Da Il Sole 24 ore del 08 gennaio 2019

«Saldo e stralcio» al via. Pubblicato il modello dell’Agenzia delle entrate-Riscossione.

Ai nastri di partenza la pace fiscale per chi è in difficoltà economica. Con la pubblicazione del modello di adesione al «saldo e stralcio» delle cartelle datate 2000-2017, l’agente pubblico della riscossione avvia la macchina della decima sanatoria introdotta dal Governo Conte con la legge di Bilancio. Le altre nove sono quelle previste dal decreto fiscale e a cui domani sarà dedicato uno speciale de Il Sole 24 Ore.
Per il saldo e stralcio la chiave d’accesso è l’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee). Dopo un lungo tira e molla all’interno del Governo, la soglia dell’Isee è stata fissata a 20mila euro. Un tetto che, in termini di reddito netto del nucleo familiare, arriva a sfiorare anche i 40mila euro. A pesare sono le differenti variabili, ad esempio quelle dei beni mobiliari e immobiliari. Così come sarà determinante ai fini del rispetto della soglia la presenza o meno di mutui o finanziamenti. Questi ultimi, ad esempio, in quasi tutti i casi fanno oltrepassare il limite dei 20mila euro tagliando fuori una potenziale e nutrita platea di soggetti interessati. È pur vero che, come spiega la nota di agenzia Entrate-Riscossione diramata ieri con il nuovo modello (si vedano gli esempi in basso) in caso di invio dell’istanza con Isee scaduto o fuori dai limiti di legge rappresenta a tutti gli effetti l’istanza di adesione alla rottamazione-ter.
Per aderire alla sanatoria c’è tempo. Il modello approvato ieri e denominato «SA–ST» con gli acronimi di «saldo e stralcio», dovrà essere presentato entro il 30 aprile 2019. Oltre alle persone fisiche con Isee fino a 20mila euro, la domanda potrà essere presentata anche da chi ha già aperta una procedura di liquidazione alla data di presentazione della dichiarazione di adesione. Rientrano nella definizione agevolata anche i contribuenti che, nel rispetto dei requisiti in termini di Isee e per le sole tipologie di debiti previste dalla legge, hanno aderito alle precedenti edizioni della rottamazione delle cartelle e non hanno perfezionato i pagamenti dovuti, compresi quelli entro il 7 dicembre.
Nel modello di adesione il contribuente dovrà attestare la grave e comprovata situazione di difficoltà economica, riportando – come si legge nell’esempio in pagina – i riferimenti della dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) presentata ai fini Isee e segnalando il valore Isee del proprio nucleo familiare o allegando, se necessario, la copia conforme del decreto di liquidazione. Sempre nel modello sarà il contribuente a dover specificare se vorrà saldare il conto in un’unica soluzione entro il 30 novembre 2019 o in 5 rate di importo variabile (35% del totale dovuto entro il 30 novembre 2019, il 20% entro il 31 marzo 2020, il 15% entro il 31 luglio 2020, il 15% entro il 31 marzo 2021 e il restante 15% entro il 31 luglio 2021) con un interesse annuo del 2% a decorrere dal 1° dicembre 2019.
Sarà poi l’agente della riscossione a comunicare entro il 31 ottobre 2019 le somme dovute. Se invece non sono rispettati i requisiti o l’adesione è stata richiesta per cartelle diverse da omessi versamenti fiscali o contributivi, sarà sempre l’Agenzia a comunicare la ripartizione degli importi secondo le regole della rottamazione-ter.
Da Il Sole 24 ore del 31 dicembre 2018

Somme dovute da versare in unica soluzione o in un massimo di 5 rate.

