Da Il Sole 24 ore del 28 novembre 2018
Il lieve inadempimento scatterà già per la scadenza del prossimo 7 dicembre. Con la domanda di adesione si potrà ottenere il Durc: revoca in caso di decadenza.
Aumento del numero delle rate, fermo il limite massimo di cinque anni del periodo di dilazione, introduzione della tolleranza di cinque giorni per tutte le scadenze e rilascio del Durc dopo la presentazione della domanda di sanatoria. Queste sono le modifiche apportate alla rottamazione-ter dalla commissione Finanze del Senato.
Nella versione attualmente in vigore, il pagamento della definizione degli affidamenti all’agente della riscossione può avvenire in un massimo di 10 rate, in scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno. Il periodo limite di dilazione dunque è di cinque anni.
Con le modifiche apportate in Senato il numero delle rate aumenta da 10 a 18. Mentre per il 2019, inoltre, restano le rate di luglio e novembre, ciascuna pari al 10% del totale, a decorrere dal 2020 le rate diventano quattro, con scadenza a febbraio, maggio, luglio e novembre di ciascun anno. In sostanza, si riduce l’importo unitario della rata di rottamazione ma resta fermo l’arco temporale di cinque anni per concludere i pagamenti.
L’altra importante modifica riguarda l’introduzione di una soglia di tolleranza nel rispetto delle scadenze di legge. Al riguardo, si ricorda che in tutte le versioni precedenti della rottamazione e anche nella vigente formulazione della definizione ter era sufficiente il ritardato pagamento anche di un solo giorno per decadere irreversibilmente dai benefici di legge. Tanto, perché non risultava applicabile l’istituto del lieve inadempimento all’articolo 15-ter del Dpr 602/1973, che consente di far salvi i ritardi di 7 giorni nel versamento della sola prima rata.
Con l’emendamento approvato si stabilisce che in caso di ritardo non superiore a cinque giorni «l’effetto di inefficacia della definizione non si produce e non sono dovuti interessi». Si tratta, in realtà, di una vera e propria soglia di tolleranza che rende del tutto irrilevanti i ritardi non superiori a cinque giorni, atteso che il debitore non subisce alcuna penalizzazione da essi. Tale soglia trova applicazione per la generalità delle rate della rottamazione ter, ivi inclusa quella in scadenza al 7 dicembre, riferita alle rate della rottamazione bis (si veda l’altro pezzo in pagina).
L’ultima modifica colma una lacuna rispetto alle precedenti rottamazioni. Si ricorda in proposito che in entrambe le precedenti versioni era stabilito che una volta presentata l’istanza di definizione il debitore poteva chiedere e ottenere il Durc positivo. In base all’articolo 3, comma 10 del Dl 119/2018, una volta trasmessa l’istanza, il debitore non si considera inadempiente ai fini degli articoli 28-ter e 48-bis del Dpr 602/1973. La prima norma riguarda il potere dell’agente della riscossione di notificare al contribuente moroso destinatario di un rimborso fiscale una proposta di compensazione volontaria del credito in via di erogazione con le somme a ruolo. In caso di rifiuto, agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader) provvede a notificare un pignoramento presso terzi. La seconda disposizione prevede il blocco dei pagamenti maggiori di 5mila euro da parte di enti pubblici qualora il beneficiario degli stessi abbia pendenze almeno pari a 5mila euro verso l’Ader. Con l’emendamento in esame il quadro è completato dalla possibilità di rilasciare il Durc qualora i carichi previdenziali risultino inclusi in domande di rottamazione. In caso di successiva decadenza dalla definizione, l’Inps revoca il documento già rilasciato. In questo modo, si consente pertanto la partecipazione a gare da parte del debitore.
Da Il Sole 24 ore del 28 novembre 2018

Alt all’integrativa speciale che fa posto alla definizione degli errori formali.

