Dal Sole 24 ore del 19 febbraio 2018

Tassa rifiuti. In assenza del documento economico-finanziario sul servizio di gestione la delibera che indica gli importi è illegittima. Annullato anche l’atto di accertamento basato su valori approvati in modo scorretto.

È illegittima la delibera di approvazione delle tariffe Tari adottata in assenza del piano economico-finanziario. L’accertamento emesso in applicazione di tali tariffe deve essere dunque annullato. Questa è la conclusione raggiunta dalla Ctr Campania, nella sentenza 8283/6/2017 (presidente Marenghi, relatore Iazzetti), depositata il 10 ottobre 2017.
Fissare le tariffe
Sulla base di quanto previsto dall’articolo 1, comma 683 della legge 147/2013, ai fini della determinazione delle tariffe della Tari, il Comune deve previamente approvare, con delibera consiliare, il piano economico finanziario relativo al servizio pubblico di gestione dei rifiuti, redatto dal gestore del servizio.
Il piano, i cui riferimenti normativi sono contenuti nel Dpr 158/1999, contiene, oltre alla descrizione della modalità di svolgimento del servizio, la classificazione dei costi, in fissi e variabili, nonché le modalità di attribuzione degli stessi alle utenze domestiche e non domestiche. Si tratta dunque di un documento essenziale nella dinamica procedura di adozione delle tariffe del tributo. Peraltro nelle realtà regionali in cui è operativa l’autorità d’ambito, comunque essa sia denominata, potrebbe accadere che la competenza all’approvazione del piano finanziario sovra comunale appartenga per l’appunto a tale ente.
Nel caso deciso dalla Ctr Campania sembra di capire, dalla stringata motivazione, che per l’annualità in discussione il piano economico-finanziario non fosse stato approvato. Il collegio, dopo aver correttamente qualificato il suddetto piano come requisito di legittimità delle tariffe Tari, ha pertanto disapplicato la delibera, annullando l’accertamento impugnato.
In proposito, occorre tuttavia ricordare come, ai sensi della consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione, l’illegittimità delle delibere adottate ai fini della determinazione delle tariffe del prelievo sui rifiuti non può provocare alcun “vuoto” impositivo, con conseguente azzeramento del quantum dovuto dal contribuente. Tanto, alla luce del principio di carattere generale secondo cui il giudice tributario ha cognizione piena sul rapporto e come tale deve tendere all’accertamento sostanziale della pretesa tributaria controversa (Cassazione, sentenza 22535/2017). Sempre secondo l’opinione del giudice di legittimità, dunque, nell’ipotesi in esame il collegio di merito dovrebbe applicare le tariffe vigenti nell’anno precedente, validamente approvate.
Le conseguenze
Sembra dunque che, qualora anche le precedenti tariffe fossero viziate per qualsivoglia motivo, il giudice debba procedere ancora a ritroso, sino a individuare le ultime tariffe correttamente approvate. Non è chiaro cosa accade se per effetto di tale rideterminazione del prelievo il gettito del tributo si rivelasse alla fine molto inferiore rispetto al costo del servizio. Ciò, soprattutto nelle ipotesi in cui le impugnazioni dei contribuenti fossero molto numerose. In tale eventualità, il disavanzo o la perdita che si verificherebbe non dovrebbe poter essere coperta con il gettito della tariffa, atteso che esso/a deriva da errori commessi nella procedura di approvazione delle tariffe.