Per poter estinguere a saldo e stralcio i carichi affidati all’agente della Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017, l’interessato deve presentare – entro il 30 aprile 2019 – la dichiarazione che sarà disponibile nel sito internet dell’agenzia delle Entrate-Riscossione entro venti giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto fiscale (Dl 119/2018). In altri termini, entro l’8 gennaio saranno disponibili i modelli per aderire alla sanatoria.
Nella dichiarazione il contribuente dovrà attestare i propri requisiti (Isee o stato di sovraindebitamento) per poter accedere alla definizione e dovrà altresì specificare quali debiti intende definire.
Il versamento delle somme dovute potrà essere effettuato in un’unica soluzione entro il 30 novembre 2019, o in un massimo di cinque rate, secondo le seguenti modalità:
– il 35% con scadenza il 30 novembre 2019,
– il 20% con scadenza il 31 marzo 2020,
– il 15% con scadenza il 31 luglio 2020,
– il 15% con scadenza il 31 marzo 2021.
– il restante 15% con scadenza il 31 luglio 2021.
Il contribuente, nella dichiarazione, dovrà indicare il numero massimo di rate cui intenderà pagare.
In caso di dilazione si applicano, a decorrere dal 1° dicembre 2019, gli interessi al tasso del 2% annuo.
Così come per la rottamazione-ter, nei casi di tardivo versamento delle rate non superiore a cinque giorni, non ci sarà la decadenza dai benefici e comunque non sono dovuti interessi.
Come detto, l’estinzione agevolata per saldo e stralcio è possibile anche per i debiti che sono stati già oggetto delle precedenti rottamazioni per le quali il debitore non ha perfezionato la relativa definizione con l’integrale pagamento delle somme dovute. I versamenti effettuati saranno scomputati dal totale dovuto ai fini dell’estinzione agevolata (ma se sono superiori al dovuto non è possibile la restituzione).
La norma, poi, rinviando alle indicazione della rottamazione-ter (articolo 3, Dl 119/2018) precisa che ai fini della determinazione dell’ammontare delle somme dovute si tiene conto esclusivamente degli importi già versati a titolo di capitale e interessi compresi nei carichi affidati, nonché di aggio e di rimborso delle spese per le procedure esecutive e di notifica della cartella di pagamento. Se il debitore, per effetto di precedenti pagamenti parziali, avesse già integralmente corrisposto quanto dovuto per beneficiare degli effetti della definizione deve comunque presentare la dichiarazione prevista.
Entro il 31 ottobre 2019, l’agente della Riscossione comunicherà ai debitori che hanno presentato la dichiarazione l’ammontare complessivo delle somme dovute ai fini dell’estinzione e, in caso di pagamento rateale, l’importo dovuto e la relativa scadenza di ciascuna rata.
Sempre entro il 31 ottobre, se fossero insussistenti i requisiti necessari ovvero si trattasse di debiti non definibili, l’Agenzia notificherà l’eventuale rigetto della domanda di estinzione.
In tal caso, l’agente della Riscossione è tenuto ad avvertire il contribuente dell’eventuale possibilità di definire attraverso la rottamazione ter i medesimi debiti, indicando a tal fine l’ammontare complessivo delle somme dovute, già ripartito in 17 rate, e la scadenza di ciascuna di esse.
La prima di tali rate, di ammontare pari al 30% del dovuto, dovrà essere corrisposta entro il 30 novembre 2019; il restante 70% sarà ripartito in rate di pari importo, in scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2020.
Anche in questo caso, a partire dal 1° dicembre 2019, si applicheranno gli interessi al tasso del 2% annuo.
Il pagamento delle somme dovute per la definizione potrà essere effettuato:
– mediante domiciliazione sul conto corrente;
– mediante bollettini precompilati, inviati dall’agente della Riscossione;
– presso gli sportelli dell’agente della Riscossione.
Dal Il Sole 24 ore del 31 dicembre 2018

Le condizioni. Ammessi soggetti con Isee familiare fino a 20mila euro o in stato di sovraindebitamento Rientrano i carichi affidati all’Agente tra il 2000 e il 2017 per imposte dichiarate e contributi alle casse.

