Da Quotidiano Enti locali del 15 maggio 2019

Il dirigente finanziario e il funzionario contabile che hanno alterato la situazione contabile reale attraverso una sovrastima dei residui attivi mediante opportune «correzioni», per quanto spinti dall’organo di indirizzo politico, contribuiscono al danno erariale procurato all’ente pubblico. L’alterazione delle poste di bilancio «corrette» avendo lo scopo di dissimulare il disavanzo, oltre a indurre in errore l’organo di indirizzo politico che approva il bilancio, incide sulle scelte gestionali e impedisce l’adozione di misure di risanamento, ingannando allo stesso tempo i terzi, creditori, dipendenti, organi di controllo sulla reale situazione finanziaria dell’ente. Sono le indicazioni contenute nella sentenza della Corte dei conti, Sezione giurisdizionale Toscana n. 140/2019.

La vicenda
A seguito dell’indagine penale che ha condotto il dirigente dell’area contabile e il funzionario responsabile dell’ufficio del bilancio al patteggiamento della pena per falso ideologico, la Procura contabile ha convenuto in giudizio entrambi per dichiarare il danno erariale prodotto alle casse comunali avendo dissimulato la reale situazione finanziaria dell’ente. Il Pm contabile ha, infatti, contestato ai convenuti di aver dolosamente coperto lo stato di deficit finanziario dell’ente attraverso la correzione contabile dei residui attivi, rispetto alla loro reale consistenza. Questo ha permesso di creare un consistente deficit finanziario mediante l’omesso versamento di contributi previdenziali Inpdap, irregolari stabilizzazioni di personale a tempo determinato, indebita corresponsione di somme integrative. Entrambi i convenuti si sono difesi in via principale denunciando la prescrizione del danno erariale, essendo trascorsi i cinque anni previsti dalla normativa rispetto all’invito a dedurre. Si sono ritenuti, inoltre, estranei al danno erariale, in quanto l’alterazione dei dati contabili era avvenuta a causa delle pressioni esercitate dall’organo di indirizzo politico nonché del direttore amministrativo, cui avrebbero dovuto essere addebitate in via esclusiva le responsabilità contabili, per aver omesso di attivare procedure idonee per risanare i conti pur conoscendo l’entità del disavanzo finanziario dissimulato. Il funzionario, in via subordinata ha chiesto che fosse considerata una diversa ripartizione del danno erariale, in funzione del diverso ruolo decisionale.

La conferma del danno erariale
In merito alla prescrizione, il Collegio contabile ha disatteso l’eccezione in quanto, per giurisprudenza consolidata, in presenza di dolo accertato in sede penale, la prescrizione decorre solo a partire dalla data di richiesta di rinvio a giudizio in sede penale e , a quella data, la prescrizione non era maturata. La condanna dei convenuti al danno erariale deve essere confermata in quanto esecutori materiali di un piano ideato e promosso dal rettore e dal direttore amministrativo, per presentare, a fronte del grave disavanzo, un bilancio che risultasse in pareggio o in attivo. Le falsificazioni commesse dai convenuti consistevano nel “correggere” le poste di bilancio, proprio allo scopo di occultare il grave disavanzo e indurre in errore il consiglio di amministrazione dell’Università che approvava i bilanci, confidando nell’esattezza dei dati.
Il collegio contabile ha ricordato che il bilancio è lo strumento per determinare il reddito dell’esercizio e la situazione patrimoniale e finanziaria dell’ente, con la conseguenza che la sua non veridicità, oltre a ingannare i terzi, creditori, dipendenti, organi di controllo eccetera, incide sulle scelte gestionali e impedisce l’adozione di misure di risanamento.
Il danno, calcolato in via equitativa, deve tuttavia essere posto in misura prevalente a carico del dirigente e in minore misura a carico del funzionario in considerazione del diverso ruolo rivestito nell’amministrazione e alla posizione di inferiorità gerarchica.

Da Il sole 24 ore del 25 aprile 2019
Agli enti locali 60 giorni per aderire e deliberare la definizione agevolata. Interessate le realtà che operano con riscossione in proprio.

