Da Quotidiano Enti locali del 15 maggio 2019

Il dirigente finanziario e il funzionario contabile che hanno alterato la situazione contabile reale attraverso una sovrastima dei residui attivi mediante opportune «correzioni», per quanto spinti dall’organo di indirizzo politico, contribuiscono al danno erariale procurato all’ente pubblico. L’alterazione delle poste di bilancio «corrette» avendo lo scopo di dissimulare il disavanzo, oltre a indurre in errore l’organo di indirizzo politico che approva il bilancio, incide sulle scelte gestionali e impedisce l’adozione di misure di risanamento, ingannando allo stesso tempo i terzi, creditori, dipendenti, organi di controllo sulla reale situazione finanziaria dell’ente. Sono le indicazioni contenute nella sentenza della Corte dei conti, Sezione giurisdizionale Toscana n. 140/2019.

La vicenda
A seguito dell’indagine penale che ha condotto il dirigente dell’area contabile e il funzionario responsabile dell’ufficio del bilancio al patteggiamento della pena per falso ideologico, la Procura contabile ha convenuto in giudizio entrambi per dichiarare il danno erariale prodotto alle casse comunali avendo dissimulato la reale situazione finanziaria dell’ente. Il Pm contabile ha, infatti, contestato ai convenuti di aver dolosamente coperto lo stato di deficit finanziario dell’ente attraverso la correzione contabile dei residui attivi, rispetto alla loro reale consistenza. Questo ha permesso di creare un consistente deficit finanziario mediante l’omesso versamento di contributi previdenziali Inpdap, irregolari stabilizzazioni di personale a tempo determinato, indebita corresponsione di somme integrative. Entrambi i convenuti si sono difesi in via principale denunciando la prescrizione del danno erariale, essendo trascorsi i cinque anni previsti dalla normativa rispetto all’invito a dedurre. Si sono ritenuti, inoltre, estranei al danno erariale, in quanto l’alterazione dei dati contabili era avvenuta a causa delle pressioni esercitate dall’organo di indirizzo politico nonché del direttore amministrativo, cui avrebbero dovuto essere addebitate in via esclusiva le responsabilità contabili, per aver omesso di attivare procedure idonee per risanare i conti pur conoscendo l’entità del disavanzo finanziario dissimulato. Il funzionario, in via subordinata ha chiesto che fosse considerata una diversa ripartizione del danno erariale, in funzione del diverso ruolo decisionale.

La conferma del danno erariale
In merito alla prescrizione, il Collegio contabile ha disatteso l’eccezione in quanto, per giurisprudenza consolidata, in presenza di dolo accertato in sede penale, la prescrizione decorre solo a partire dalla data di richiesta di rinvio a giudizio in sede penale e , a quella data, la prescrizione non era maturata. La condanna dei convenuti al danno erariale deve essere confermata in quanto esecutori materiali di un piano ideato e promosso dal rettore e dal direttore amministrativo, per presentare, a fronte del grave disavanzo, un bilancio che risultasse in pareggio o in attivo. Le falsificazioni commesse dai convenuti consistevano nel “correggere” le poste di bilancio, proprio allo scopo di occultare il grave disavanzo e indurre in errore il consiglio di amministrazione dell’Università che approvava i bilanci, confidando nell’esattezza dei dati.
Il collegio contabile ha ricordato che il bilancio è lo strumento per determinare il reddito dell’esercizio e la situazione patrimoniale e finanziaria dell’ente, con la conseguenza che la sua non veridicità, oltre a ingannare i terzi, creditori, dipendenti, organi di controllo eccetera, incide sulle scelte gestionali e impedisce l’adozione di misure di risanamento.
Il danno, calcolato in via equitativa, deve tuttavia essere posto in misura prevalente a carico del dirigente e in minore misura a carico del funzionario in considerazione del diverso ruolo rivestito nell’amministrazione e alla posizione di inferiorità gerarchica.

Da Il sole 24 ore del 25 aprile 2019
Agli enti locali 60 giorni per aderire e deliberare la definizione agevolata. Interessate le realtà che operano con riscossione in proprio.

