In ambito societario i destinatari delle norme di cui al D.Lgs. n. 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate.

La Corte di Cassazione (Sez. 3 Pen., Sent. n. 41259/2018), intervenendo riguardo al fenomeno dell’attribuzione di cariche societarie a una c.d. «testa di legno», ossia a un soggetto privo di qualsivoglia possidenza patrimoniale e, di regola, senza alcun potere d’ingerenza nella gestione della Società, ha precisato che i destinatari delle norme di cui al D.Lgs. n. 74/2000 vanno individuati «sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta», sicché del reato fiscale deve rispondere, quale autore principale, l’amministratore «di fatto», ossia il soggetto che esercita in concreto funzioni di gestione e controllo della persona giuridica, pur in assenza di una regolare e vigente investitura formale, mentre l’amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento, a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Per la Suprema Corte, dunque, con riguardo ai reati fiscali, la questione della ripartizione della responsabilità penale in ambito societario, nel caso in cui accanto a un amministratore di diritto operi quello che è denominato amministratore «di fatto» (figura legislativamente prevista dall’art. 2639 cod. civ.), deve essere valutata ponendo l’accento non sul dato formale (amministratore di diritto, prestanome) ma sul criterio funzionalistico o dell’effettività, per cui il dato fattuale della gestione sociale deve prevalere su quello solo formale.

Questa interpretazione ha come conseguenza che è l’amministratore «di fatto» a dover essere qualificato quale autore principale del reato fiscale (ad es., omessa dichiarazione, omesso versamento d’imposte, occultamento/distruzione della contabilità etc.), mentre l’amministratore di diritto, mero «prestanome» o «testa di legno», assume la posizione di concorrente, per mancato impedimento dell’evento ai sensi degli articoli 40, comma secondo, cod. pen. 1 e 2932 cod. civ.2, a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Per quanto riguarda il soggetto che, secondo l’interpretazione della giurisprudenza di legittimità, va riconosciuto come autore principale del reato fiscale, va detto che: l’amministratore «di fatto» è colui il quale, non formalmente investito della carica, s’ingerisce ugualmente nell’amministrazione, esercitando poteri gestori.

Per la Cassazione, come si vedrà in seguito, si deve trattare di esercizio di funzioni riservate alla competenza degli amministratori di diritto con carattere di continuità.

Il legislatore in occasione della riforma del diritto societario del 2003, ha codificato il principio dell’equiparazione dell’amministratore di fatto a quello di diritto nell’art. 2639 del cod. civ., secondo cui è amministratore di fatto chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici e inerenti alla qualifica o funzione.

Come si è detto, la giurisprudenza della Suprema Corte ha da tempo attribuito rilievo, ai fini dell’individuazione della responsabilità per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74/00, all’esercizio effettivo dei poteri di gestione dell’impresa da parte di soggetti privi della relativa qualifica.

Al riguardo, si è sostenuto che il principio dell’equiparazione dell’amministratore «di fatto» a quello di diritto, sancito dall’articolo 2639 del cod. civ., è da considerare applicabile sia ai reati societari sia a quelli tributari, poiché la norma, ancorché riferita esplicitamente ai reati societari previsti dal Codice civile, contiene la codificazione di un principio generale applicabile ad altri settori penali dell’ordinamento (v. Cass. n. 7203 del 2008). Tale principio incide non solo sulla configurabilità del concorso dell’amministratore «di fatto» nei reati commissivi, ma anche in quelli omissivi propri, nel senso che autore principale del reato è proprio l’amministratore «di fatto», salva la partecipazione di estranei all’amministrazione secondo le regole del concorso di persone nel reato (Cass. Sez. 3 Pen., n. 38780/2015 e n. 23425/2011 già cit.).

Perciò, anche rispetto ai reati fiscali trova spazio la sostanziale parificazionedell’amministratore «di fatto» a quello di diritto; equiparazione che opera sempre chesussistano le condizioni previste dall’articolo 2639 del cod. civ. per riconoscere nelsoggetto agente la qualità di amministratore «di fatto» della compagine societaria.

