Da Il Sole 24 ore del 28 novembre 2018
Il lieve inadempimento scatterà già per la scadenza del prossimo 7 dicembre. Con la domanda di adesione si potrà ottenere il Durc: revoca in caso di decadenza.
Aumento del numero delle rate, fermo il limite massimo di cinque anni del periodo di dilazione, introduzione della tolleranza di cinque giorni per tutte le scadenze e rilascio del Durc dopo la presentazione della domanda di sanatoria. Queste sono le modifiche apportate alla rottamazione-ter dalla commissione Finanze del Senato.
Nella versione attualmente in vigore, il pagamento della definizione degli affidamenti all’agente della riscossione può avvenire in un massimo di 10 rate, in scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno. Il periodo limite di dilazione dunque è di cinque anni.
Con le modifiche apportate in Senato il numero delle rate aumenta da 10 a 18. Mentre per il 2019, inoltre, restano le rate di luglio e novembre, ciascuna pari al 10% del totale, a decorrere dal 2020 le rate diventano quattro, con scadenza a febbraio, maggio, luglio e novembre di ciascun anno. In sostanza, si riduce l’importo unitario della rata di rottamazione ma resta fermo l’arco temporale di cinque anni per concludere i pagamenti.
L’altra importante modifica riguarda l’introduzione di una soglia di tolleranza nel rispetto delle scadenze di legge. Al riguardo, si ricorda che in tutte le versioni precedenti della rottamazione e anche nella vigente formulazione della definizione ter era sufficiente il ritardato pagamento anche di un solo giorno per decadere irreversibilmente dai benefici di legge. Tanto, perché non risultava applicabile l’istituto del lieve inadempimento all’articolo 15-ter del Dpr 602/1973, che consente di far salvi i ritardi di 7 giorni nel versamento della sola prima rata.
Con l’emendamento approvato si stabilisce che in caso di ritardo non superiore a cinque giorni «l’effetto di inefficacia della definizione non si produce e non sono dovuti interessi». Si tratta, in realtà, di una vera e propria soglia di tolleranza che rende del tutto irrilevanti i ritardi non superiori a cinque giorni, atteso che il debitore non subisce alcuna penalizzazione da essi. Tale soglia trova applicazione per la generalità delle rate della rottamazione ter, ivi inclusa quella in scadenza al 7 dicembre, riferita alle rate della rottamazione bis (si veda l’altro pezzo in pagina).
L’ultima modifica colma una lacuna rispetto alle precedenti rottamazioni. Si ricorda in proposito che in entrambe le precedenti versioni era stabilito che una volta presentata l’istanza di definizione il debitore poteva chiedere e ottenere il Durc positivo. In base all’articolo 3, comma 10 del Dl 119/2018, una volta trasmessa l’istanza, il debitore non si considera inadempiente ai fini degli articoli 28-ter e 48-bis del Dpr 602/1973. La prima norma riguarda il potere dell’agente della riscossione di notificare al contribuente moroso destinatario di un rimborso fiscale una proposta di compensazione volontaria del credito in via di erogazione con le somme a ruolo. In caso di rifiuto, agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader) provvede a notificare un pignoramento presso terzi. La seconda disposizione prevede il blocco dei pagamenti maggiori di 5mila euro da parte di enti pubblici qualora il beneficiario degli stessi abbia pendenze almeno pari a 5mila euro verso l’Ader. Con l’emendamento in esame il quadro è completato dalla possibilità di rilasciare il Durc qualora i carichi previdenziali risultino inclusi in domande di rottamazione. In caso di successiva decadenza dalla definizione, l’Inps revoca il documento già rilasciato. In questo modo, si consente pertanto la partecipazione a gare da parte del debitore.
Da Il Sole 24 ore del 28 novembre 2018

Alt all’integrativa speciale che fa posto alla definizione degli errori formali.