Comuni, città metropolitane, regioni e province hanno 60 giorni per approvare la definizione delle ingiunzioni di pagamento notificate dal 2000 al 2017, aventi a oggetto le entrate proprie. In tale eventualità, il vantaggio sarà rappresentato dalla eliminazione delle sanzioni, mentre gli interessi saranno dovuti. Il periodo di dilazione del pagamento inoltre può arrivare al massimo a settembre 2021, in luogo dei cinque anni previsti per i debiti erariali. Non saranno ammessi ritardi, neppure minimi, nel pagamento delle singole rate.
Il decreto crescita, approvato martedì dal Consiglio dei ministrigoverno, ripropone la rottamazione delle ingiunzioni, che era stata inizialmente introdotta con l’articolo 6-ter del decreto legge 193/2016. Ciò allo scopo di riequilibrare le posizioni dei cittadini per i quali gli enti territoriali hanno scelto la strada della riscossione coattiva in proprio o tramite concessionari privati con quella dei contribuenti gestiti dall’agenzia delle Entrate – Riscossione. Questi ultimi possono infatti fruire della rottamazione ter che, all’articolo 3 del Dl 119/2018, aveva tuttavia dimenticato gli enti che non si avvalgono dell’agente della riscossione.
A differenza dei debitori dell’Ader, tuttavia, in questo caso la definizione non è sancita per legge, ma dipende da una scelta del tutto autonoma dell’ente impositore, che ha per l’appunto 60 giorni di tempo, a decorrere dall’entrata in vigore del decreto. Nel caso dei comuni, che costituiscono la platea più numerosa dei soggetti interessati, occorrerà un regolamento approvato con delibera consiliare. Entro 30 giorni dall’approvazione, gli enti devono darne notizia sulo sito istituzionale.
Sotto il profilo oggettivo sono interessate le ingiunzioni notificate dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017. Le entrate sono sia quelle tributarie sia quelle non tributarie. Occorre tuttavia segnalare che la norma richiama le esclusioni valevoli ai fini della rottamazione ter, indicate nell’articolo 3, comma 16 del Dl 119/2018. Queste sono: a) somme a titolo di recupero di aiuti di Stato illegittimi; b) crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti; c) sanzioni propriamente penali; d) sanzioni diverse da quelle contributive e tributarie. Quest’ultima è in realtà l’esclusione di maggiore rilevanza in ambito locale.
Con riguardo alle entrate comunali, non possono essere rottamate per esempio le sanzioni per violazioni ai regolamenti, comminate in base all’articolo 7-bis del Tuel (ad esempio, sanzioni in materia di Tia puntuale e di imposta di soggiorno). Con riferimento invece al Cosap, l’entrata non tributaria che molti comuni hanno istituito in luogo della Tosap, il Mef ha chiarito nel corso di Telefisco 2018 che le sanzioni possono essere rottamate, in quanto sanzioni strettamente collegate all’entrata medesima. Si segnala che gli interessi sono sempre dovuti, diversamente dalla rottamazione statale che invece azzera gli interessi di mora.
Quanto alle multe stradali, in analogia con quanto statuito a livello statale, la definizione determina l’azzeramento degli interessi di mora, con salvezza dunque della sorte capitale.
Alla normativa locale è demandato il compito di disciplinare gli aspetti applicativi della sanatoria, quali ad esempio: a) il termine per la presentazione della domanda; b) il numero delle rate, fermo restando che la scadenza finale non può superare settembre 2021; c) il termine entro il quale l’ente o il concessionario deve comunicare al debitore gli importi dovuti. Diversamente dalla norma statale, non è tollerato alcun ritardo nel pagamento delle rate. Sarà pertanto sufficiente un solo giorno per perdere tutti i benefici di legge. D’altro canto, non è disposto che in caso di decadenza non possa essere concessa una ulteriore dilazione del debito residuo.

Da Quotidiano Enti locali del 19 settembre 2018

L’affidamento diretto entro i 40mila euro integra una procedura «ultra-semplificata» in cui, vista la previsione e la scelta legislativa, la speditezza dell’acquisizione prevale sul rigore formalistico classico della procedura a evidenza pubblica, con la conseguenza di rendere non necessaria un’adeguata motivazione.
Questo l’approdo cui giunge il Tar Molise, Campobasso, sezione I, con la sentenza 533/2018.