La giurisprudenza della Cassazione individua l’amministratore «di fatto» nel soggetto che eserciti in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione; “significatività” e “continuità” non comportano necessariamente l’esercizio di “tutti” i poteri propri dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale (cfr. Cass. n. 22108/2015; v. anche Cass. n. 15065/2011).

Ad esempio è stato ritenuto responsabile del reato fiscale contestato alla Società, nella veste di amministratore «di fatto»:

Il socio che ha intrattenuto rapporti con le banche, i clienti, i fornitori e i professionisti, come il commercialista incaricato nella tenuta della contabilità ( v. Cass. Sez. 3 Pen. N. 47239/2016, relativa al reato di omesso versamento di IVA ex art. 10 – ter del D. Lgs 74/2000;

Venendo ora al caso deciso dalla Suprema Corte con la sentenza qui in esame, l’amministratore «di fatto» è stato individuato sulla base dei seguenti indici sintomatici:

– la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento IVA;

– la permanenza della delega ad operare sul conto della società;

– la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’indagato.

Il Collegio di legittimità ha esaminato il ricorso proposto da un soggetto accusato del reato di omesso versamento di IVA, ai sensi dell’articolo 10-ter del D.Lgs. n. 74/00, quale amministratore «di fatto» di una S.r.l.

In relazione a tale accusa, il Gip ha disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, nei confronti sia dell’indagato-persona fisica sia della Società, fino alla ricorrenza di un milione euro. La misura cautelare è stata poi confermata dal Tribunale del riesame. Da qui nasce il giudizio in Cassazione, in cui la Difesa – per quanto è qui di interesse – ha lamentato l’illegittimità del provvedimento per la mancanza del presupposto costituito dal fumus della commissione del reato da parte del ricorrente.

Secondo la Difesa, il Tribunale avrebbe dovuto escludere la ricorrenza del fumus del reato di cui all’art. 10 D.Lgs. 74/2000 – requisito legittimante il provvedimento sequestro -, posto che il ricorrente era rimasto in carica fino al 10/12/2014, sicché la responsabilità penale per il mancato versamento dell’IVA relativa al 2013 andava individuata in capo al nuovo amministrare, subentrato l’11/12/2014 e ancora in carica al 27/12/2014, termine per il pagamento.

Ebbene, i Massimi non hanno accolto il motivo di ricorso, poiché il Giudice di merito ha rilevato la sussistenza di plurimi elementi sulla base dei quali poter riconoscere nel ricorrente il vero dominus e il punto di riferimento della Società.

Il Tribunale ha considerato, infatti, il permanere della delega a operare sul conto corrente societario e il fatto che il legale rappresentante in carica risponde al nome di una cittadina tunisina, anch’essa indagata, non reperibile sul territorio nazionale oltreché nullatenente, sebbene risultata (alla stregua di accertamenti di polizia giudiziaria) legale rappresentante di altre Società, in due delle quali è risultata evidente la cointeressenza del ricorrente. E pertanto, per quest’ultimo, il giudizio di legittimità si è risolto con un nulla di fatto.

Gli Ermellini, nel respingere il ricorso, hanno osservato che: «In tema di reati fiscali, i destinatari delle norme di cui alla legge 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta.

Corretta risulta, quindi, l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, da parte del giudice dei riesame, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali:

– la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento Iva;

– la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’imputato».

Secondo costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, «Del reato di omessa presentazione della dichiarazione ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, l’amministratore di fatto risponde quale autore principale, poiché titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l’azione dovuta, mentre l’amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento (artt. 40, comma secondo, cod. pen. e 2932 cod. civ.), a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice» (v., in particolare, Cass. Sez. 3 Pen. n. 38780/2015).

Da Il Sole 24 ore del 15 ottobre 2018

Se manca il ruolo della persona che ha firmato la ricevuta.