La pace fiscale resta a nove corsie. Così era partita a metà ottobre scorso e così è uscita ieri dal Senato dopo il primo passaggio in Parlamento del Dl fiscale. Ma se da una parte ha mantenuto la sua struttura a più vie, le sanatorie sono cambiate molto nella sostanza soprattutto rispetto agli annunci e alle attese dei contribuenti. L’accordo politico tra Lega e M5S ha cancellato l’iniziale articolo 9 sul condono che introduceva una dichiarazione integrativa speciale su importi fino a 100mila euro l’anno con una tassa sostitutiva del 20 per cento. Al suo posto arriva la sanatoria sugli errori formali, che potranno essere corretti versando al Fisco 200 euro per ogni singolo anno d’imposta per le violazioni commesse fino al 28 ottobre 2018. Ma non è il solo cambio di rotta. Nulla da fare per il più volte annunciato «saldo e stralcio» con cui la Lega ha ipotizzato di poter consentire ai contribuenti in difficoltà economica, con un Isee fino a 30mila euro, di saldare il proprio debito versando, a seconda del reddito, il 6, il 10 o al massimo il 25% del dovuto.
Tra le assenze nelle file dei condoni gialloverdi anche l’estensione della rottamazione-ter alle ingiunzioni di pagamento con cui i comuni riscuotono tributi locali, come Imu, Tasi e Tari, o le multe. Un’estensione facoltativa per i sindaci, sempre presente nelle due passate edizioni delle rottamazioni e che ieri, invece, è stata bloccata con il no della Ragioneria, almeno secondo quanto sottolineato dal sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci (Lega). Nessuna possibilità, poi, di sanare gli omessi versamenti pur avendo dichiarato tutto al fisco. Anche qui il rischio di una perdita di gettito sul recupero annuale garantito dalla riscossione spontanea ha prevalso sulla possibilità di condonare le singole posizioni dei contribuenti.
Della pace fiscale resta certamente la filosofia di fondo ossia di una “sanatoria di filiera” che parte dai processi verbali di constatazione, passa agli accertamenti, alle dichiarazioni dei redditi con errori formali, alla rottamazione-ter delle cartelle esattoriali, per chiudere con i maxisconti della definizione agevolata delle liti pendenti. Al fianco di queste sanatorie ce ne sono alcune di “settore”, a partire dallo stralcio delle cartelle fino a mille euro, quella per le società sportive dilettantistiche, nonché quella per le sigarette elettroniche, che potranno chiudere i contenziosi aperti versando soltanto il 5% di quanto contestato dalle Dogane e dai Monopoli.
Per le sanatorie fiscali dai Pvc alle liti due sono i criteri di fondo: l’obbligo di dover versare la pretesa erariale al netto di interessi e sanzioni. La sola eccezione sono gli errori formali per i quali, oltre al versamento forfettario di 200 euro si prevedono specifici termini di versamento in due rate: una al 31 maggio 2019 e l’altra al 2 marzo 2020. Per le altre sanatorie (Pvc, accertamenti rottamazione ter e liti pendenti) la propria posizione si definisce con il versamento in unica soluzione o rateizzando gli importi dovuti fino a un massimo di 5 anni.
Tra le novità introdotte al Senato proprio sui versamenti rateizzati vanno segnalati l’alleggerimento delle rate che, pur restando distribuite in 5 anni, si potranno versare due nel 2019 (31 luglio e 30 novembre) e le altre a scadenza trimestrale nell’anno, passando quindi da 2 a 4 rate all’anno. Non ci sarà poi nessuna sanzione per ritardi nei pagamenti contenuti nei 5 giorni dalla scadenza.
Durante l’esame del Senato la modifica di maggior spessore sul fronte delle nove sanatorie ha riguardato la chiusura delle liti pendenti dove maggioranaza e Governo hanno rivisto al rialzo gli sconti concessi a chi chiude in via agevolata, senza versare sanzioni e interessi, il contenzioso avviato con il Fisco. È stato introdotto uno sconto del 10% sulla pretesa erariale per chi ha solo presentato ricorso ed è in attesa della “lite”. È stato previsto, poi, un maxi-sconto fino al 95% (è dovuto solo il 5%) per chi ha una doppia conforme e in attesa del giudizio di Cassazione ha già battuto le Entrate in commissione provinciale e regionale. Il Senato ha aumentato anche l’appeal per chi ha vinto in primo grado riducendo la somma dovuta al Fisco dal 50% iniziale al 40%, così come ha ridotto dal 20% ora in vigore al 15% per chi ha vinto in secondo e non vuole attendere il giudizio della Cassazione.