Dal Sole 24 ore del 08 febbraio 2018

La disciplina dello split payment si applica dalla data di effettiva inclusione del soggetto nell’elenco e di pubblicazione dello stesso sul sito del dipartimento delle Finanze. Con un messaggio di ieri il dipartimento ha confermato l’efficacia costitutiva degli elenchi split payment pubblicati sul sito, agli effetti dell’applicabilità temporale della disciplina sulla fatturazione a partire dal 1° gennaio 2018. La precisazione, sebbene adottata a tutela del legittimo affidamento degli interessati, rischia di ingenera re errori nei fornitori che, di fatto, saranno continuamente chiamati a verificare se la controparte è inserita nell’elenco, da quando o se è stata cancellata.
Facciamo un passo indietro. L’impostazione del decreto del Mef 23 gennaio 2015, integrato dal decreto 9 gennaio 2018, all’articolo 5-ter, anche se a posteriori, confermava la validità per il 2018 degli elenchi pubblicati il 19 dicembre 2017 che ormai non sono però più gli stessi. Inoltre il procedimento è complesso: diviene impossibile affidare la fatturazione a procedure automatizzate che consentano una normale gestione delle anagrafiche clienti. Si deve assumere come condizione il fatto che, per la fatturazione da parte dei fornitori, la disciplina dello split payment ha effetto dalla data di effettiva inclusione del soggetto cessionario nell’elenco e della pubblicazione dell’elenco sul sito del Dipartimento delle finanze. Quindi ogni soggetto passivo Iva prima di emettere una qualsiasi fattura diretta ad un proprio cliente ente pubblico economico, fondazione e/o società partecipata da enti pubblici, cioè i soggetti indicati dall’articolo 17-ter, comma 1-bis del Dpr 633/1972, diversi dalle società quotate, dovrà preventivamente accedere al sito dedicato internet (http://www1.finanze.gov.it/finanze2/split_payment/public/), inserendo il codice fiscale del cliente, per comprendere se possa trattarsi di soggetti che rientrano o meno nella disciplina della scissione dei pagamenti e del caso da quando. L’unica agevolazione è costituita dalla possibilità di verifica del giorno di decorrenza dell’applicazione dello split payment a ciascun soggetto con l’inserimento di una colonna in cui viene riportata la data di inclusione negli elenchi e di efficacia.
L’effetto è che la decorrenza di applicazione dell’obbligo di scissione dei pagamenti è personalizzata e verso uno stesso soggetto, nel corso del 2018, verranno emesse fatture senza scissione dei pagamenti, fino alla data in cui risulterà fuori dagli elenchi, e con split payment a decorrere dall’inserimento ed efficacia. Potrebbe accadere anche il contrario per coloro che, inseriti, ne dovessero uscire nel corso dell’anno e questo comporterebbe ulteriori disagi, posto che per risolvere il problema, per ogni fatturazione i fornitori dovrebbero consultare gli elenchi suscettibili di potenziali continue modifiche.
Nessuna certezza di necessaria uniformità viene pertanto garantita dal sistema che invece doveva essere assicurata dal principio dell’efficacia costitutiva degli elenchi e dalle regole transitorie di utilizzazione previste dall’articolo 5-ter, commi 3 e 4 del decreto 23 gennaio 2015 di attuazione dell’articolo 17-ter.

Dal Sole 24 ore del 23 agosto 2017

Pagamenti. In Gazzetta il decreto dell’Economia che autorizza nel 2017 le compensazioni per imprese e professionisti. Sono ammessi i debiti affidati alla riscossione entro il 31 dicembre 2016.