L’ingiunzione fiscale notificata dal Comune è di per sé nulla quando la relata di notifica dell’atto impositivo sottostante non riporta la qualifica della persona che l’ha firmata per ricevuta. Infatti, pur essendo la relata un atto pubblico, le affermazioni rilasciate da coloro che ricevono gli atti non sono coperte da fede pubblica e – come tali – sono contestabili di fronte al giudice tributario. Sono queste le conclusioni cui è giunta la sezione 14 della Ctp Milano, con la sentenza 3870 depositata il 20 settembre 2018 (presidente Citro, relatore Benedetti).
Il caso
La pronuncia nasce dal ricorso proposto da uno studio associato di avvocati contro un’ingiunzione di pagamento con cui il Comune di Milano pretendeva la riscossione della tassa rifiuti per le annualità 2011-15.
Lo studio lamentava di non aver mai ricevuto gli avvisi di accertamento e – a riprova di tale assunto – evidenziava che in tutte le relate di notifica degli atti impositivi non era riportata l’indicazione della qualifica della persona che le aveva firmate per ricevuta.
La norma
La notifica degli atti impositivi deve avvenire nel rispetto dell’articolo 60 del Dpr 600/73, che, a sua volta, rinvia al Codice di procedura civile.
Oltre che a mezzo posta (anche certificata), la notifica può essere effettuata dai messi comunali o dai messi autorizzati dall’ufficio, presso la residenza del contribuente, nel proprio ufficio o nel luogo di svolgimento dell’attività, nelle mani del medesimo o di un familiare, se convivente, o di persona addetta alla casa o, ancora, al vicino di casa o al portiere dello stabile, sussistendo la presunzione di futura consegna dell’atto al contribuente.
Se si tratta di persone giuridiche, invece, la notifica può avvenire nella sede legale, o, in subordine, presso una sede secondaria o amministrativa, nelle mani della persona addetta alla ricezione degli atti.
In entrambi i casi, comunque, l’ufficiale giudiziario è tenuto a certificare l’eseguita notificazione mediante una specifica relazione (detta “relata di notifica”) da lui datata e sottoscritta, apposta in calce all’originale e alla copia dell’atto. Inoltre, nella relata di notifica devono essere riportate la persona alla quale è consegnata la copia e le sue qualità, nonché il luogo della consegna, oppure le ricerche, anche anagrafiche, fatte dall’ufficiale giudiziario, i motivi della mancata consegna e le notizie raccolte sulla reperibilità del destinatario.
La decisione
Nell’accogliere il ricorso, la Ctp di Milano ha precisato innanzitutto che, non essendo le attestazioni riportate da colui che ha ricevuto l’atto coperte da fede pubblica, esse sono contestabili dinanzi al giudice tributario.
Siccome, nel caso di specie, non è stata riportata nella relata di notifica la qualifica del ricevente, non vi è alcuna certezza che gli avvisi di accertamento sottostanti siano stati, di fatto, ricevuti dallo studio ricorrente. Pertanto, così come statuito dal consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, il vizio di notifica dell’atto presupposto rende l’atto stesso inesistente e, perciò, nulli tutti gli atti successivi.
Dal Sole 24 ore del 1 marzo 2018
Cassazione. Riconfermata la limitazione del periodo oltre il quale decadono le notifiche di accertamento. Il motivo: è un’imposta per la quale non sono previste sanzioni penali.
Il raddoppio dei termini di decadenza per la notifica degli accertamenti derivanti da comunicazioni di notizia di reato tributario non si applica alle dichiarazioni Irap in quanto si tratta di un’imposta per la quale non sono previste sanzioni penali. A confermare questo principio è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n.4758 depositata ieri.
Una società impugnava un avviso di accertamento contenente contestazioni ai fini delle imposte sui redditi, Iva e Irap derivanti dall’utilizzo di fatture oggettivamente inesistenti. Gli atti erano notificati oltre l’ordinario termine di decadenza stante appunto la violazione penale tributaria,
Tra i vari motivi di ricorso, la contribuente evidenziava l’illegittima applicazione del raddoppio dei termini di accertamento, tuttavia sia la Ctp sia la Ctr respingevano il gravame ritenendo corretto l’operato dell’Ufficio
La società ricorreva allora per cassazione evidenziando in estrema sintesi che nella specie non poteva ritenersi operante il raddoppio dei termini. Più in particolare doveva trovare applicazione, anche per il passato, la nuova norma contenuta nella legge 208/2015 che aveva soppresso la disposizione sul raddoppio dei termini.
In sostanza poiché la norma non prevedeva alcuna specifica clausola di salvaguardia per gli accertamenti notificati precedentemente alla sua entrata in vigore, l’abrogazione riguardava anche il passato.
La Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente ma solo con riferimento all’Irap.
Secondo i giudici di legittimità, la nuova norma che ha soppresso il citato raddoppio dei termini non trova applicazione per gli atti notificati in precedenza e relativi ai pregressi periodi di imposta.
Per tali atti valgono infatti le differenti regole vigenti in passato, poi modificate dal Dlgs 128/2015.
Prima dell’entrata in vigore di tale decreto non era neanche necessaria la presentazione della denuncia alla Procura essendo sufficiente l’insorgenza di seri indizi di reato. A nulla rilevava, peraltro, l’archiviazione del procedimento o l’estinzione del delitto (ad esempio per intervenuta prescrizione).
Relativamente all’Irap invece il ricorso è stato ritenuto fondato in quanto si tratta di un’imposta per la quale non sono previste sanzioni penali ed è evidente – secondo la Cassazione – che non possa operare la disciplina del raddoppio dei termini di accertamento
La pronuncia consolida un principio già espresso varie volte in tema di Irap dai giudici di legittimità. A fronte però di tale costante orientamento occorre rilevare che l’agenzia delle Entrate continua ad avvalersi (a questo punto indebitamente) del citato raddoppio dei termini anche per l’Irap costringendo così il contribuente ad impugnare l’atto per vedersi applicare una regola ormai pacifica.
In molti casi peraltro, si tratta di accertamenti che potevano essere tempestivamente emessi nei termini senza ricorrere al raddoppio. Vi è ora da sperare che dopo questa ennesima pronuncia venga rivista tale prassi operativa.
Dal Sole 24 ore del 19 febbraio 2018