Arriva la definizione a “saldo e stralcio” dei debiti iscritti a ruolo per i soggetti in difficoltà economica. A prevederla è la legge di Bilancio 2019 che introduce così una ulteriore sanatoria rispetto a quelle già incluse nella “pace fiscale” del decreto fiscale (Dl 119/2018, convertito dalla legge 136/2018).
Il perimetro: esclusi i «bonari»
I debiti definibili sono quelli risultanti dai singoli carichi affidati all’agente della Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017, derivanti dall’omesso versamento di imposte indicate nelle dichiarazioni annuali. Si tratta pertanto di imposte già dichiarate dal contribuente ma non versate che vengono normalmente riscosse in esito ai controlli automatizzati (articolo 36-bis Dpr 600/73 per le imposte dirette e articolo 54-bis Dpr 633/72 per l’Iva).
Il debito deve già essere iscritto a ruolo e perciò, pur non essendo necessaria la notifica della relativa cartella, non è sufficiente il solo avviso bonario recapitato al contribuente.
Possono poi essere estinti i debiti affidati all’agente della Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017, derivanti dall’omesso versamento dei contributi dovuti dagli iscritti alle casse previdenziali professionali o alle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi dell’Inps.
In proposito occorrerà comprendere se siano inclusi tutti i contributi dei lavoratori autonomi e quindi sia di professionisti iscritti alla gestione separata Inps, sia di artigiani e commercianti. Dovrebbero, invece, essere esclusi i contributi dovuti per il lavoro dipendente e quelli derivanti da eventuali accertamenti subiti.
La situazione di difficoltà
L’estinzione dei debiti interessa solo per i soggetti che versano in una grave e comprovata situazione di difficolta? economica.
La norma ritiene grave e comprovata la situazione di difficolta? economica allorché l’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) del nucleo familiare non sia superiore a 20mila euro.
L’unica eccezione a tale regola riguarda i soggetti in stato di sovraindebitamento che hanno presentato la domanda per la liquidazione di tutti i propri beni (articolo 14-ter della legge 3/2012), i quali, indipendentemente dall’Isee, possono estinguere i debiti iscritti a ruolo.
La somma da versare
L’importo da versare per l’estinzione dei debiti dipende dalla situazione economica del contribuente.
La norma prevede, innanzitutto, l’integrale annullamento di sanzioni ed interessi di mora, inoltre a seconda dell’Isee, è dovuta una percentuale delle somme affidate alla Riscossione a titolo di capitale e interessi, in misura pari:
– al 16% qualora l’Isee del nucleo familiare risulti non superiore a 8.500 euro;
– al 20%, qualora l’Isee del nucleo familiare risulti superiore a 8.500 euro e non superiore a 12.500 euro;
– al 35%, qualora l’Isee del nucleo familiare risulti superiore a 12.500 euro.
Sono inoltre dovuti gli aggi e il rimborso delle spese per le procedure esecutive e di notifica della cartella di pagamento.
I soggetti, invece, in stato di sovraindebitamento possono estinguere i carichi a ruolo versando il 10% delle somme iscritte alla riscossione a titolo di capitale e interessi, oltre ad aggi, spese per procedure esecutive e di notifica.
Tali percentuali valgono anche per contributi (delle casse previdenziali professionali e delle gestioni Inps dei lavoratori autonomi) e il versamento sarà poi utilizzato ai fini assicurativi secondo le norme che regolano la gestione previdenziale interessata.
Le vecchie rottamazioni
Da evidenziare, ancora, la possibilità di estinzione agevolata dei debiti già oggetto delle precedenti rottamazioni per le quali il debitore non ha perfezionato la relativa definizione con l’integrale e tempestivo pagamento delle somme dovute. Occorre che sussistano i requisiti richiesti per l’estinzione agevolata (Isee, stato di sovraindebitamento e altri) e le somme già versate saranno scomputate.