La pace fiscale resta a nove corsie. Così era partita a metà ottobre scorso e così è uscita ieri dal Senato dopo il primo passaggio in Parlamento del Dl fiscale. Ma se da una parte ha mantenuto la sua struttura a più vie, le sanatorie sono cambiate molto nella sostanza soprattutto rispetto agli annunci e alle attese dei contribuenti. L’accordo politico tra Lega e M5S ha cancellato l’iniziale articolo 9 sul condono che introduceva una dichiarazione integrativa speciale su importi fino a 100mila euro l’anno con una tassa sostitutiva del 20 per cento. Al suo posto arriva la sanatoria sugli errori formali, che potranno essere corretti versando al Fisco 200 euro per ogni singolo anno d’imposta per le violazioni commesse fino al 28 ottobre 2018. Ma non è il solo cambio di rotta. Nulla da fare per il più volte annunciato «saldo e stralcio» con cui la Lega ha ipotizzato di poter consentire ai contribuenti in difficoltà economica, con un Isee fino a 30mila euro, di saldare il proprio debito versando, a seconda del reddito, il 6, il 10 o al massimo il 25% del dovuto.
Tra le assenze nelle file dei condoni gialloverdi anche l’estensione della rottamazione-ter alle ingiunzioni di pagamento con cui i comuni riscuotono tributi locali, come Imu, Tasi e Tari, o le multe. Un’estensione facoltativa per i sindaci, sempre presente nelle due passate edizioni delle rottamazioni e che ieri, invece, è stata bloccata con il no della Ragioneria, almeno secondo quanto sottolineato dal sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci (Lega). Nessuna possibilità, poi, di sanare gli omessi versamenti pur avendo dichiarato tutto al fisco. Anche qui il rischio di una perdita di gettito sul recupero annuale garantito dalla riscossione spontanea ha prevalso sulla possibilità di condonare le singole posizioni dei contribuenti.
Della pace fiscale resta certamente la filosofia di fondo ossia di una “sanatoria di filiera” che parte dai processi verbali di constatazione, passa agli accertamenti, alle dichiarazioni dei redditi con errori formali, alla rottamazione-ter delle cartelle esattoriali, per chiudere con i maxisconti della definizione agevolata delle liti pendenti. Al fianco di queste sanatorie ce ne sono alcune di “settore”, a partire dallo stralcio delle cartelle fino a mille euro, quella per le società sportive dilettantistiche, nonché quella per le sigarette elettroniche, che potranno chiudere i contenziosi aperti versando soltanto il 5% di quanto contestato dalle Dogane e dai Monopoli.
Per le sanatorie fiscali dai Pvc alle liti due sono i criteri di fondo: l’obbligo di dover versare la pretesa erariale al netto di interessi e sanzioni. La sola eccezione sono gli errori formali per i quali, oltre al versamento forfettario di 200 euro si prevedono specifici termini di versamento in due rate: una al 31 maggio 2019 e l’altra al 2 marzo 2020. Per le altre sanatorie (Pvc, accertamenti rottamazione ter e liti pendenti) la propria posizione si definisce con il versamento in unica soluzione o rateizzando gli importi dovuti fino a un massimo di 5 anni.
Tra le novità introdotte al Senato proprio sui versamenti rateizzati vanno segnalati l’alleggerimento delle rate che, pur restando distribuite in 5 anni, si potranno versare due nel 2019 (31 luglio e 30 novembre) e le altre a scadenza trimestrale nell’anno, passando quindi da 2 a 4 rate all’anno. Non ci sarà poi nessuna sanzione per ritardi nei pagamenti contenuti nei 5 giorni dalla scadenza.
Durante l’esame del Senato la modifica di maggior spessore sul fronte delle nove sanatorie ha riguardato la chiusura delle liti pendenti dove maggioranaza e Governo hanno rivisto al rialzo gli sconti concessi a chi chiude in via agevolata, senza versare sanzioni e interessi, il contenzioso avviato con il Fisco. È stato introdotto uno sconto del 10% sulla pretesa erariale per chi ha solo presentato ricorso ed è in attesa della “lite”. È stato previsto, poi, un maxi-sconto fino al 95% (è dovuto solo il 5%) per chi ha una doppia conforme e in attesa del giudizio di Cassazione ha già battuto le Entrate in commissione provinciale e regionale. Il Senato ha aumentato anche l’appeal per chi ha vinto in primo grado riducendo la somma dovuta al Fisco dal 50% iniziale al 40%, così come ha ridotto dal 20% ora in vigore al 15% per chi ha vinto in secondo e non vuole attendere il giudizio della Cassazione.

Viene modificata la disciplina del regime forfetario previsto per le persone fisiche (imprese e lavoratori autonomi) dall’art. 1, commi 54-89, Legge n. 190/2014 (Legge di Stabilità 2015).