Riscossione. Se già notificati e mai contestati.

È inammissibile il ricorso contro l’estratto di ruolo se gli atti prodromici risultano notificati e la definitività degli stessi per omessa impugnazione risale a molto tempo prima: si tratterebbe, infatti, di una illegittima rimessione in termini. A fornire questa interpretazione è la Ctp di Rimini con la sentenza 30/02/2018 depositata il 30 gennaio scorso (presidente e relatore Cameli).
Una contribuente impugnava l’estratto di ruolo rilasciato da Equitalia, nel quale erano indicati debiti per imposte derivanti da accertamenti, cartelle di pagamento e altri atti similari.
Nel proprio ricorso eccepiva vizi di notifica degli atti prodromici e la loro infondatezza.
L’agenzia delle Entrate e l’agente della Riscossione, chiedevano l’inammissibilità del ricorso, poiché proposto contro un estratto di ruolo, ossia un atto amministrativo interno non impugnabile. Nel merito, si difendevano evidenziando la regolarità delle notifiche che per la maggior parte risultavano particolarmente datate. La pretesa era infatti divenuta definitiva per assenza di impugnazione nei termini.
Il collegio, respingendo il ricorso, ha rilevato che l’atto impugnato non era proprio un estratto di ruolo, ma un documento di sintesi dei provvedimenti impositivi risultati non pagati dalla ricorrente. Da ciò sarebbe derivata l’inammissibilità del ricorso, ma in un’ottica di favore del contribuente, la Ctp ha ritenuto impugnabile più in generale, ogni atto con cui un ente impositore porti a conoscenza di una specifica pretesa tributaria.
È stata poi verificata l’ammissibilità sotto un profilo più sostanziale. Le Sezioni unite (sentenza 19704/2015), infatti, hanno confermato l’impugnabilità dell’estratto di ruolo, solo qualora non siano stati regolarmente notificati gli atti impositivi presupposti. Nella specie, tali provvedimenti risultavano notificati molto tempo prima.
Di regola, nella notifica tramite servizio postale, l’agente della Riscossione è tenuto a conservare l’avviso di ricevimento per cinque anni e deve esibirlo su richiesta. Tuttavia, i provvedimenti prodromici risultavano notificati ben oltre il quinquennio, con la conseguenza che Equitalia non poteva più provare la regolarità della consegna.
Alla luce di tale previsione, quindi, è sufficiente che il debitore lasci trascorrere i cinque anni, beneficiando dell’impossibilità per l’agente della Riscossione di provare l’avvenuta notifica dell’atto impositivo.
La Ctp ha rilevato che tali situazioni possono fondatamente integrare un’ipotesi di abuso del diritto e/o processo in quanto il contribuente beneficerebbe di una sorta di rimessione in termini di impugnazione ormai decaduti.
Il ricorso è stato così ritenuto inammissibile perché le notifiche degli atti prodromici risultavano eseguite e la pretesa era divenuta definitiva per assenza di impugnazione. Resta tuttavia da chiedersi come possa difendersi il contribuente da atti non notificati molti anni prima se non impugna l’estratto di ruolo ma soprattutto se si consente all’amministrazione di non provare l’avvenuta notifica.
Dal Sole 24 ore del 10 febbraio 2018

