imposte, interessi e mini-sanzioni.
«Gentile contribuente, il volume d’affari che ha dichiarato è diverso da quello che risulta dallo spesometro. Se è così, può “pentirsi” e rimediare, pagando la differenza delle imposte dovute, con interessi e mini – sanzioni, grazie al ravvedimento. Se invece ritiene di avere dichiarato il giusto, può fornire le spiegazioni, così come può chiedere maggiori informazioni al Fisco». Saranno queste – almeno per quanto riguarda i contenuti – le nuove lettere che invitano il contribuente al ravvedimento “spontaneo”, pure se stimolato dalla richiesta del Fisco. Le regole sono stabilite dal provvedimento dell’agenzia delle Entrate, protocollo 237975/2018, di ieri.
La comunicazione sarà inviata agli indirizzi di posta elettronica certificata (Pec) attivati dai contribuenti. Nei casi di indirizzo Pec non attivo o non registrato nel pubblico elenco denominato indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (Ini – Pec), l’invio è effettuato per posta ordinaria. La stessa comunicazione e le relative informazioni di dettaglio sono consultabili, da parte del contribuente, all’interno dell’area riservata del portale informatico delle Entrate, denominata “Cassetto fiscale”.
Nella comunicazione si mettono a disposizione dei contribuenti Iva le informazioni derivanti dal confronto tra i dati comunicati dai contribuenti stessi e dai loro clienti soggetti passivi Iva, mediante lo spesometro, cioè la comunicazione dei dati delle fatture emesse e ricevute. Nella comunicazione si segnala che il contribuente ha omesso, in tutto o in parte, di dichiarare l’effettivo volume d’affari conseguito.
La comunicazione conterrà i seguenti dati:
– codice fiscale, denominazione, cognome e nome del contribuente;
– numero identificativo della comunicazione e anno d’imposta;
– codice atto;
– totale delle operazioni comunicate dai clienti soggetti passivi Iva e di quelle effettuate nei confronti di consumatori finali (queste ultime al netto dell’Iva determinata secondo l’aliquota ordinaria),  comunicate dal contribuente stesso con lo spesometro;
– modalità attraverso le quali consultare gli elementi informativi di dettaglio relativi all’anomalia riscontrata.
Se il contribuente ritiene corretta la comunicazione del Fisco, può avvalersi del ravvedimento, che potrà essere posto in essere a prescindere dal fatto che la violazione sia già stata constatata o che siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di controllo, di cui gli interessati abbiano avuto formale conoscenza. Il ravvedimento è precluso solo in caso di notifica di un atto di liquidazione, di irrogazione delle sanzioni o, in generale, di accertamento, nonché il ricevimento di comunicazioni di irregolarità, cosiddetti avvisi bonari a seguito di controllo automatizzato o formale delle dichiarazioni presentate.
Dal Sole 24 ore del 9 ottobre 2018

La regolarizzazione per i ruoli dal 2000 con pagamento in 5 anni

Allungamento a cinque anni del termine per il pagamento dei debiti verso agenzia delle Entrate riscossione (Ader) e “ripescaggio” dei debitori che non sono riusciti a far fronte ai pagamenti della prima procedura di rottamazione. La terza versione della definizione delle cartelle che traspare dalla prime bozze non ufficiali, soggette come tali a profonde variazioni, contiene novità piuttosto interessati per i debitori. L’innovazione di maggior spessore riguarda per l’appunto l’allungamento dei termini per il pagamento delle somme dovute. In particolare, mentre nelle precedenti procedure le scadenze arrivavano, a seconda dei casi, a sei mesi circa (Dl 148/2017) e a un anno (Dl 193/2016, con l’80% da pagare però entro la fine del 2017), si sta ora valutando di estendere il piano dei versamenti a cinque anni, con due rate annuali in scadenza a luglio e a novembre. Sotto il profilo oggettivo, la sanatoria dovrebbe includere tutti i carichi affidati dal 2000 al 2017. Viene quindi “imbarcato” anche l’ultimo trimestre dell’anno scorso.
Gli abbattimenti restano quelli noti: sono infatti azzerati sanzioni e interessi di mora. Identiche anche le esclusioni che riguardano tra l’altro l’Iva all’importazione e le sanzioni diverse da quelle tributarie e contributive. Inoltre con la sola presentazione della domanda si sospendano tutte le procedure esecutive in corso, tranne quelle giunte al primo incanto con esito positivo.
La bozza si pone inoltre il problema di riequilibrare la posizione dei debitori che hanno fatto domanda di definizione agevolata quando la tempistica era molto più stringente. Si delinea quindi la possibilità di una riammissione incondizionata alla rottamazione dei contribuenti che sono decaduti dalla prima sanatoria (Dl 193/2016). Con riferimento invece ai soggetti interessati dalla seconda procedura (Dl 148/2017) si ipotizza l’obbligo di pagare tutte le somme dovute sino alla fine di ottobre, in un’unica soluzione, entro la fine di novembre. Tale rimessione in termini costituisce peraltro la condizione di accesso alla rateazione in 5 anni degli importi che residuano ulteriormente. Se il debitore non paga il dovuto entro il prossimo mese di novembre non può beneficiare di tale allungamento di scadenze. In caso di contenzioso in corso, la definizione in itinere appare più precisa. L’estinzione del giudizio consegue, infatti, solo al perfezionamento della definizione e non già alla mera presentazione della domanda. La decadenza dalla procedura mutua le regole pregresse. Si prevede infatti che il mancato o ritardato pagamento, anche di un solo giorno, determina la perdita di tutti i benefici di legge, con l’ulteriore penalizzazione che le somme residue non possono essere più rateizzate. Si formalizza altresì che tra le modalità di estinzione dei debiti vi è la compensazione con i crediti verso la Pa per appalti, somministrazioni e forniture.
Come in precedenza, il debitore conosce l’importo esatto da pagare solo a seguito della ricezione della comunicazione dell’Ader. Con la presentazione della domanda sono infine sospese tutte le dilazioni in essere, fino alla scadenza della prima rata della rottamazione.