In primo luogo, si stabilisce ora un unico requisito di accesso, cioè il limite di ricavi/compensi pari a € 65.000 ragguagliati ad anno per tutti i contribuenti ammessi al regime, con riferimento all’anno precedente. Dal 2019, quindi, non ci sono più limiti di ricavi/compensi differenziati in base ai settori di attività ed, inoltre, la platea di soggetti interessati si amplia, essendo il nuovo limite di ricavi/compensi unico più alto dei precedenti limiti.

Non risultano, invece, invariati i coefficienti di redditività (che, quindi, sono ancora distinti per settore di attività). Nel caso di esercizio contemporaneo di attività contraddistinte da differenti codici ATECO, si assume la somma dei ricavi e dei compensi relativi alle diverse attività esercitate.

Grazie alla totale riscrittura del comma 54 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015, ora il requisito di accesso è solo il nuovo unico limite di ricavi/compensi di € 65.000, mentre sono stati eliminati i seguenti ulteriori requisiti:
– spese sostenute per l’impiego di lavoratori non superiori a € 5.000 lordi annui a titolo di lavoro dipendente, co.co.pro., lavoro accessorio, associazione in partecipazione con apporto di solo lavoro, lavoro prestato dai familiari dell’imprenditore ex art. 60, TUIR;
– costo complessivo dei beni strumentali al 31.12, al lordo degli ammortamenti, non superiore a € 20.000.

Inoltre, per tenere conto dell’introduzione degli ISA (Indici Sintetici di Affidabilità fiscale), si prevede che, ai fini della verifica della sussistenza del requisito di accesso al regime forfetario, non rilevano gli ulteriori componenti positivi indicati nelle dichiarazioni fiscali (adeguamento) per migliorare il proprio profilo di affidabilità e per accedere al regime premiale, né ai fini Irap e Iva (ex art. 9-bis, comma 9, D.L. n. 50/2017).

Sono state poi modificate le cause di esclusione dall’accesso al regime previste alle lett. d)e d-bis) del comma 57 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015. In particolare, viene oraprevisto che l’accesso al regime forfetario è negato, tra gli altri, a:
– i soggetti esercenti attività d’impresa, arti o professioni che, contemporaneamente all’esercizio dell’attività, partecipano anche a società di persone, ad associazioni oa imprese familiari ovvero asocietà a responsabilità limitata oad associazioni in partecipazione;
– i soggetti che hanno percepito redditi di lavoro dipendente o redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e che esercitano attività d’impresa, arti o professioni prevalentemente nei confronti anche di uno dei datori di lavoro dei 2 anni precedenti o, in ogni caso, nei confronti di soggetti agli stessi direttamente o indirettamente riconducibili (è stata eliminata la precedente soglia minima di € 30.000 di redditi di lavoro dipendente o assimilato oltre la quale scattava l’esclusione dal regime).

Infine, con una modifica al comma 87 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015, in cui è stata sostituita la parola “triennio” con la parola “quinquennio”, dovrebbe essere riconosciuta, ai soggetti che hanno adottato il regime dei minimi nel 2015, di fruire del regime forfetario previsto per le “start-up” (comma 65 della Legge di Stabilità 2015) per il periodo che residua sino al compimento del quinquennio 2015- 2019, pertanto un minimo che ha iniziato nel 2015 potrebbe adottare il regime start-up fino al 2019.

Dal Sole 24 ore del 2 dicembre 2017
In attesa della pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» (attesa per lunedì prossimo) della legge di conversione del decreto fiscale, arriva una nota del sito del Mef a puntualizzare il nuovo termine di versamento delle rate relative al 2017 per chi ha aderito alla prima edizione della rottamazione dei ruoli dell’ex Equitalia. «La scadenza precedentemente fissata al 30 novembre 2017 – si legge sul sito istituzionale – è stata posticipata al 7 dicembre 2017 mentre il termine di pagamento delle rate in scadenza nel mese di aprile 2018 è stato fissato nel mese di luglio 2018».
Il via libera definitivo alla conversione del Dl fiscale da parte della Camera è arrivato proprio il 30 novembre, data in cui scadeva il termine per il “recupero” delle prime due rate saltate e il versamento dell’eventuale terza rata. Proprio su quest’ultimo punto va segnalato come il testo uscito dal Senato (e non più toccato dalla Camera) abbia tolto dall’articolo 1, comma 1, del Dl 148/2017 il riferimento alle rate«in scadenza nei mesi di luglio e settembre 2017» previsto nella versione originaria del decreto e lasciato l’indicazione generale all’articolo 6, comma 3, lettera a) del Dl 193/2016 (relativo alle rate da versare per il 2017 della rottamazione «nei mesi di luglio, settembre e novembre») con lo slittamento al 7 dicembre. Risultato di questa complessa riscrittura è che tutte le rate che sarebbero scadute il 30 novembre 2017 sono posticipate al 7 dicembre.
Un’interpretazione confermata anche da agenzia delle Entrate-Riscossione interpellata giovedì a riguardo dall’agenzia di stampa Ansa.
Dal Sole 24 ore del 02 novembre 2017