Cassazione. Non può mancare la verifica su irregolarità pregresse.

Risponde di omesso versamento Iva il nuovo amministratore, anche se la crisi di liquidità è stata causata dal precedente: con un minimo di diligenza, infatti, avrebbe potuto verificare la sussistenza di irregolarità fiscali e non accettare l’incarico ovvero rassegnare le dimissioni prima della commissione del reato. A chiarire questo principio è la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 6220 depositata ieri.
Il legale rappresentante di una società in liquidazione, veniva condannato per l’omesso versamento dell’Iva. Avverso la decisione, l’imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando un’omessa valutazione dell’assenza dell’elemento psicologico del reato. Egli, infatti, aveva assunto la carica di amministratore unico della società poco prima del termine per il versamento e la crisi finanziaria in cui versava la società rendeva impossibile qualunque azione per adempiere all’obbligazione tributaria. Non avrebbe potuto, infatti, nella sua veste di nuovo amministratore, accantonare le somme necessarie per il versamento dell’Iva dovuta.
I giudici di legittimità, confermando la decisione di merito sul punto, hanno innanzitutto ribadito che ai fini della sussistenza del reato di omesso versamento non è necessario il dolo specifico, ovvero la volontà di evasione fiscale, essendo sufficiente il dolo generico, ossia la consapevolezza dell’imputato di non operare un versamento che sappia essere dovuto.
Per la commissione del reato, quindi, basta la coscienza e volontà del mancato versamento all’erario.
Con riguardo poi alla responsabilità dell’amministratore, nella sentenza è richiamato il principio delle Sezioni unite (n. 37424/2013) secondo cui per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità può rilevare solo se si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far fronte alle proprie obbligazioni, atteso che l’amministratore potrebbe accantonare somme per potervi adempiere. Chi assume la carica di liquidatore o amministratore si espone così volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze. Tanto meno può ravvisarsi la mera colpa poiché il soggetto prima di accettare l’incarico potrebbe controllare il rispetto degli adempimenti fiscali.
Peraltro, nella specie di omesso versamento la verifica risulta particolarmente semplice essendo sufficiente il riscontro dell’esistenza di un debito nell’ultima dichiarazione presentata e l’esecuzione del relativo versamento.
La Cassazione ha così concluso che l’assunzione della carica di amministratore o liquidatore comporta una preventiva minima verifica della contabilità, dei bilanci e delle ultime dichiarazioni dei redditi, per cui, ove ciò non avvenga, è evidente che chi subentra si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da precedenti inadempienze. La Suprema Corte precisa inoltre che il nuovo amministratore non solo avrebbe dovuto verificare la situazione prima di assumere l’incarico, ma in ogni caso avrebbe potuto rassegnare le dimissioni una volta svolte le verifiche del caso.