Via libera anche per il 2017 alle compensazioni, da parte delle imprese e dei professionisti, dei debiti delle cartelle esattoriali con gli eventuali crediti vantati verso la Pubblica amministrazione. È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 agosto 2017 n. 194, infatti, l’atteso decreto del Mef del 9 agosto 2017, che dà attuazione alla proroga per il 2017 (articolo 9-quater del Dl 24 aprile 2017 n. 50) dell’agevolazione dell’articolo 12, comma 7-bis, del Dl 23 dicembre 2013, n. 145 e della normativa generale dell’articolo 28-quater del Dpr 600/73. Quest’ultima, a differenza della prima, sarebbe a regime, ma i vari decreti attuativi hanno sempre posto un limite temporale alle cartelle esattoriali compensabili (per il 2017, ad esempio, si parla di carichi affidati agli agenti della riscossione entro il 31 dicembre 2016), senza prevedere una regola generale, applicabile automaticamente a tutti gli anni.
Da lunedì 21 agosto 2017, quindi, le imprese e i lavoratori autonomi possono compensare i debiti delle cartelle esattoriali, relative ai carichi affidati agli agenti della riscossione entro il 31 dicembre 2016 (nelle precedenti proroghe si parlava di cartelle esattoriali notificate entro una specifica data), con i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, per somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali, maturati nei confronti delle amministrazioni pubbliche (di cui all’articolo 1, comma 2, del Dlgs 30 marzo 2001 n. 165) e certificati secondo le modalità previste dai decreti del ministro dell’Economia e delle finanze 22 maggio 2012 e 25 giugno 2012, a patto che la somma iscritta a ruolo sia inferiore o pari al credito vantato. Quindi, a differenza della regola generale dell’articolo 28-quater del Dpr 600/73, quella dell’articolo 12, comma 7-bis, del decreto legge 23 dicembre 2013 n. 145, prevede che la compensazione sia ammessa solo se con il credito verso la Pa si pagherà interamente quanto dovuto.
Per effettuare questa compensazione, il contribuente-creditore deve richiedere all’ente debitore, tramite un’apposita istanza, la certificazione del credito, relativamente al suo ammontare, il quale deve essere certo, liquido ed esigibile (articolo 9, comma 3-bis, del decreto legge 29 novembre 2008 n. 185). L’istanza, allegata al decreto 25 giugno 2012, va presentata, utilizzando la Piattaforma dei crediti commerciali (Pcc), disponibile sul sito crediticommerciali.mef.gov.it.
L’ente debitore deve rispondere alla richiesta di certificazione del credito, entro 30 giorni dalla data di ricezione dell’istanza. Il contribuente-creditore, poi, deve presentare l’originale della certificazione all’agente della riscossione, il quale, dopo aver verificato la validità della stessa, dispone la compensazione, aggiornando la Piattaforma dei crediti commerciali (Pcc). L’agente della riscossione deve annotare l’importo del credito utilizzato in compensazione per il pagamento delle somme iscritto a ruolo sulla copia della certificazione rilasciata al contribuente-creditore. Il credito residuo, poi, potrà essere utilizzato, se la copia della certificazione è accompagnata dall’attestazione di avvenuta compensazione.

 

Dal Sole 24 ore del 22 agosto 2017

Una nota del ministero dello Sviluppo economico chiarisce che nello standard vanno cancellate le norme abrogate

Non può essere accolta la domanda di iscrizione nel Registro imprese dell’atto costitutivo di una società a responsabilità limitata semplificata (Srls) se non redatto in conformità al modello standard approvato dal ministero dello Sviluppo economico (Dm 138/2012). Lo ha ribadito una nota del dicastero (prot. n. 0404857) datata 20 dicembre 2016 ma divulgata solo di recente.
La Srls è una Srl costituibile solo da persone fisiche, con capitale sociale anche sotto i 10mila euro, priva di statuto e con atto costitutivo redigibile solo secondo il modello standard. Nel caso che ha dato origine alla nota, al Registro era stata presentata la domanda di iscrizione di un atto costitutivo in cui erano riportate clausole conformi al modello standard, ma da ritenersi tacitamente abrogate col Dl 76/2013, dopo il quale il modello non è mai stato aggiornato.
La prassi professionale si è autonomamente orientata ad adeguare le prescrizioni del modello standard, cosa non fatta nel caso che ha dato origine alla nota dello Sviluppo economico: c’erano clausole abrogate come il divieto di «trasferimento delle quote, per atto tra vivi, a persone che abbiano compiuto i trentacinque anni di età alla data della cessione» e la previsione secondo cui l’«amministrazione della società» va «affidata a uno o più soci».
La questione della necessità di leggere il modello standard, anche se non adeguato, come se fosse scritto tenendo presenti le novità normative era già stata affrontata anche dal ministero della Giustizia. Che, nelle note protocollo 118972 e 121532 dell’11 e del 16 settembre 2016 aveva acclarato che nel modello standard di cui al Dm 138/2012 dovevano intendersi tacitamente soppresse la clausola relativa al divieto di trasferimento delle quote di partecipazione al capitale sociale a soggetti ultra trentacinquenni nonché la clausola relativa alla circostanza che gli amministratori dovessero essere soci. Nella nota n. 0404857 il ministero ora conferma che:
il modello standard è assolutamente inderogabile e che, quindi, non è possibile introdurvi alcuna variazione o specificazione;
tanto la clausola relativa al divieto di cessione delle quote della Srls a soggetti che abbiano già compiuto i 35 anni di età, quanto la clausola relativa alla nomina come amministratore di un soggetto necessariamente socio debbono intendersi cancellate; quindi, nella redazione dell’atto costitutivo della Srls, esse non debbono essere riprodotte;
la domanda di iscrizione di un atto costitutivo di una società responsabilità limitata semplificata che riproduca tuttora le suddette clausole non possa essere accolta.
In sostanza il ministero ritiene che, pur in assenza di un formale adeguamento del modello standard alle modifiche normative intervenute posteriormente alla sua emanazione, il mantenimento nell’atto costitutivo di clausole che prevedano il divieto di trasferimento delle quote a soggetti ultra- trentacinquenni ovvero prevedano che l’amministrazione della società sia necessariamente affidata ad uno o più soci, scelti con decisione dei soci, si sostanzia in una ipotesi di non conformità a legge, tale da giustificare il rifiuto di iscrizione dell’atto.

