Dal Sole 24 ore del 31 luglio 2018

Legittima la sanzione per il maggior reddito da accertamenti su una Sas.

È legittima la sanzione per infedele dichiarazione al socio accomandante per il maggior reddito derivante dall’accertamento sulla società: pur non essendo amministratore, era tenuto ad un obbligo di vigilanza delle attività sociali, con la conseguenza che risulta sussistente la colpa. A precisarlo è la Corte di cassazione con la sentenza 20099 depositata ieri.
L’agenzia delle Entrate rettificava, attraverso la notifica di più avvisi di accertamento, il reddito dichiarato da una società in accomandita semplice. Conseguentemente, accertava il maggior reddito di partecipazione ai soci, compreso l’accomandante, e calcolava l’Irpef dovuta e le relative sanzioni.
I provvedimenti venivano tutti impugnati dinanzi al giudice tributario. La socia accomandante eccepiva, tra i diversi motivi, anche l’illegittima applicazione della sanzione per infedele dichiarazione poiché, non essendo amministratore, era rimasta estranea alla gestione sociale e pertanto risultava insussistente il requisito soggettivo del dolo o colpa dell’illecito. In proposito, la norma (Dlgs 472/97) prevede che la sanzione sia riferibile alla persona fisica che ha commesso o concorso a commettere l’illecito; è poi precisato che, nelle violazioni punite in via amministrativa, ciascuno risponde della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa.
Il Dlgs 472/97 ha così, di fatto, mutuato dal Codice penale il cosiddetto principio della personalità che consiste nella riferibilità alla persona fisica delle conseguenze giuridiche della trasgressione compiuta. Tuttavia, per la responsabilità, è necessario che la violazione sia stata commessa quanto meno con colpa.
Quest’ultima sussiste ogni qualvolta le violazioni siano conseguenza di insufficiente attenzione o di inadeguata organizzazione rispetto ai doveri imposti dalla legge fiscale (negligenza); di atteggiamenti o decisioni avventate, assunte cioè senza le necessarie cautele per l’adempimento degli obblighi (imprudenza) o ancora, in presenza di una insufficiente conoscenza degli obblighi stessi che si possa però far risalire ad un difetto di diligenza (imperizia).
Il ricorso proposto dalla socia accomandante trovava parziale accoglimento in appello: il collegio, in riforma della sentenza, annullava la pretesa sanzionatoria confermando la sua estraneità ai fatti. L’Agenzia ha fatto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno innanzitutto ricordato che il maggior reddito risultante dalla rettifica operata nei confronti di una società di persone va imputato ai soci in proporzione della relativa quota di partecipazione, ai quali deve essere richiesta la maggior Irpef, oltre interessi e sanzione per infedele dichiarazione.
L’irrogazione di quest’ultima non si fonda sull’elemento della volontarietà di commettere l’illecito, bensì sulla colpevolezza. Per i soci non amministratori, infatti, la colpa consiste nell’omesso ovvero insufficiente controllo sullo svolgimento degli affari sociali, così come sulla mancanza di consultazione dei documenti contabili nonché del rendiconto dell’attività, spettante di diritto. Differentemente, invece, per gli amministratori, la sanzione per infedele dichiarazione è legata all’omesso o insufficiente esercizio dei poteri di gestione, direzione e controllo. La decisione, particolarmente rigorosa, chiarisce così che il socio comunque commette la violazione poiché, verosimilmente con colpa, non ha vigilato sulle attività sociali.

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