Dal Sole 24 ore dell'8 febbraio 2018

Ctp Treviso. Sottoscrizione elettronica valida solo via Pec.

È giuridicamente inesistente l’avviso di accertamento notificato su carta se, in luogo della firma autografa, viene riportata l’indicazione a stampa del firmatario dell’atto amministrativo con la dicitura «firmato digitalmente».
La sottoscrizione con firma digitale è valida se l’atto viene notificato tramite Pec poiché solo in questo modo è possibile verificare l’identità dell’autore, l’integrità, l’ immodificabilità del documento e la riconducibilità dell’atto all’organo amministrativo titolare del potere di accertamento. A stabilirlo è la sentenza n. 55/01/2018 della Ctp Treviso.
La vicenda scaturisce dal contenzioso instaurato da una società, a seguito dell’impugnazione di un avviso di accertamento con cui l’ufficio contestava svariate violazioni. Il contribuente, tra i vari motivi di ricorso, eccepiva l’obbligatorietà della firma autografa ritenendo non legittima la firma digitale su un atto notificato in forma cartacea.
Nell’accogliere l’eccezione preliminare i giudici ricordano, innanzitutto, che la possibilità di sostituire la firma autografa con quella a stampa riguarda solamente gli atti prodotti da sistemi informativi automatizzati.
L’illegittimità dell’atto, quale vizio insanabile, rappresenta la più grave conseguenza comminata dai giudici, non tanto per effetto della sottoscrizione con la firma digitale, quanto piuttosto per il mancato rispetto dell’ utilizzo della posta elettronica certificata per esternalizzare la pretesa tributaria. Solo con quest’ultima il contribuente avrebbe potuto verificare la paternità dell’atto e la conformità della copia analogica al documento informatico.
Per l’organo giudicante, l’atto «firmato digitalmente» e notificato nei modi ordinari è di fatto un atto non conforme al modello legale se non riporta la firma autografa; in questi casi, l’avviso di accertamento è come se fosse non sottoscritto e, quindi, privo di qualsiasi effetto giuridico.
Muovendo da tali presupposti i giudici sottolineano, inoltre, che nel caso di specie non può neppure operare la presunzione generale di riferibilità dell’atto amministrativo all’organo che lo ha emesso. E ciò anche in ragione del fatto che l’atto non può essere ricondotto all’ente che lo ha emesso, se risulta inficiato il modello legale delle sottoscrizione.

 

Dal Sole 24 ore del 26 settembre 2017

Cassazione. Le condizioni che consentono di sanare il mancato deposito della ricevuta di spedizione.

Il mancato deposito della ricevuta di spedizione dell’appello può essere sanato con l’avviso di ricezione solo se la data è asseverata dall’ufficio postale. Occorre poi che il destinatario dell’appello abbia ricevuto il plico prima del termine per l’impugnazione. A confermare questa interpretazione è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 22243 depositata ieri che ha applicato, in senso favorevole al contribuente, la recente pronuncia delle Sezioni unite in materia.
Ecco i fatti. L’Agenzia notificava per posta un appello avverso una decisione della Ctp. Il contribuente chiedeva l’inammissibilità dell’impugnazione, dato che non era stata depositata la ricevuta di spedizione, ma solo quella di ritorno. La Ctr confermava l’inammissibilità dell’appello e l’ufficio ricorreva.
La Cassazione ha ricordato che recentemente le sezioni unite (sentenza n. 13452/2017) si sono pronunciate. L’articolo 53 del decreto legislativo 546/92, che disciplina le regole per proporre appello attraverso il servizio postale prevede che occorre depositare, a pena di inammissibilità, entro 30 giorni dalla notifica dell’atto, la fotocopia della ricevuta di spedizione della raccomandata. Nella prassi si verificava di frequente, soprattutto quando l’impugnazione era dell’Agenzia, che la ricevuta non venisse depositata con la conseguenza, che stando al tenore testuale della norma, l’appello doveva ritenersi inammissibile. La giurisprudenza di legittimità aveva formato due orientamenti. Le Sezioni unite hanno precisato che il termine di 30 giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente (o appellante) che si avvalga del servizio postale universale, decorre non dalla data della spedizione del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario. Non costituisce, poi, motivo di inammissibilità dell’appello il deposito in commissione dell’avviso di ricevimento in luogo della ricevuta di spedizione, a condizione che la data di spedizione sia “asseverata” dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica o timbro datario. Nell’ipotesi in cui la data è riportata manualmente o dattiloscritta ma non asseverata, la prova del giorno di spedizione per la tempestività della notifica dell’appello può essere superata solo se la ricezione del plico è avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione.
I giudici di legittimità in applicazione dei principi delle Sezioni unite, hanno rilevato che in atti era stato depositato, nel termine di 30 giorni, l’avviso di ricevimento privo di una data asseverata. Il documento non era idoneo ad assolvere la funzione probatoria richiesta. In ogni caso, poi, il vizio non poteva ritenersi sanato perché la data di ricezione del plico da parte del contribuente era successiva al termine lungo per impugnare.