L’affidamento diretto
La censura del ricorrente si è incentrata sull’affidamento diretto dei servizi di raccolta, trasporto e conferimento dei rifiuti differenziati, pulizia stradale, manutenzione e cura del verde pubblico, manutenzione del cimitero e scavo di fosse per tumulazione, oltre al servizio di trasporto persone-autista autista scuolabus.
Secondo l’appaltatore l’affidamento sarebbe avvenuto in violazione dei principi del codice, in quanto il responsabile del procedimento non avrebbe invito o consultato/coinvolto alcuna impresa potenzialmente interessata. Pur essenso l’appalto di valore inferiore a quello entro il quale è consentito l’affidamento diretto (entro i 40mila euro), sempre secondo il ricorrente, la stazione appaltante avrebbe dovuto favorire la partecipazione avviando un procedimento competitivo.
Le «accuse» consentono al Tar molisano di soffermarsi sulla natura/configurazione giuridica delle nuove procedure semplificate disciplinate nell’articolo 36 del codice dei contratti quale micro sistema normativo che ha sostituito le acquisizioni in economia del superato Dlgs 163/2006.

La decisione
Con il nuovo codice dei contratti – si legge nella sentenza – l’approccio verso la fattispecie dell’affidamento diretto sarebbe profondamente mutato rispetto alle superate acquisizioni in economia, essendo stati i procedimenti contrattuali sotto-soglia comunitaria interamente riformulati e riscritti.
L’affermazione, in effetti, esprime una profonda verità considerato che le acquisizioni in economia richiedevano un passaggio preliminare attraverso un regolamento interno della stazione appaltante (o altro provvedimento nell’ambito delle amministrazioni statali) che aveva la funzione, sostanziale, di abilitare i dirigenti/funzionari a procedere con l’acquisto nell’ambito delle soglie e delle commesse stabilite. Con il micro sistema normativo, contenuto nell’articolo 36, l’esigenza di un atto regolamentare propedeutico, oggettivamente, non emerge.
È pur vero che le linee guida dell’Anac (in particolare la n. 4) sembrano auspicare l’adozione del regolamento ma, sottolinea il giudice, esse sono «atti amministrativi» e in quanto tali non vincolanti per la stazione appaltante.
Attraverso la fattispecie dell’affidamento diretto, nell’ambito della micro soglia dei 40mila euro, pertanto, il codice degli appalti ha previsto un procedimento nuovo e «ultra-semplificato» in cui l’esigenza della speditezza dell’acquisizione viene considerata un valore superiore rispetto al rigore formale di una gara vera e propria o anche di un confronto competitivo tra appaltatori.

Il confronto tra preventivi
Non a caso, per effetto delle modifiche apportate dal decreto legislativo correttivo del codice appalti, l’affidamento diretto non richiede più neppure un confronto tra preventivi.
Lo stesso Consiglio di Stato (con il parere sullo schema di linee guida n. 4, dedicate al procedimento nel sotto soglia comunitario) ha sottolineato che il disegno normativo perseguito dall’articolo 36 appare «esaustivo e autosufficiente» che non necessita di altri atti/indicazioni attuativi/e e che i principi generali non contengono particolari limitazioni.
Pertanto, l’affidamento diretto nell’ambito dei 40mila euro – a differenza della fattispecie di assegnazione diretta in base all’articolo 63 attraverso la procedura negoziata senza pubblicazione di bando – non richiede adeguata motivazione.
Pur nel silenzio normativo, tuttavia, appare corretto che nella determina di affidamento venga indicato in che modo è stato individuato l’affidatario. La motivazione può sostanziarsi anche nel chiarimento sulla competitività del prezzo praticato e dell’adeguatezza tecnica della commessa rispetto ai desiderata della stazione appaltante.

Dal Sole 24 ore del 16 maggio 2018

Appalti. Linee guida Anac sulle misure da inserire nei bandi per tutelare la stabilità occupazionale. Di norma la riassunzione per i servizi ad alta intensità di manodopera.