Decreto fiscale. Tra i correttivi in commissione Bilancio al Senato la semplificazione delle comunicazioni Iva e il ravvedimento sugli alert delle Entrate. Emendamenti bipartisan per attenuare le limitazioni alla detrazione Iva: due anni per l’esercizio del diritto.

Stop alle sanzioni sullo spesometro, invio annuale e possibilità di cumulare l’invio al Fisco delle mini-fatture (quelle fino a 300 euro). Non solo. Sul fronte Iva le imprese tornano sperare in un dietrofront del Governo sulla stretta alle detrazioni: dall’obbligo di utilizzo nell’anno introdotto con la manovra correttiva di primavera, tutti i gruppi politici chiedono il ritorno dei due anni entro cui poter sfruttare la detrazione Iva. Spazio, inoltre, alla possibilità di utilizzare il ravvedimento operoso anche in presenza di un avviso bonario per le mancate risposte alle lettere inviate dalle Entrate sui ritardati pagamenti Iva.
Prende corpo, o meglio si trasforma in norme, la “risoluzione Sanga” per semplificare lo spesometro come per altro richiesto dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, in audizione sempre a Montecitorio. A presentare gli emendamenti al Dl fiscale sono però i senatori dove il provvedimento collegato alla manovra inizierà l’esame in commissione Bilancio dalla prossima settimana dopo il voto in Sicilia. Si parte dal caos spesometro dei mesi scorsi sul primo invio delle fatture emesse e ricevute che per maggioranza e opposizioni non può ricadere su imprese e intermediari. In questo senso vanno gli emendamenti che escludono l’applicazione delle sanzioni se la «trasmissione corretta delle fatture ovvero la comunicazione corretta delle liquidazioni periodiche da inviare entro il 31 dicembre 2017 è effettuata entro il 28 febbraio 2018».
Anche se Ruffini aveva aperto a una possibile trasmissione semestrale i senatori chiedono uno sforzo maggiore al Governo e al Fisco per passare, dal 2018, a un invio annuale dei dati delle fatture entro «l’ultimo giorno del secondo mese successivo all’anno di riferimento», in sostanza sempre a febbraio. Nulla invece dovrebbe cambiare per la trasmissione delle comunicazioni sulle liquidazioni Iva, anche per non compromettere le capacità di controllo “lampo” del Fisco. Spazio anche alle comunicazioni “cumulate” in presenza di microfatture, indicate in quelle di importo inferiore ai 300 euro.
Fronte bipartisan per accogliere l’appello ripetuto delle imprese sui termini del diritto alla detrazione Iva. La manovra di primavera ha tagliato i tempi consentendo ai contribuenti di esercitare il diritto nell’anno in cui l’imposta diviene esigibile. Le diverse proposte emendative al Dl chiedono di ripristinare il precedente termine, ossia la possibilità di esercitare il diritto alla detrazione fino alla dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto e alle «condizioni esistenti al momento della nascita» della detrazione spettante.
Stop a più voci anche alla possibilità delle Entrate di escludere dal ravvedimento operoso i contribuenti “a ridotto rischio fiscale” per i ritardati pagamenti dell’Iva dovuta in base agli alert (lettere di compliance) di irregolarità inviate in corso d’anno. L’obiettivo dei correttivi proposti da maggioranza e opposizioni all’articolo 1 del decreto fiscale puntano a limitare, il controllo preventivo dei versamenti periodici dell’Iva, prima della presentazione della dichiarazione annuale, ai soli contribuenti «che presentano un elevato rischio fiscale». Per individuare i più scaltri a maggior tasso di evasione, i senatori chiedono all’agenzia delle Entrate un provvedimento ad hoc che guardi con particolare attenzione ai comportamenti pregressi dei contribuenti.