Dal Sole 24 ore del 18 settembre 2017

Il ricorso è inammissibile se la parte appellata non si costituisce in giudizio e manca l’avviso di ricevimento che perfeziona la notifica dell’atto tramite servizio postale. La mancata produzione della ricevuta di ritorno, infatti, comporta l’inesistenza della notifica, perché non è possibile accertare la regolarità del contraddittorio processuale. Così si è espressa la Ctr Lombardia 3019/22/2017 (presidente Fabrizi, relatore Piombo).
Una banca concede un affidamento a una società, dalla quale poi pretende il rientro. A fronte del suo inadempimento, richiede al tribunale un decreto ingiuntivo corrispondendo l’imposta di registro in misura fissa.
L’amministrazione liquida con avviso il pagamento della maggiore imposta di registro per oltre 75mila euro, conteggiata in misura proporzionale sull’intera somma dovuta in base al decreto ingiuntivo.
La banca si oppone davanti alla Ctp, sostenendo che l’avviso è illegittimo, perché va applicato il registro in misura fissa. Inoltre, secondo l’istituto, l’avviso non è motivato per assenza delle percentuali o delle aliquote utilizzate per la determinazione dell’imposta.
L’ufficio resiste, sottolineando che per le anticipazioni in conto corrente non vale il principio di alternatività Iva/registro. L’amministrazione afferma, poi, che l’atto è adeguatamente motivato, in quanto la percentuale prevista dalla norma è stata applicata sull’intero importo richiesto con il decreto ingiuntivo.
La Ctp fa propria la tesi della contribuente e accoglie il ricorso, costringendo l’ufficio a proporre appello. Quest’ultimo, dopo averlo notificato alla banca, si costituisce in giudizio, depositando nel fascicolo processuale soltanto la ricevuta di accettazione della raccomandata, senza produrre la cartolina di ritorno.
La banca appellata non si costituisce e la Ctr sancisce così l’inammissibilità dell’appello per i seguenti motivi:
la notifica degli atti giudiziari attraverso il servizio postale non si esaurisce con la spedizione dell’atto, ma si perfeziona con l’avvenuta consegna del plico al destinatario (l’avviso di ricevimento richiesto dal Codice di procedura civile e dalla legge sulla notificazione degli atti a mezzo del servizio postale rappresenta il solo documento idoneo a provare la consegna e la sua data, come pure l’identità e idoneità della persona per mano della quale la notifica è stata eseguita);
nel processo tributario, se la notifica degli atti giudiziari viene effettuata a mezzo del servizio postale, la mancata costituzione in giudizio della controparte, in assenza della produzione dell’avviso di ricevimento, comporta l’inesistenza della notificazione e l’inammissibilità del ricorso introduttivo e del ricorso in appello.
Senza avviso di ricevimento, infatti, se la parte non si è costituita, anche se è provata la tempestività della proposizione dell’impugnazione, non è possibile accertare l’effettiva e valida costituzione del contraddittorio.