Clausole sociali a perimetro ristretto. Le clausole che, in fase di cambio di esecutore negli appalti pubblici, puntano a tutelare il personale utilizzato dall’impresa uscente non legheranno mani e piedi gli operatori che subentrano. Saranno, invece, obbligatorie solo in casi limitati e, comunque, dovranno tenere in considerazione l’organizzazione aziendale dell’impresa che subentra.
Dice questo la bozza di linea guida appena messa in consultazione dall’Autorità anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, che punta a dare indicazioni sulle modalità di applicazione di un istituto che, nella sua attuale formulazione, si prestava a interpretazioni molto differenziate.
La questione nasce dall’intervento che, ad aprile del 2017, ha rivisto il codice appalti (articolo 50 del Dlgs 50/2016): se nella precedente versione era prevista una semplice facoltà di inserimento delle clausole sociali all’interno dei bandi, la riforma ha sovvertito di parecchio l’impostazione originaria, parlando di un vero e proprio obbligo.
Questo obbligo, però, andava misurato con precisione, viste alcune ambiguità del testo: esattamente l’obiettivo del documento appena pubblicato dall’Autorità.
La prima precisazione, allora, è che le clausole non andranno inserite in tutti i bandi. Un vincolo esplicito c’è solo per gli appalti «ad alta intensità di manodopera»: sono quelli nei quali il costo del lavoro ha un peso preponderante. Per gli altri, c’è solo una facoltà. Mentre, secondo l’interpretazione dell’Anac, è addirittura «non proponibile» la clausola negli appalti di forniture o in caso di prestazione lavorativa scarsamente significativa.
Non è tutto. Anche quando c’è l’obbligo, ci sono altri paletti da tenere in considerazione. Serve, ad esempio, «che il contratto di cui si tratta sia oggettivamente assimilabile a quello in essere». Se, magari, cambia l’oggetto dell’esecuzione, non sono possibili tutele. Oppure, se il nuovo contratto prevede l’utilizzo di meno persone, l’obbligo grava «solo nei limiti del nuovo fabbisogno».
Una volta inserita la clausola, poi, «la giurisprudenza, anche comunitaria, ha chiarito che» la sua applicazione «non comporta un indiscriminato e generalizzato dovere di assorbimento del personale utilizzato dall’impresa uscente». Bisogna, cioè, sempre tenere in considerazione l’organizzazione aziendale dell’impresa che subentra (si veda pezzo in basso).
Altra tutela riguarda, infine, la fase di sottoscrizione del contratto. La clausola dovrà «essere espressamente prevista» nella documentazione di gara ed essere «espressamente accettata» dall’impresa. Non basterà un’indicazione generica, ma servirà un’analisi approfondita del contratto in corso: numero di unità utilizzate, monte ore, contratto nazionale applicato, qualifica, livelli retributivi, scatti di anzianità. L’affidatario, insomma, non potrà mai essere chiamato a sottoscrivere un accordo in bianco.

Dal Sole 24 ore del 12 marzo 2018

Bilanci. I parametri aggiornati puntano su riscossione e spese rigide. Vanno allegati gli indici vecchi e quelli nuovi.