Dal Sole 24 ore del 24 ottobre 2017

Cattive notizie per i contribuenti e per i debitori dell’agente della riscossione: una norma interpretativa nella bozza di legge di bilancio prevede che, in presenza di cartelle non contestate, il termine di prescrizione per il recupero sia sempre di 10 anni.
Sino alla fine del 2016, era insorto un contrasto in seno alla Cassazione in ordine al termine di prescrizione per recuperare crediti da cartelle di pagamento non contestate. Secondo un primo orientamento, la cartella non opposta, avendo natura di titolo esecutivo, avrebbe dovuto trattarsi alla pari della sentenza. Di conseguenza, la scadenza per attivare le azioni di riscossione coattiva avrebbe dovuto sempre individuarsi in dieci anni. In forza di un altro orientamento, invece, la cartella non contestata non potrebbe mai avere la medesima efficacia delle sentenze. Ne deriva che i termini di prescrizione vanno individuati a seconda della natura dell’entrata. Così, se si tratta di contributi previdenziali il termine è di cinque anni, per il bollo auto la prescrizione è triennale, per la tassa rifiuti la scadenza è quinquennale e così via. Tale contrasto è stato composto dalle Sezioni Unite con la sentenza 23395/16 che ha aderito al secondo orientamento.
Con la modifica proposta dal governo si intende invece vanificare gli effetti delle pronuncia delle Sezioni unite, dichiarando l’applicazione del termine lungo decennale, con effetti retroattivi. In sostanza, in tutti i casi di cartelle di pagamento o di ingiunzioni comunali non contestate, le azioni di recupero potranno essere iniziate entro 10 anni, a prescindere dalla natura del credito azionato. Si tratta dunque di una novità che metterebbe in fuorigioco i contribuenti, incidendo sugli esiti di controversie che si stavano invece indirizzando a loro favore.

Da Quotidiano Enti locali del 20 ottobre 2017

Viene meno l’obbligo di allegare alle variazioni di bilancio il prospetto dimostrativo del rispetto dei vincoli di finanza pubblica. Il testo della manovra per il 2018 prevede, infatti, la soppressione dell’ultimo periodo del comma 468 dell’articolo 1 della legge 232/2016, che disciplina il predetto vincolo.
Gli enti locali, al fine di garantire il rispetto dell’obiettivo di finanza pubblica, nella fase di previsione, sono tenuti ad allegare al bilancio un prospetto dimostrativo, previsto nell’allegato 9 del Dlgs 118/2011, vigente alla data dell’approvazione di tale documento contabile.
La normativa che si va a sopprimere, prevede ora l’onere di allegare questo prospetto anche alle delibere di variazione approvate dal consiglio e agli atti demandati alla giunta o al responsabile del servizio finanziario, con i quali si modificano i saldi rilevanti per gli obiettivi di finanza pubblica.

Un obbligo dalle alterne vicende
Il tema ha subito vicende tormentate. Da ultimo con l’articolo 26 del Dl 50/2017 si è aggiunto, ai casi già previsti dalla legge di bilancio 2017, quello relativo alle variazioni di bilancio disposte dal dirigente (non in esercizio provvisorio) riguardanti l’utilizzo della quota vincolata del risultato di amministrazione derivante da stanziamenti dell’esercizio precedente corrispondenti a entrate vincolate.
La norma vigente prima del Dl 50/2017 rendeva necessario approvare il prospetto dei vincoli di finanza pubblica, oltre che con le variazioni di bilancio approvate dal consiglio, anche con le variazioni di riaccertamento ordinario e con quelle di esigibilità di competenza del responsabile riguardanti il Fpv e le uscite correlate, se riferite alle spese finanziate da debito. Il prospetto deve essere presentato, inoltre, nei casi di variazioni relative a operazioni di indebitamento già autorizzate e perfezionate, contabilizzate secondo l’andamento della correlata uscita.
Se la semplificazione sarà confermata nel testo definitivo, dal 2018 sarà necessario allegare il prospetto dimostrativo dei vincoli di finanza pubblica solo in fase di bilancio di previsione.

Semplificazioni anche sull’invio della certificazione finale
Sempre in tema di semplificazioni, la bozza di manovra per il 2018 prevede che il ritardo nell’invio della certificazione finale fino al 30 maggio (invece del temine vigente del 30 aprile), comporta l’applicazione delle sanzioni limitatamente alle assunzioni di personale a tempo indeterminato. Occorre tuttavia che sia rispettato il pareggio di bilancio.