Nell’ipotesi in cui per i debiti oggetto di definizione sia pendente un giudizio, il contribuente deve impegnarsi a rinunciare alla lite contestualmente alla presentazione della dichiarazione per aderire alla sanatoria. Deve poi depositare copia della relativa documentazione della definizione nel fascicolo e nelle more del pagamento delle somme dovute, il processo è sospeso dal giudice. L’estinzione del giudizio è subordinata all’effettivo perfezionamento della definizione.
Da Il Sole 24 ore del 28 novembre 2018
Il lieve inadempimento scatterà già per la scadenza del prossimo 7 dicembre. Con la domanda di adesione si potrà ottenere il Durc: revoca in caso di decadenza.
Aumento del numero delle rate, fermo il limite massimo di cinque anni del periodo di dilazione, introduzione della tolleranza di cinque giorni per tutte le scadenze e rilascio del Durc dopo la presentazione della domanda di sanatoria. Queste sono le modifiche apportate alla rottamazione-ter dalla commissione Finanze del Senato.
Nella versione attualmente in vigore, il pagamento della definizione degli affidamenti all’agente della riscossione può avvenire in un massimo di 10 rate, in scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno. Il periodo limite di dilazione dunque è di cinque anni.
Con le modifiche apportate in Senato il numero delle rate aumenta da 10 a 18. Mentre per il 2019, inoltre, restano le rate di luglio e novembre, ciascuna pari al 10% del totale, a decorrere dal 2020 le rate diventano quattro, con scadenza a febbraio, maggio, luglio e novembre di ciascun anno. In sostanza, si riduce l’importo unitario della rata di rottamazione ma resta fermo l’arco temporale di cinque anni per concludere i pagamenti.
L’altra importante modifica riguarda l’introduzione di una soglia di tolleranza nel rispetto delle scadenze di legge. Al riguardo, si ricorda che in tutte le versioni precedenti della rottamazione e anche nella vigente formulazione della definizione ter era sufficiente il ritardato pagamento anche di un solo giorno per decadere irreversibilmente dai benefici di legge. Tanto, perché non risultava applicabile l’istituto del lieve inadempimento all’articolo 15-ter del Dpr 602/1973, che consente di far salvi i ritardi di 7 giorni nel versamento della sola prima rata.
Con l’emendamento approvato si stabilisce che in caso di ritardo non superiore a cinque giorni «l’effetto di inefficacia della definizione non si produce e non sono dovuti interessi». Si tratta, in realtà, di una vera e propria soglia di tolleranza che rende del tutto irrilevanti i ritardi non superiori a cinque giorni, atteso che il debitore non subisce alcuna penalizzazione da essi. Tale soglia trova applicazione per la generalità delle rate della rottamazione ter, ivi inclusa quella in scadenza al 7 dicembre, riferita alle rate della rottamazione bis (si veda l’altro pezzo in pagina).
L’ultima modifica colma una lacuna rispetto alle precedenti rottamazioni. Si ricorda in proposito che in entrambe le precedenti versioni era stabilito che una volta presentata l’istanza di definizione il debitore poteva chiedere e ottenere il Durc positivo. In base all’articolo 3, comma 10 del Dl 119/2018, una volta trasmessa l’istanza, il debitore non si considera inadempiente ai fini degli articoli 28-ter e 48-bis del Dpr 602/1973. La prima norma riguarda il potere dell’agente della riscossione di notificare al contribuente moroso destinatario di un rimborso fiscale una proposta di compensazione volontaria del credito in via di erogazione con le somme a ruolo. In caso di rifiuto, agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader) provvede a notificare un pignoramento presso terzi. La seconda disposizione prevede il blocco dei pagamenti maggiori di 5mila euro da parte di enti pubblici qualora il beneficiario degli stessi abbia pendenze almeno pari a 5mila euro verso l’Ader. Con l’emendamento in esame il quadro è completato dalla possibilità di rilasciare il Durc qualora i carichi previdenziali risultino inclusi in domande di rottamazione. In caso di successiva decadenza dalla definizione, l’Inps revoca il documento già rilasciato. In questo modo, si consente pertanto la partecipazione a gare da parte del debitore.
Da Il Sole 24 ore del 28 novembre 2018