Capacità di riscossione, indebitamento, disavanzo e rigidità della spesa. Sono i quattro fenomeni scelti per disegnare i nuovi parametri di deficitarietà strutturale (si veda anche Il Sole 24 Ore del 2 marzo) che debutteranno con il rendiconto della gestione 2017, e che dovranno essere calcolati in aggiunta ai vecchi parametri ancora in vigore.
Sono da considerare in condizioni strutturalmente deficitarie gli enti locali che presentano valori deficitari per almeno la metà dei parametri della tabella allegata al rendiconto (articolo 242 del Testo unico degli enti locali). Gli indicatori utilizzati lo scorso anno sono stati fissati con decreto del ministero dell’Interno del 18 febbraio 2013 e restano in vigore fino all’approvazione definitiva dei nuovi.
Tre sono le istanze che hanno mosso la revisione, attesa da tempo: l’esigenza di ripristinare la capacità segnaletica di gravi squilibri di bilancio, persa negli ultimi anni, la necessità di adeguamento alle nuove norme sull’armonizzazione contabile e la richiesta di semplificazione degli adempimenti posti a carico degli enti locali.
Si è pertanto scelto di individuare i nuovi parametri “pescando” all’interno del Piano degli indicatori e dei risultati attesi di bilancio (articolo 18-bis del Dlgs 118/2011, approvati con decreto del ministero dell’Interno del 22 dicembre 2015), applicati per la prima volta al rendiconto della gestione 2016 e al bilancio di previsione 2017-19.
I nuovi indicatori sono otto, uguali per Comuni, Città metropolitane e Province, tutti individuati all’interno del piano degli indicatori. I valori soglia, al di sopra o al di sotto dei quali scatta il semaforo rosso, sono stati fissati partendo dai valori – forniti dalla Banca dati delle amministrazioni pubbliche (Bdap) – mostrati da ciascun indicatore nel piano allegato al rendiconto 2016 (i calcoli sono stati condotti su un campione pari al 69 per cento dei Comuni e al 76 per cento degli enti di area vasta).
Passando all’analisi di ogni indicatore e del rispettivo valore limite, occorre tener presente che nei Comuni l’incidenza delle spese rigide (ripiano del disavanzo, personale e debito) sulle entrate correnti non deve essere superiore al 47 per cento.
Il parametro relativo all’incidenza degli incassi delle entrate proprie sulle previsioni definitive di parte corrente deve essere pari almeno al 26 per cento, mentre l’effettiva capacità di riscossione, cioè il rapporto fra totale incassi (competenza e residui) e totale accertamenti più residui iniziali, deve raggiungere almeno il 55 per cento. Non devono essere presenti anticipazioni chiuse solo contabilmente.
La sostenibilità dei debiti finanziari deve restare sotto a quindici, mentre la sostenibilità del disavanzo effettivamente a carico dell’esercizio rapportato alle entrate correnti non deve essere maggiore di 1,20. Infine, il rapporto fra debiti fuori bilancio riconosciuti e finanziati e il totale degli impegni dei Titoli I e II non deve superare uno, e il rapporto fra i debiti in corso di riconoscimento più quelli riconosciuti e in corso di finanziamento e le entrate correnti non deve essere superiore a 0,60. Il valore limite è diverso per le Province e Città metropolitane.
Prima di passare però all’adozione dei nuovi parametri, si è scelto di verificare le soglie anche sui valori che gli indicatori prescelti assumeranno nel rendiconto in corso di approvazione. È pertanto importante che gli enti locali in sede di rendiconto 2017 prestino attenzione alle modalità di calcolo e compilino i campi degli otto indicatori da sottoporre ai parametri.
Queste considerazioni valgono ancor di più per le Comunità montane, soggette anch’esse all’istituto della deficitarietà strutturale, per le quali l’insufficienza dei dati a disposizione non ha consentito l’elaborazione di alcuna soglia.

Da Quotidiano enti locali del 5 Marzo 2018

I contratti di lavoro stipulati da una società partecipata in violazione della legge sono nulli, fermo restando il diritto alla retribuzione del lavoratore, in base all’articolo 2126 del codice civile. Secondo la pronuncia della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – n. 4358/2018 ,l’articolo 19, comma 4, del Dlgs 175/2016 (testo unico sulle società a partecipazione pubblica) non ha portata innovativa, ma si limita a rendere esplicita una conseguenza già desumibile dai principi generali dell’ordinamento giuridico in tema di nullità virtuali.
Sulla base di questo assunto la Suprema Corte conferma la sentenza della Corte di Appello di Cagliari la quale, capovolgendo l’esito della decisione di primo grado, respinge il ricorso proposto dal dipendente di una società pubblica che aveva chiesto al giudice la dichiarazione di nullità del termine apposto a un contratto di lavoro a tempo determinato, nonché la conseguente condanna della società alla riammissione del lavoratore in organico e al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni maturate con decorrenza dalla cessazione del rapporto.

La motivazione
È ben vero, sostengono i giudici del riesame, che il datore di lavoro si è avvalso del contratto di lavoro a termine in dispregio dei presupposti che ne legittimano l’impiego, ma ciò non basta per giustificare la riammissione del dipendente nei ruoli della società, stante la specifica disciplina in vigore per le assunzioni di personale nelle partecipate.
Si osserva che il contratto di lavoro oggetto della sentenza fu stipulato nel 2010, cioé quando l’articolo 18 del Dl 112/2008 (convertito in legge 133/2008) obbligava le società a totale partecipazione pubblica ad adottare metodi di reclutamento del personale nel rispetto dei principi dettati dall’articolo 35, comma 3, del Dlgs 165/2001 (testo unico sul pubblico impiego).
Il comma 2 dello steso articolo 18 imponeva alle «altre società a partecipazione pubblica totale o di controllo» di adottare «con propri provvedimenti criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi, anche di derivazione comunitaria, di trasparenza, pubblicità e imparzialità».
Il susseguente comma 2-bis prevedeva, inoltre, che «le disposizioni che stabiliscono, a carico delle amministrazioni elencate dall’articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2001 modificazioni, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale si applicano, in relazione al regime previsto per l’amministrazione controllante, anche alle società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo che siano titolari di affidamenti diretti di servizi pubblici locali senza gara, ovvero che svolgano funzioni volte a soddisfare esigenze di interesse generale aventi carattere non industriale né commerciale, ovvero che svolgono attività nei confronti della pubblica amministrazione a supporto di funzioni amministrative di natura pubblicistica inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione».