Dal Sole 24 ore del 6 ottobre 2018

Il decreto sul fisco. Dalla riapertura della definizione agevolata dei ruoli atteso un gettito di oltre 3 miliardi – Possibile compensare le quote con i crediti Pa – Stop all’aumento della benzina.

La pace fiscale inizia a prendere forma e nella bozza del decreto fiscale collegato alla moanovra di bilancio compaiono i primi dettagli della rottamazione-ter e della definizione agevolata delle «controversie tributarie». Ancora tutta da scrivere e definire, invece, la «Flat tax-dichiarazione integrativa»,  definito come un ravvedimento rafforzato che consentirà a imprese e contribuenti di integrare i versamenti di imposte per le annualità ancora soggette ad accertamento (dal 2013 al 2017) con il pagamento di un’imposta sostitutiva Irpef, le addizionali comunali e regionali Ires e Irap del 15% o 20% (anche l’aliquota è ancora da definire in relazione alle esigenze di gettito). Pronta anche la definizione agevolata delle liti pendenti, così come la norma che introduce l’obbligo di trasmissione telematica dei corrispettivi e l’avvio dal 2020 della lotteria degli scontrini. Il provvedimento d’urgenza che sarà licenziato con tutta probabilità non appena il Governo incasserà il via libera di Camera e Senato alla Nota di aggiornamento al Def e dunque ai numeri della prossima manovra di bilancio, prevede anche la sterilizzazione degli aumenti delle accise sui carburanti in calendario per fino novembre. Non solo.
Tornado al cuore del decreto, ossia la rottamazione delle cartelle giunta alla sua terza edizione, stando allo schema di decreto potrà assicurare all’Erario maggiori entrate per oltre 3 miliardi di euro dal 2019 e oltre 821 milioni in questi ultimi mesi del 2018. Diversi i fattori chiave che potranno spingere i possessori di cartelle ad aderire a quella che è una vera e propria riapertura della rottamazione dei ruoli: la possibilità di saldare in 10 rate di pari importo con versamenti semestrali in scadenza il 31 luglio e il 30 novembre. In sostanza si potrà saldare il debito in 5 anni; si potranno utilizzare in compensazione, per tutti i versamenti necessari a perfezionare la definizione, i crediti non prescritti, certi liquidi ed esigibili, per somministrazioni, forniture, appalti e servizi, anche professionali, maturati verso la Pa. Se poi il contribuente eseguirà il pagamento rateale, sarà assoggettato a un tasso di interesse limitato allo 0,3%, anziché a quello del 4,5% applicato alle prime due edizioni della rottamazione. Inoltre chi verserà la prima o unica rata delle somme dovute potrà ottenere anche l’estinzione delle procedure esecutive avviate prima dell’adesione alla sanatoria.
Rottamazione anche per i debitori che hanno aderito alla seconda edizione della definizione agevolata e che effettuano entro il 30 novembre 2018 il pagamento delle rate dovute o già scadute nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018: questi potranno differire automaticamente il versamento delle somme ancora dovute pagando in dieci rate consecutive dal 2019, e con interessi calcolati al tasso dello 0,3% annuo a partire dal 1° agosto 2019. Nessun adempimento a carico dei contribuenti, cui l’agente della riscossione trasmetterà, entro il 30 giugno 2019,una comunicazione, nonché i bollettini precompilati per eseguire il versamento delle rate rideterminate.