Da Quotidiano Enti locali del 20 ottobre 2017

Esce dai vincoli di finanza pubblica l’intero stanziamento del fondo crediti di dubbia esigibilità, anche per la parte finanziata da avanzo di amministrazione.
La novità arriva nell’articolo dedicato alla semplificazione del pareggio di bilancio inserito nella bozza della manovra di bilancio per il 2018. Il Fondo crediti di dubbia esigibilità è stanziato tra le spese di ciascun esercizio, per un ammontare determinato in considerazione delle previsioni delle entrate, della loro natura e dell’andamento del fenomeno negli ultimi cinque esercizi precedenti (la media del rapporto tra incassi e accertamenti per ciascuna tipologia di entrata). Lo stanziamento del Fcde non è oggetto di impegno e genera un’economia di bilancio che confluisce nel risultato di amministrazione come quota accantonata.

Il regime attuale
La normativa vigente prevede che ai fini del rispetto degli obiettivi di finanza pubblica gli enti territoriali, in sede di predisposizione del bilancio di previsione, escludano dalle spese finali il Fcde destinato a confluire nel risultato di amministrazione esclusivamente per la quota finanziata con entrate proprie, mentre non possono escludere la quota finanziata dall’avanzo di amministrazione. Dal prossimo anno, invece, gli enti potranno utilizzare tutto lo stanziamento dell’ Fcde, anche per la quota finanziata da avanzo di amministrazione.
In base alle disposizioni contenute nell’articolo 187, comma 2 , del Tuel gli enti possono impiegare l’eventuale quota del risultato di amministrazione “svincolata”, in occasione dell’approvazione del rendiconto (sulla base della determinazione dell’ammontare definitivo del Fcde), per finanziare lo stanziamento riguardante il fondo crediti di dubbia esigibilita’ nel bilancio di previsione dell’esercizio successivo a quello cui il rendiconto si riferisce.

Incentivi alle fusioni di Comuni
Il testo della manovra presentata per il prossimo anno rafforza anche gli incentivi per la fusione di Comuni. Dal 2018 è infatti previsto, a favore dei comuni che danno luogo ad un fusione, un contributo straordinario elevato al 60 per cento dei trasferimenti erariali attribuiti per l’anno 2010 (nel 2017 la percentuale è pari al 50 per cento). Inoltre, dall’anno 2018 il limite agli stanziamenti assegnati a ciascun ente sarà innalzato a tre milioni di euro, anziché gli attuali due milioni previsti per il 2017. Ciò sempre nei limiti degli stanziamenti a disposizione del ministero dell’interno per tale scopo.
Le novità interessano le fusioni di Comuni realizzate a partire dal 2012. Ai fini dell’attribuzione del contributo erariale, le regioni devono inviare al Ministero dell’interno, entro e non oltre il mese successivo all’adozione del loro provvedimento, copia della legge regionale istitutiva della fusione.