Partecipate nell’orbita della Pa
Questo sistema normativo ha sortito l’effetto di attrarre nell’orbita della Pubblica amministrazione le società partecipate, le quali, ancorché dotate di una veste giuridica privatistica, permangono tuttora soggette ai vincoli procedurali e ai metodi di reclutamento del personale tipici del pubblico impiego.
Come si legge nella sentenza in commento, il legislatore «ha inteso estendere alle società partecipate i vincoli procedurali imposti alle amministrazioni pubbliche nella fase del reclutamento del personale, perché l’erogazione di servizi di interesse generale pone l’esigenza di selezionare secondo criteri di merito e di trasparenza i soggetti chiamati allo svolgimento dei compiti che quell’interesse perseguono».
Di conseguenza, scrivono i giudici, «il mutamento della veste giuridica dell’ente non è sufficiente a giustificare la totale eliminazione dei vincoli pubblicistici, ove la privatizzazione non assuma anche connotati sostanziali, tali da determinare l’uscita delle società derivate dalla sfera della finanza pubblica».
La ricerca di un punto di equilibrio nel contemperare l’interesse pubblico con quello privato traspare anche dall’articolo 1, comma 3, del Dlgs 175/2016, secondo cui «per tutto quanto non derogato dalle disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di diritto privato».
La deroga di carattere pubblicistico è ravvisabile (tra l’altro) nella disciplina del reclutamento del personale per le società partecipate, per cui la Cassazione ritiene che l’omesso esperimento delle procedure selettive previste dall’articolo 18 del Dl 112/2008 – ora trasfuso in parte qua nell’articolo 19 del dlgs 175/2016 – determini la nullità del contratto ai sensi dell’articolo 1418, comma 1, del codice civile, posto che la violazione di legge attiene al momento genetico e agli aspetti essenziali della fattispecie negoziale in esame.

Dal Sole 24 ore del 26 febbraio 2018
Non è soggetto passivo Iva la società in house providing che svolge prestazioni socio-sanitarie e assistenziali per il soddisfacimento di interessi pubblici. Ad affermarlo è la Ctp di Foggia 1954/4/2017 (presidente Pecoriello, relatore Nardelli).
Una Srl partecipata al 100% da una Asl riceve un accertamento con cui l’Agenzia contestava, tra l’altro, la mancata applicazione dell’Iva per prestazioni rese all’Asl stessa, per l’impiego di personale nella struttura sanitaria pubblica per l’ausiliariato, per il servizio di manutenzione, per l’assistenza infermieristica presso le carceri e per gli autisti utilizzati presso alcuni pronti soccorso e per il supporto veterinario.
La società impugnava la pretesa in Ctp eccependo di non potersi qualificare soggetto passivo Iva non esercitando – quale società in house – un’attività indipendente rispetto al socio pubblico.
L’ufficio rilevava, invece, che trattandosi di una Srl, a norma dell’articolo 4, comma 2, n. 1) del Dpr 633/72, doveva ritenersi soggetto Iva a tutti gli effetti. Secondo tale disposizione, si considerano svolte nell’esercizio di impresa le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte, tra le altre, dalle Srl.
La Ctr ha accolto il ricorso ritenendo la Srl in house non provvista di soggettività passiva Iva.
Il collegio dà atto che la tesi sostenuta dall’Agenzia era già stata positivamente valutata dalla Ctr Liguria (1219/2017) e dalla Ctr Piemonte (914/2015), secondo le quali, in sintesi, deve ritenersi prevalente la disposizione contenuta nel Dpr 633/72, con la conseguenza che, trattandosi di società capitali, deve sempre essere riconosciuta la soggettività passiva Iva, a nulla rilevando se esse siano, o meno, in house providing.
Di contrario avviso la Ctr Lombardia (sezione di Brescia) che, con la sentenza 1017/2016, ha ritenuto esenti da Iva operazioni analoghe, ricordando che la norma tributaria ricomprende tra i soggetti esenti gli organismi di diritto pubblico, intesi ai sensi della direttiva Ue n. 92/50 come «qualsiasi organismo istituito per soddisfare specificatamente bisogni di interesse generale aventi carattere non industriale o commerciale».
La Ctp di Foggia segnala poi che secondo la Corte di giustizia il fatto che un soggetto sia strutturato alla stregua di una società commerciale non vale a escluderne la riconduzione nella diretta sfera dell’ente quando ricorrono determinate condizioni:
– l’esistenza di un controllo dell’ente analogo rispetto a quello esercitato verso i propri uffici;
– lo svolgimento della maggior parte dell’attività, da parte del soggetto terzo, con l’ente stesso.
Nella specie la società ricorrente:
– rientra nell’ambito soggettivo dell’ente (la Asl) stante la partecipazione al 100%;
– svolge attività propria delle Asl, quale prestazioni nel settore socio sanitario a supporto di aziende e strutture sanitarie per il perseguimento delle loro finalità istituzionali.
Dal Sole 24 ore del 19 febbraio 2018