Dal Sole 24 ore del 21 agosto 2017

Responsabilità. Escluso il danno per l’atto inammissibile perché non è dimostrato che, se esaminato nel merito, sarebbe stato accolto.

No al risarcimento del danno per violazione degli obblighi professionali se il cliente non dimostra che avrebbe potuto ottenere un vantaggio economico qualora il professionista avesse svolto correttamente il proprio incarico. Lo ribadisce la Corte d’appello di Milano (presidente Saresella, relatore Corte) nella sentenza 1448 dello scorso 5 aprile.

La vicenda

Dopo aver ricevuto un avviso di accertamento con cui le Entrate gli chiedevano il pagamento di maggiori imposte, un contribuente aveva conferito a due ragionieri l’incarico di presentare ricorso alla Ctp. La commissione, senza entrare nel merito della questione, aveva dichiarato la domanda inammissibile perché il mandato alle liti era contenuto non in calce o a margine del ricorso ma in un foglio separato. Contro la sentenza, gli stessi professionisti avevano presentato appello nell’interesse del contribuente, sostenendo che il ricorso era regolare e chiedendo quindi la rimessione degli atti al giudice di primo grado. La Ctr, però, confermava la decisione impugnata, rilevando che il mandato era stato conferito in un foglio aggiunto al ricorso.
Il contribuente aveva quindi chiamato in giudizio i due ragionieri, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa della nullità del mandato di primo grado e della mancata riproposizione dei motivi di merito in appello. Il Tribunale di Lodi aveva respinto la domanda; il cliente ha allora presentato appello, ribadendo le questioni proposte in primo grado.

La decisione

Nel respingere l’impugnazione, la Corte ricorda, innanzitutto, che il professionista assume un’obbligazione di mezzi e non di risultato, giacché si impegna a prestare la propria opera per ottenere l’obiettivo «desiderato ma non a conseguirlo». Pertanto, «l’inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente», ma deve essere valutato in relazione al dovere di diligenza previsto dal comma 2 dell’articolo 1176 del Codice civile; norma per la quale, nell’adempimento delle obbligazioni concernenti l’esercizio di un’attività professionale, la diligenza si deve valutare «con riguardo alla natura dell’attività esercitata». In ogni caso – prosegue la Corte, citando la sentenza 7618/1997 della Cassazione -, se la prestazione richiede la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata e va affermata, in base all’articolo 2236 del Codice civile, solo per dolo o colpa grave.
Inoltre, la domanda di risarcimento nei confronti di un professionista che abbia violato i propri obblighi può essere accolta «se e nei limiti in cui un danno si sia effettivamente verificato»; e il giudice – conclude la Corte, richiamando la sentenza 3657/2013 della Cassazione – deve «valutare se il cliente avrebbe potuto conseguire, con ragionevole certezza, una situazione economicamente più vantaggiosa qualora il professionista avesse diligentemente adempiuto la propria prestazione».
Nella vicenda tributaria, le contestazioni del Fisco muovevano dalle valutazioni dell’Osservatorio del mercato immobiliare, i cui dati, spiega la Corte, possono assumere valore di indizio per l’accertamento delle imposte. Peraltro, le Entrate avevano rilevato anche che il mutuo bancario era di importo superiore al prezzo indicato per la compravendita ripresa a tassazione.
Secondo la Corte, in definitiva, dagli atti di causa non si può desumere alcun elemento che consenta di ritenere che il ricorso, se fosse stato esaminato nel merito, sarebbe stato accolto. Ragioni, queste, che hanno giustificato la conferma della sentenza di primo grado.