Viene modificata la disciplina del regime forfetario previsto per le persone fisiche (imprese e lavoratori autonomi) dall’art. 1, commi 54-89, Legge n. 190/2014 (Legge di Stabilità 2015).

In primo luogo, si stabilisce ora un unico requisito di accesso, cioè il limite di ricavi/compensi pari a € 65.000 ragguagliati ad anno per tutti i contribuenti ammessi al regime, con riferimento all’anno precedente. Dal 2019, quindi, non ci sono più limiti di ricavi/compensi differenziati in base ai settori di attività ed, inoltre, la platea di soggetti interessati si amplia, essendo il nuovo limite di ricavi/compensi unico più alto dei precedenti limiti.

Non risultano, invece, invariati i coefficienti di redditività (che, quindi, sono ancora distinti per settore di attività). Nel caso di esercizio contemporaneo di attività contraddistinte da differenti codici ATECO, si assume la somma dei ricavi e dei compensi relativi alle diverse attività esercitate.

Grazie alla totale riscrittura del comma 54 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015, ora il requisito di accesso è solo il nuovo unico limite di ricavi/compensi di € 65.000, mentre sono stati eliminati i seguenti ulteriori requisiti:
– spese sostenute per l’impiego di lavoratori non superiori a € 5.000 lordi annui a titolo di lavoro dipendente, co.co.pro., lavoro accessorio, associazione in partecipazione con apporto di solo lavoro, lavoro prestato dai familiari dell’imprenditore ex art. 60, TUIR;
– costo complessivo dei beni strumentali al 31.12, al lordo degli ammortamenti, non superiore a € 20.000.

Inoltre, per tenere conto dell’introduzione degli ISA (Indici Sintetici di Affidabilità fiscale), si prevede che, ai fini della verifica della sussistenza del requisito di accesso al regime forfetario, non rilevano gli ulteriori componenti positivi indicati nelle dichiarazioni fiscali (adeguamento) per migliorare il proprio profilo di affidabilità e per accedere al regime premiale, né ai fini Irap e Iva (ex art. 9-bis, comma 9, D.L. n. 50/2017).

Sono state poi modificate le cause di esclusione dall’accesso al regime previste alle lett. d)e d-bis) del comma 57 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015. In particolare, viene oraprevisto che l’accesso al regime forfetario è negato, tra gli altri, a:
– i soggetti esercenti attività d’impresa, arti o professioni che, contemporaneamente all’esercizio dell’attività, partecipano anche a società di persone, ad associazioni oa imprese familiari ovvero asocietà a responsabilità limitata oad associazioni in partecipazione;
– i soggetti che hanno percepito redditi di lavoro dipendente o redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e che esercitano attività d’impresa, arti o professioni prevalentemente nei confronti anche di uno dei datori di lavoro dei 2 anni precedenti o, in ogni caso, nei confronti di soggetti agli stessi direttamente o indirettamente riconducibili (è stata eliminata la precedente soglia minima di € 30.000 di redditi di lavoro dipendente o assimilato oltre la quale scattava l’esclusione dal regime).

Infine, con una modifica al comma 87 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015, in cui è stata sostituita la parola “triennio” con la parola “quinquennio”, dovrebbe essere riconosciuta, ai soggetti che hanno adottato il regime dei minimi nel 2015, di fruire del regime forfetario previsto per le “start-up” (comma 65 della Legge di Stabilità 2015) per il periodo che residua sino al compimento del quinquennio 2015- 2019, pertanto un minimo che ha iniziato nel 2015 potrebbe adottare il regime start-up fino al 2019.