Tassa rifiuti. In assenza del documento economico-finanziario sul servizio di gestione la delibera che indica gli importi è illegittima. Annullato anche l’atto di accertamento basato su valori approvati in modo scorretto.

È illegittima la delibera di approvazione delle tariffe Tari adottata in assenza del piano economico-finanziario. L’accertamento emesso in applicazione di tali tariffe deve essere dunque annullato. Questa è la conclusione raggiunta dalla Ctr Campania, nella sentenza 8283/6/2017 (presidente Marenghi, relatore Iazzetti), depositata il 10 ottobre 2017.
Fissare le tariffe
Sulla base di quanto previsto dall’articolo 1, comma 683 della legge 147/2013, ai fini della determinazione delle tariffe della Tari, il Comune deve previamente approvare, con delibera consiliare, il piano economico finanziario relativo al servizio pubblico di gestione dei rifiuti, redatto dal gestore del servizio.
Il piano, i cui riferimenti normativi sono contenuti nel Dpr 158/1999, contiene, oltre alla descrizione della modalità di svolgimento del servizio, la classificazione dei costi, in fissi e variabili, nonché le modalità di attribuzione degli stessi alle utenze domestiche e non domestiche. Si tratta dunque di un documento essenziale nella dinamica procedura di adozione delle tariffe del tributo. Peraltro nelle realtà regionali in cui è operativa l’autorità d’ambito, comunque essa sia denominata, potrebbe accadere che la competenza all’approvazione del piano finanziario sovra comunale appartenga per l’appunto a tale ente.
Nel caso deciso dalla Ctr Campania sembra di capire, dalla stringata motivazione, che per l’annualità in discussione il piano economico-finanziario non fosse stato approvato. Il collegio, dopo aver correttamente qualificato il suddetto piano come requisito di legittimità delle tariffe Tari, ha pertanto disapplicato la delibera, annullando l’accertamento impugnato.
In proposito, occorre tuttavia ricordare come, ai sensi della consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione, l’illegittimità delle delibere adottate ai fini della determinazione delle tariffe del prelievo sui rifiuti non può provocare alcun “vuoto” impositivo, con conseguente azzeramento del quantum dovuto dal contribuente. Tanto, alla luce del principio di carattere generale secondo cui il giudice tributario ha cognizione piena sul rapporto e come tale deve tendere all’accertamento sostanziale della pretesa tributaria controversa (Cassazione, sentenza 22535/2017). Sempre secondo l’opinione del giudice di legittimità, dunque, nell’ipotesi in esame il collegio di merito dovrebbe applicare le tariffe vigenti nell’anno precedente, validamente approvate.
Le conseguenze
Sembra dunque che, qualora anche le precedenti tariffe fossero viziate per qualsivoglia motivo, il giudice debba procedere ancora a ritroso, sino a individuare le ultime tariffe correttamente approvate. Non è chiaro cosa accade se per effetto di tale rideterminazione del prelievo il gettito del tributo si rivelasse alla fine molto inferiore rispetto al costo del servizio. Ciò, soprattutto nelle ipotesi in cui le impugnazioni dei contribuenti fossero molto numerose. In tale eventualità, il disavanzo o la perdita che si verificherebbe non dovrebbe poter essere coperta con il gettito della tariffa, atteso che esso/a deriva da errori commessi nella procedura di approvazione delle tariffe.