 

Dal Sole 24 ore del 21 agosto 2017

La scadenza del 30 settembre per le assegnazioni e cessioni di beni ai soci e per le trasformazioni agevolate in società semplice previste dalla legge di Bilancio 2017 impone a società e consulenti particolare attenzione al rientro dalle ferie. Si tratta di operazioni complesse, con variabili di natura societaria e fiscale differenti in ogni singola ipotesi. Non a caso, a fine luglio le Entrate hanno diffuso una serie di risoluzioni con le risposte ad altrettanti interpelli.
Riepiloghiamo allora, in sintesi, gli aspetti principali dell’assegnazione. Si concretizza in una distribuzione di capitale o di utili (o di riserve di capitale o di utili) mediante l’attribuzione di uno o più beni. Quindi, destinare al socio un bene senza che vi sia riduzione contestuale di una posta del netto patrimoniale non può configurarsi come una assegnazione, ma, casomai, come una cessione.
Inoltre, l’assegnazione può realizzarsi anche nei casi di recesso, riduzione del capitale esuberante o di liquidazione previsti dall’articolo 47, comma 7, del Tuir, nel qual caso le norme speciali devono coordinarsi con le regole generali previste per questi istituti. Ad esempio, nel caso in cui l’assegnazione sia una modalità per soddisfare il credito vantato dal socio receduto, non si avrà la ricerca della proporzionalità tra beni assegnati e quote possedute dai soci, ma l’assegnazione avverrà a vantaggio integrale del socio stesso.

Soggetti e beni
L’operazione riguarda le Snc, Sas, Srl, Spa, Sapa e quelle ad esse fiscalmente assimilate. Via libera sia alle società non operative che a quelle in liquidazione, che, anzi, sono tra le più interessate.
Gli assegnatari possono anche essere non residenti e diversi dalle persone fisiche, ma devono risultare iscritti nel libro dei soci, ove prescritto, al 30 settembre 2015, o devono esservi stati iscritti entro il 31 gennaio 2016 in forza di titolo di trasferimento con data certa anteriore al 1° ottobre 2015 (date invariate rispetto alla analoga facoltà scaduta il 30 settembre 2016). Ingressi successivi rendono non agevolata l’assegnazione ai nuovi soci, tranne che in caso di successione. Sono possibili i passaggi di quote tra soci in vista dell’assegnazione.
S0no assegnabili gli immobili diversi da quelli strumentali per destinazione. Per i beni mobili, l’operazione può riguardare solo quelli registrati (auto, barche eccetera) a patto che non siano essenziali all’attività di impresa (come invece accade per le auto delle imprese di noleggio). Non sono assegnabili gli immobili locati con contratto di affitto di azienda in corso (circolare 37/E/2016).

Effetti per la società
Se il differenziale tra valore normale del bene assegnato e costo fiscalmente riconosciuto del medesimo è maggiore di zero, su tale importo la società paga una sostitutiva dell’8% (10,5% per le società non operative per almeno due periodi nel triennio 2014-16). Su richiesta della società, il valore normale può essere sostituito dal valore catastale o da un valore intermedio tra i due.
L’assenza di base imponibile per la sostitutiva non impedisce l’assegnazione agevolata. Se l’assegnazione comporta l’utilizzo di riserve in sospensione d’imposta, sul loro importo si versa una imposta sostitutiva del 13 per cento.

Effetti per l’assegnatario
Il costo fiscalmente riconosciuto del bene assegnato costituisce dividendo in natura o riduce il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione, con imposizione sul “sottozero”. Tale valore rappresenta il costo “di carico” per il socio e l’atto di assegnazione fissa il punto di partenza per il quinquennio ex articolo 67, comma 1, lettera b), del Tuir.

Imposte indirette
Ai fini Iva si applica l’articolo 2, comma 2, numeri 5) e 6) del Dpr 633/72 e, per la base imponibile, l’articolo 13, comma 2, lettera c) del medesimo decreto. Le aliquote dell’imposta di registro eventualmente applicabili sono ridotte alla metà (con opzione per il valore catastale) e le imposte ipotecarie e catastali si applicano sempre in misura fissa.
Adempimenti
L’atto di assegnazione (e non la delibera) va stipulato entro il 30 settembre. L’imposta sostitutiva (eventuale) va versata per il 60% entro il 30 novembre prossimo e per il restante 40%, senza interessi, entro il 16 giugno 2018.

 

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