Comuni, città metropolitane, regioni e province hanno 60 giorni per approvare la definizione delle ingiunzioni di pagamento notificate dal 2000 al 2017, aventi a oggetto le entrate proprie. In tale eventualità, il vantaggio sarà rappresentato dalla eliminazione delle sanzioni, mentre gli interessi saranno dovuti. Il periodo di dilazione del pagamento inoltre può arrivare al massimo a settembre 2021, in luogo dei cinque anni previsti per i debiti erariali. Non saranno ammessi ritardi, neppure minimi, nel pagamento delle singole rate.
Il decreto crescita, approvato martedì dal Consiglio dei ministrigoverno, ripropone la rottamazione delle ingiunzioni, che era stata inizialmente introdotta con l’articolo 6-ter del decreto legge 193/2016. Ciò allo scopo di riequilibrare le posizioni dei cittadini per i quali gli enti territoriali hanno scelto la strada della riscossione coattiva in proprio o tramite concessionari privati con quella dei contribuenti gestiti dall’agenzia delle Entrate – Riscossione. Questi ultimi possono infatti fruire della rottamazione ter che, all’articolo 3 del Dl 119/2018, aveva tuttavia dimenticato gli enti che non si avvalgono dell’agente della riscossione.
A differenza dei debitori dell’Ader, tuttavia, in questo caso la definizione non è sancita per legge, ma dipende da una scelta del tutto autonoma dell’ente impositore, che ha per l’appunto 60 giorni di tempo, a decorrere dall’entrata in vigore del decreto. Nel caso dei comuni, che costituiscono la platea più numerosa dei soggetti interessati, occorrerà un regolamento approvato con delibera consiliare. Entro 30 giorni dall’approvazione, gli enti devono darne notizia sulo sito istituzionale.
Sotto il profilo oggettivo sono interessate le ingiunzioni notificate dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017. Le entrate sono sia quelle tributarie sia quelle non tributarie. Occorre tuttavia segnalare che la norma richiama le esclusioni valevoli ai fini della rottamazione ter, indicate nell’articolo 3, comma 16 del Dl 119/2018. Queste sono: a) somme a titolo di recupero di aiuti di Stato illegittimi; b) crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti; c) sanzioni propriamente penali; d) sanzioni diverse da quelle contributive e tributarie. Quest’ultima è in realtà l’esclusione di maggiore rilevanza in ambito locale.
Con riguardo alle entrate comunali, non possono essere rottamate per esempio le sanzioni per violazioni ai regolamenti, comminate in base all’articolo 7-bis del Tuel (ad esempio, sanzioni in materia di Tia puntuale e di imposta di soggiorno). Con riferimento invece al Cosap, l’entrata non tributaria che molti comuni hanno istituito in luogo della Tosap, il Mef ha chiarito nel corso di Telefisco 2018 che le sanzioni possono essere rottamate, in quanto sanzioni strettamente collegate all’entrata medesima. Si segnala che gli interessi sono sempre dovuti, diversamente dalla rottamazione statale che invece azzera gli interessi di mora.
Quanto alle multe stradali, in analogia con quanto statuito a livello statale, la definizione determina l’azzeramento degli interessi di mora, con salvezza dunque della sorte capitale.
Alla normativa locale è demandato il compito di disciplinare gli aspetti applicativi della sanatoria, quali ad esempio: a) il termine per la presentazione della domanda; b) il numero delle rate, fermo restando che la scadenza finale non può superare settembre 2021; c) il termine entro il quale l’ente o il concessionario deve comunicare al debitore gli importi dovuti. Diversamente dalla norma statale, non è tollerato alcun ritardo nel pagamento delle rate. Sarà pertanto sufficiente un solo giorno per perdere tutti i benefici di legge. D’altro canto, non è disposto che in caso di decadenza non possa essere concessa una ulteriore dilazione del debito residuo.

Da Il Sole 24 ore del 1 maggio 2019

Cessazione della materia del contendere, anche senza istanza di parte, se l’atto impugnato è una cartella di importo fino a mille euro e rientra nello stralcio introdotto con il Dl 119/2018. Ad affermarlo è la Corte di cassazione con la sentenza 11410 di ieri.
La vicenda traeva origine da una cartella di pagamento per un canone Rai, impugnata dinanzi al giudice tributario. Entrambi i collegi di merito confermavano la debenza delle somme ed il contribuente ricorreva in Cassazione lamentando, in sintesi, dei vizi di motivazione.
I giudici di legittimità hanno innanzitutto ricordato che, nelle more del processo, è stata introdotto il cosiddetto “stralcio”. Precisamente, il Dl 119/2018, con l’articolo 4, ha previsto che i debiti di importo residuo al 24 ottobre 2018 fino a mille euro (comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni), risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010, sono automaticamente annullati.
La norma prevedeva che tale annullamento fosse effettuato al 31 dicembre 2018 e che l’agente della riscossione dovesse trasmettere gli atti agli enti interessati relativamente alle quote annullate.
I giudici di legittimità hanno così rilevato che, in questo caso, la cartella oggetto di controversia era stata notificata il 12 luglio 2008 e il valore del procedimento era inferiore a mille euro. L’agenzia delle Entrate sul punto non ha sollevato contestazioni di sorta e pertanto è stata dichiarata la cessazione della materia del contendere con compensazione integrale delle spese di giudizio.
La decisione, per quanto è noto, dovrebbe essere tra le prime che hanno applicato in via automatica, senza cioè un’istanza da parte del contribuente coinvolto, la nuova norma sullo stralcio delle cartelle. Fa però riflettere che, nonostante la norma ordinasse all’agenzia l’annullamento entro il 31 dicembre 2018, sia stato necessario il giudizio in Cassazione.