Dal Quotidiano Enti locali dell'8 febbraio 2018

Al via l’indagine conoscitiva sulle forme associative dei Comuni, promossa dall’Osservatorio sulla finanza e la contabilità degli enti locali. La Direzione centrale della finanza locale fornisce le istruzioni sul questionario che i responsabili dei servizi finanziari dei Comuni dovranno compilare entro il prossimo 30 marzo.

I motivi dell’indagine
L’ampliamento delle competenze comunali, le ridotte dimensioni della gran parte degli enti e la limitatezza delle risorse disponibili fanno sì che la gestione associata dei servizi e delle funzioni amministrative, specie nei piccoli comuni, finisca per assumere un rilievo centrale. In tale contesto, si è ritenuto opportuno acquisire dati certi e quanto più possibile aggiornati circa l’attuale situazione delle forme associative tra Comuni, e ciò al fine di proporre possibili misure in grado di favorirne l’evoluzione.

Invio dei questionari
Per l’invio dei dati dovrà essere utilizzato lo specifico modulo in formato pdf editabile disponibile nell’area TBEL del sito internet della Direzione centrale della finanza locale. Il modulo, diviso in quattro sezioni, riporta la denominazione ed il codice dell’ente (dati non modificabili). Bisognerà poi indicare se l’ente svolge servizi in forma associata, riempire il prospetto dei servizi, ndicare se l’ente ha in corso di definizione ulteriori forme associative e se detiene partecipazioni volontarie.
Si precisa, che, trattandosi di una semplice indagine conoscitiva, non è prevista l’apposizione di alcuna firma digitale sul modello.
Dopo la trasmissione telematica perverrà all’ente una PEC con la quale la Direzione centrale della finanza locale comunicherà la corretta compilazione e la conseguente acquisizione del modello.
I dati contenuti nel questionario verranno trattati in forma esclusivamente aggregata.

Dal Sole 24 ore dell'8 febbraio 2018

Lotta alle condotte illecite. Da oggi sul sito dell’Anac.

Le segnalazioni anonime di condotte illecite nel pubblico impiego sbarcano sul sito dell’Anac. L’Autorità anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, mette online a partire da oggi un applicativo che dà corpo, in forma elettronica, alle tutele della legge 179 del 2017, approvata lo scorso novembre. Si chiamerà «Whistleblower» e consentirà di acquisire e gestire le segnalazioni di illeciti, mettendo al centro la massima riservatezza dei dipendenti.
Chi vuole denunciare un comportamento contrario alla legge, in sostanza, potrà accedere all’applicazione, compilando una serie di campi che consentiranno di fornire agli uffici dell’Authority tutte le informazioni necessarie. Tra queste, l’amministrazione coinvolta, la qualifica e la mansione lavorativa del segnalante, la tipologia di condotta denunciata, il periodo temporale, i soggetti coinvolti, l’eventuale beneficio economico acquisito, le imprese implicate (se ci sono). Infine, andranno fornite informazioni che consentano di effettuare riscontri sulla veridicità dei fatti.
Arrivati a questo punto, entra in gioco una delle novità più rilevanti. Una volta completato il form, infatti, il dipendente pubblico riceverà un codice che gli consentirà di dialogare in forma anonima con l’Anac, per seguire nei giorni successivi l’esito della procedura. Potrà, tramite conversazioni cifrate e non intercettabili, aggiungere della documentazione, ricevere richieste dagli uffici dell’Autorità, fare precisazioni senza rivelare la sua identità.
Il suo nome sarà infatti «segregato». Tradotto in pratica, significa che nessuno, all’interno dell’Authority, potrà conoscerlo liberamente. Per svelarlo, sarà necessario attivare una procedura apposita e richiedere l’accesso a un «custode», un responsabile che sarà l’unico a poter richiedere l’autorizzazione a raccogliere questa informazione. Ricevuta la segnalazione, l’Anac farà le sue valutazioni, girando eventualmente il fascicolo alla Procura.