Dal Sole 24 ore del 19 ottobre 2017

Arriva la dichiarazione Iva precompilata per professionisti, artigiani e commercianti. A portarla in dote sarà l’introduzione della fatturazione elettronica tra i privati che entrerà in vigore per tutti dal 1° gennaio prossimo e per carburanti e subappaltatori dal 1° luglio 2018 (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Ma la precompilata Iva è solo una delle semplificazioni degli adempimenti legati all’arrivo dell’e-fattura prevista dalla legge di bilancio. Autonomi e professionisti potranno dire addio anche al registro dei corrispettivi e, chiedendo l’assistenza on line all’agenzia delle Entrate, potranno vedersi restituire i prospetti di liquidazione periodica Iva, la bozza di dichiarazione annuale e di quella dei redditi nonché le bozze dei modelli F24 di versamento con le imposte da versare, compensare o richiedere a rimborso. Inoltre, si potrà ottenere uno sconto sul periodo di decadenza degli accertamenti in caso di pagamenti tracciati superiori a 500 euro. Per tutte le partite Iva, poi, saranno aboliti spesometro, modelli Intrastat e i rimborsi d’imposta saranno accelerati.
I tecnici di palazzo Chigi e del ministero dell’Economia sono al lavoro per affinare e limare l’articolato della legge di bilancio che la prossima settimana approderà al Senato (dopo il voto sulla legge elettorale). Tra le misure sottoposte al vaglio politico e tecnico restano soprattutto la cessione dei crediti fiscali di Equitalia, i fondi per il made in Italy e il credito d’imposta per la formazione relativa a industria 4.0. Sul bonus hi-tech lo Sviluppo economico proverà a giocare l’ultima carta per convincere Ragioneria e Padoan della sostenibilità della misura: in queste ore sarà inviata al Mef una nuova proposta con aliquota e tetto di spesa ridotte.
Più complessa l’operazione di vendita pubblica dei crediti fiscali su cui la battaglia tra chi la vuole introdurre e chi, invece, la vuole rimettere nei cassetti è ancora in corso. La procedura compare in tutte le bozze di Ddl di bilancio circolate fino a ieri sera. I favorevoli evidenziano soprattutto la portata dell’operazione di vendita dei crediti fiscali rimasti in pancia all’ex agente della riscossione Equitalia che dovrebbe garantire all’Erario non meno di 4 miliardi in tre anni (2018-2020) con tre rate di pari importo. La norma ora prevede che il nuovo ente pubblico economico Agenzia delle Entrate-Riscossioni dovrebbe vendere all’asta, senza dover prestare alcuna garanzia, i crediti affidati all’ex Equitalia dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010. Restano esclusi dalla vendita quelli che, alla data della cessione, sono interessati da contenziosi, procedure concorsuali ovvero dalla rateizzazione della definizione agevolata dei ruoli (il debitore deve essere in regola con i pagamenti). Chi invece spinge per rimettere nel cassetto la misura sposta l’attenzione non tanto sui saldi ma sugli effetti che la vendita avrebbe su cittadini e imprese. In caso di cessione del credito a una banca o una finanziaria il debitore, stando alla versione attuale della norma, verrebbe privato di tutte quelle cautele che oggi vincolano Agenzia entrate-Riscossione nell’adozione di procedure esecutive. Basti pensare che oggi l’agente pubblico non può mai procedere al pignoramento della prima casa, può sì iscrivere ipoteca sull’abitazione principale ma solo per debiti superiori a 20mila euro. Mentre sulle seconde e terze case l’agente può procedere all’espropriazione solo se il valore del bene è superiore a 120mila euro.
In attesa del testo finale la commissione Bilancio di palazzo Madama ha già deciso il timing per l’esame della manovra. Gli emendamenti dei gruppi parlamentari al decreto fiscale dovranno essere presentati in commissione entro il 31 ottobre mentre quelli al Ddl di bilancio entro martedì 7 novembre. Il 30 e il 31 ottobre si terranno le audizioni su entrambi i provvedimenti. L’iter del decreto partirà formalmente martedì ma la discussione dovrebbe entrare nel vivo solo dal 7 novembre, anche perché i lavori saranno di fatto fermi dal 1° al 5 novembre a causa delle festività e anche delle elezioni siciliane.
L’ossatura dell’articolato del Ddl di bilancio, nonostante il lavoro di affinamento, è già definita in diversi tasselli. L’attuale versione prevede il rinvio dell’Iri, la minipatrimoniale del 2 per mille sulle polizze vita a capitale garantito (salvo out out politici) e la proroga a decorrere dal 2018 della cedolare del 10% sugli affitti a canone concordato, che era stata introdotta per il quadriennio 2014-17.

Dal Sole 24 ore del 8 ottobre 2017

Frodi Iva, liti e rottamazione bis: ecco il decreto fiscale da 5,1 miliardi.

