Da Il Sole 24 ore dell'8 aprile 2019
L’impresa cessata da tempo non è più legittimata a impugnare l’avviso. Secondo la Ctr Sicilia la pretesa impositiva non potrà aver seguito.

La società già estinta non ha la legittimazione a impugnare l’atto impositivo che le viene notificato, ma in ogni caso quest’ultimo non può produrre alcun effetto. A fornire questo principio è la Ctr Sicilia 1448/5/2019 depositata lo scorso 7 marzo.
La vicenda trae origine dalla notifica a una società consortile per l’anno d’imposta 2010 di un avviso di accertamento relativo a Ires e Irap. La contribuente, al momento dell’emissione dell’atto, era già da tempo stata cancellata dal registro delle imprese: nonostante ciò lo impugnava instaurando il relativo giudizio.
La Ctp dichiarava, però, inammissibile il ricorso in quanto proposto da società ormai estinta. La pronuncia di primo grado veniva appellata, preliminarmente per l’omessa pronuncia del giudice sull’eccepito vizio di notifica dell’avviso di accertamento a società cancellata e, quindi, non più esistente; venivano altresì riproposti i motivi di illegittimità nel merito della pretesa erariale.
L’agenzia delle Entrate chiedeva la conferma della sentenza gravata.
La Ctr Sicilia ha ritenuto corretta la pronuncia della Ctp, con motivazione che però mette in risalto anche la sostanziale inutilità dell’impugnazione dell’atto impositivo esperita dalla contribuente. Lo stesso appello proposto è stato considerato inammissibile in quanto instaurato da un soggetto estinto già in epoca anteriore alla notifica dell’avviso di accertamento e, pertanto, la contribuente risultava sin dall’inizio priva della necessaria capacità processuale.
In sintesi nel caso esaminato dai giudici siciliani ricorreva un insanabile e originario vizio del processo che giustamente era stato accertato e dichiarato tale dal giudice di primo grado. Infatti la cancellazione della società dal registro delle imprese l’aveva privata della legittimazione ad causam sia ai fini della proposizione del giudizio sia ai fini della sua prosecuzione in appello.
Peraltro non risultava nemmeno applicabile, come correttamente già stabilito dalla Ctp, la disposizione (articolo 28, comma 4 del Dlgs 175/2014) in base alla quale ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti impositivi, l’estinzione della società rileva solo trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del registro delle imprese. Infatti la norma in questione, come confermato dalla giurisprudenza di legittimità, non ha effetto retroattivo e quindi non poteva riguardare il caso dell’appellante, estinta prima della sua entrata in vigore.
La parte più interessante della sentenza in commento è, però, la considerazione finale della motivazione, nella quale i giudici precisano che l’inammissibilità originaria dell’impugnazione non può causare alcuna preoccupazione alla contribuente, poiché ciò non comporta alcuna convalida dell’atto impositivo, il quale non può comunque produrre alcun effetto, proprio perché notificato a una società già estinta. Ne consegue che la pretesa impositiva non potrà in ogni caso avere seguito e non potrà esserci alcun recupero delle maggiori somme pretese.

In casi del genere non si dovrebbe quindi intraprendere alcuna azione, lasciando passare in giudicato l’accertamento, dal momento che:
– da un lato non si avrebbe legittimazione a impugnare;
– dall’altro l’atto rimane comunque di fatto inefficace.

Da Il Sole 24 ore del 9 aprile 2019

Risposta a un interpello. Va fornita una dichiarazione del cessionario insieme ai dettagli sul trasporto.

Prova delle cessioni comunitarie a forma libera, ma con l’obbligo da parte del cedente di fornire dettagli sul trasporto e ottenere una dichiarazione da parte del cessionario, in conformità con il regolamento 1912/2018/Ue.L’agenzia delle Entrate con la risposta 100 di ieri affronta lo scottante tema della prova di uscita delle merci dallo Stato del cedente e dell’arrivo delle stesse nello Stato del cessionario quale elemento fondamentale per la non imponibilità delle cessioni intracomunitarie.
La risposta, oltre a ripercorrere la giurisprudenza unionale e la prassi amministrativa interna in materia, per la prima volta richiama (riportandole quasi integralmente) le nuove prescrizioni imposte a tutti gli operatori dell’Ue regolamento unionale.
Il regolamento, con operatività effettiva dal 1° gennaio 2020, obbliga gli operatori europei che vogliono evitare il disconoscimento della non imponibilità ad acquisire almeno due documenti non contraddittori provenienti da due parti indipendenti entro il decimo giorno del mese successivo alla cessione.
In effetti, la risposta condivide la posizione espressa dal contribuente che ha posto il quesito che nella sua operatività segue una stretta procedura documentale. In particolare l’istante per soddisfare la prova della cessione intracomunitaria predispone, oltre al documento di trasporto firmato dal trasportatore, un documento che fa timbrare, datare e sottoscrivere dal cessionario comunitario nel quale vengono riportati i seguenti dati: l’identificativo del cessionario; il riferimento della fattura di vendita; il riferimento della fattura logistica; la data della fattura; la data del documento di trasporto; la data della destinazione delle merci e della ricezione delle stesse da parte del cessionario; lo stato di destinazione e una dichiarazione del cessionario che attesta la ricezione delle merci nello Stato di destinazione. Questo documento viene poi conservato dal cedente insieme a tutti i documenti contabili e di regolamento della singola operazione.

L’Agenzia, da parte sua, condividendo l’operato del contribuente, sottolinea che la documentazione prodotta dall’istante può costituire prova dell’avvenuta cessione a condizione che:
– dai descritti documenti siano individuabili i soggetti coinvolti e tutti i dati utili a definire l’operazione;
– il contribuente provveda a conservare le fatture di vendita, la documentazione bancaria, la documentazione contrattuale e gli elenchi Intrastat.