Non ci sarà soltanto la rottamazione bis delle cartelle nel decreto fiscale che il Governo sta preparando per assicurare i 5,1 miliardi di euro di maggiori entrate da portare in dote alla manovra di bilancio. Tra le poste una tantum spunta anche la riapertura della definizione agevolata delle liti pendenti. Che sarà rivista e corretta soprattutto per superare alcune di quelle criticità che hanno frenato almeno in parte l’adesione alla sanatoria introdotta con la manovra di primavera e chiusa il 2 ottobre scorso. L’obiettivo è quello di riaprire la definizione agevolata ma anche di recuperare maggior gettito per altri 250 milioni (nella prima edizione erano complessivamente 400 milioni).
Nel menù del Dl rispunta l’ipotesi di una cartolarizzazione dei crediti fiscali, ossia dei crediti non riscossi e rimasti nel magazzino dell’ex Equitalia (ora agenzia delle Entrate-Riscossione) al netto della rottamazione delle cartelle. Una cifra monstre fatta di crediti intestati a soggetti falliti o defunti. A questi si potrebbero aggiungere, proprio per dare più appeal alle società finanziarie interessate alla cartolarizzazione, anche tutti quei crediti la cui riscossione è sospesa perché è in corso un contenzioso. Pur se resta difficile stimare quanto possa garantire l’operazione, i tecnici del Mef sembrano più che ottimisti prevedendo maggiori risorse per quasi 1,5 miliardi.
Il grosso delle maggiori entrate arriverà comunque da una nuova rottamazione delle cartelle di Equitalia. Riapertura a due vie. Una sarà decisa dal Governo e inserita fin da subito nel decreto così da riaprire le porte della rottamazione anche a quei contribuenti rimasti esclusi dalla prima edizione perché non in regola con le rate di vecchi piani di dilazione o per aver commesso errori formali. La seconda via della rottamazione bis riguarderà, invece, i ruoli notificati ai contribuenti nel 2017, quanto meno fino ai primi 6 mesi dell’anno. Non si esclude poi che questo arco temporale sarà ulteriormente allargato anche a tutti i ruoli datati 2017 nell’esame parlamentare.
La stretta sulle frodi Iva mette al primo posto la fatturazione elettronica. Dopo l’esperienza non certo positiva dello spesometro e delle difficoltà riscontrate nell’invio delle fatture, il Governo è sempre più orientato a introdurre l’obbligo della e-fattura tra privati a tappe: per tutta la filiera petrolifera e dei carburanti, troppo spesso esposta a rischi di frode, la fatturazione elettronica tra privati sarebbe obbligatoria dal prossimo 1° luglio, mentre per tutte le altre categorie la fatturazione elettronica scatterebbe dal 1° gennaio 2019 garantendo all’erario non meno di 2 miliardi di maggiori entrate ogni anno.
Nel decreto fiscale si tornerà a parlare anche di compensazioni Iva e di pagamenti della Pa. Nel primo caso si vorrebbe introdurre un limite (2.500 euro quello inizialmente ipotizzato) oltre il quale le compensazioni di crediti Iva sarebbero comunque monitorate o vigilate prima del loro utilizzo. Mentre sui pagamenti della Pa e in particolare delle partecipate, è destinato a scendere dagli attuali 10mila a 5mila euro l’importo oltre il quale scatta il controllo preventivo sull’esistenza di pendenze fiscali non pagati dal creditore.
Nel pacchetto fiscale sembra oramai certa la decisione di escludere qualsiasi nuova tassa o aumento della pressione tributaria. A farne le spese così sono la cosiddetta tassa sulla Coca cola (10 euro per ogni ettolitro di bevanda zuccherata e gassata) e la tassa sui telefonini (con un incremento delle concessioni governative sulle Sim in abbonamento per traffico voce o dati) che avrebbe potuto assicurare all’erario maggiori entrate per circa 600 milioni complessivi. Continua invece lo studio su una web tax tutta italiana con una cedolare (o il 6 o il 10%) applicata sui ricavi delle big della rete senza stabile organizzazione. Ferme ancora un giro anche le tax expenditures su cui l’ipotesi di taglio lineare delle aliquote di detrazione o eventuali aumenti di franchigie sono tornate nei cassetti. Ma il pacchetto potrebbe arricchirsi di altre misure, al momento coperte.
Rottamazione bis, cartolarizzazioni e liti pendenti, insieme alla stretta sulle frodi Iva, saranno dunque l’ossatura del decreto legge fiscale collegato alla manovra di bilancio. Un cantiere aperto su cui i tecnici di Palazzo Chigi, dell’Economia e della Ragioneria, chiuderanno i lavori entro la fine della prossima settimana. L’Esecutivo è sempre più intenzionato a varare il Dl fiscale venerdì prossimo, per poi pubblicarlo sabato 14 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale così da renderlo subito operativo. Tra domenica e lunedì, invece, sarà la volta del via libera al disegno di legge di bilancio. In questo modo verrebbero rispettati i termini che impongono al Governo italiano di trasmettere alla Commissione europea e all’Eurogruppo prima il Documento programmatico di bilancio per l’anno successivo e poi, entro il 20 ottobre, il Ddl di bilancio alle Camere. E quest’anno si partirà dal Senato e fin da subito con il decreto fiscale. Un Dl che quasi certamente sarà presto trasformato in un provvedimento omnibus, dove il Governo e i vari ministeri veicoleranno tutte quelle norme ordinamentali che non potrebbero trovare posto nella legge di bilancio o misure in scadenza come le missioni di pace internazionale.