Alt all’integrativa speciale che fa posto alla definizione degli errori formali.

La pace fiscale resta a nove corsie. Così era partita a metà ottobre scorso e così è uscita ieri dal Senato dopo il primo passaggio in Parlamento del Dl fiscale. Ma se da una parte ha mantenuto la sua struttura a più vie, le sanatorie sono cambiate molto nella sostanza soprattutto rispetto agli annunci e alle attese dei contribuenti. L’accordo politico tra Lega e M5S ha cancellato l’iniziale articolo 9 sul condono che introduceva una dichiarazione integrativa speciale su importi fino a 100mila euro l’anno con una tassa sostitutiva del 20 per cento. Al suo posto arriva la sanatoria sugli errori formali, che potranno essere corretti versando al Fisco 200 euro per ogni singolo anno d’imposta per le violazioni commesse fino al 28 ottobre 2018. Ma non è il solo cambio di rotta. Nulla da fare per il più volte annunciato «saldo e stralcio» con cui la Lega ha ipotizzato di poter consentire ai contribuenti in difficoltà economica, con un Isee fino a 30mila euro, di saldare il proprio debito versando, a seconda del reddito, il 6, il 10 o al massimo il 25% del dovuto.
Tra le assenze nelle file dei condoni gialloverdi anche l’estensione della rottamazione-ter alle ingiunzioni di pagamento con cui i comuni riscuotono tributi locali, come Imu, Tasi e Tari, o le multe. Un’estensione facoltativa per i sindaci, sempre presente nelle due passate edizioni delle rottamazioni e che ieri, invece, è stata bloccata con il no della Ragioneria, almeno secondo quanto sottolineato dal sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci (Lega). Nessuna possibilità, poi, di sanare gli omessi versamenti pur avendo dichiarato tutto al fisco. Anche qui il rischio di una perdita di gettito sul recupero annuale garantito dalla riscossione spontanea ha prevalso sulla possibilità di condonare le singole posizioni dei contribuenti.
Della pace fiscale resta certamente la filosofia di fondo ossia di una “sanatoria di filiera” che parte dai processi verbali di constatazione, passa agli accertamenti, alle dichiarazioni dei redditi con errori formali, alla rottamazione-ter delle cartelle esattoriali, per chiudere con i maxisconti della definizione agevolata delle liti pendenti. Al fianco di queste sanatorie ce ne sono alcune di “settore”, a partire dallo stralcio delle cartelle fino a mille euro, quella per le società sportive dilettantistiche, nonché quella per le sigarette elettroniche, che potranno chiudere i contenziosi aperti versando soltanto il 5% di quanto contestato dalle Dogane e dai Monopoli.
Per le sanatorie fiscali dai Pvc alle liti due sono i criteri di fondo: l’obbligo di dover versare la pretesa erariale al netto di interessi e sanzioni. La sola eccezione sono gli errori formali per i quali, oltre al versamento forfettario di 200 euro si prevedono specifici termini di versamento in due rate: una al 31 maggio 2019 e l’altra al 2 marzo 2020. Per le altre sanatorie (Pvc, accertamenti rottamazione ter e liti pendenti) la propria posizione si definisce con il versamento in unica soluzione o rateizzando gli importi dovuti fino a un massimo di 5 anni.
Tra le novità introdotte al Senato proprio sui versamenti rateizzati vanno segnalati l’alleggerimento delle rate che, pur restando distribuite in 5 anni, si potranno versare due nel 2019 (31 luglio e 30 novembre) e le altre a scadenza trimestrale nell’anno, passando quindi da 2 a 4 rate all’anno. Non ci sarà poi nessuna sanzione per ritardi nei pagamenti contenuti nei 5 giorni dalla scadenza.
Durante l’esame del Senato la modifica di maggior spessore sul fronte delle nove sanatorie ha riguardato la chiusura delle liti pendenti dove maggioranaza e Governo hanno rivisto al rialzo gli sconti concessi a chi chiude in via agevolata, senza versare sanzioni e interessi, il contenzioso avviato con il Fisco. È stato introdotto uno sconto del 10% sulla pretesa erariale per chi ha solo presentato ricorso ed è in attesa della “lite”. È stato previsto, poi, un maxi-sconto fino al 95% (è dovuto solo il 5%) per chi ha una doppia conforme e in attesa del giudizio di Cassazione ha già battuto le Entrate in commissione provinciale e regionale. Il Senato ha aumentato anche l’appeal per chi ha vinto in primo grado riducendo la somma dovuta al Fisco dal 50% iniziale al 40%, così come ha ridotto dal 20% ora in vigore al 15% per chi ha vinto in secondo e non vuole attendere il giudizio della Cassazione.

Viene modificata la disciplina del regime forfetario previsto per le persone fisiche (imprese e lavoratori autonomi) dall’art. 1, commi 54-89, Legge n. 190/2014 (Legge di Stabilità 2015).

In primo luogo, si stabilisce ora un unico requisito di accesso, cioè il limite di ricavi/compensi pari a € 65.000 ragguagliati ad anno per tutti i contribuenti ammessi al regime, con riferimento all’anno precedente. Dal 2019, quindi, non ci sono più limiti di ricavi/compensi differenziati in base ai settori di attività ed, inoltre, la platea di soggetti interessati si amplia, essendo il nuovo limite di ricavi/compensi unico più alto dei precedenti limiti.

Non risultano, invece, invariati i coefficienti di redditività (che, quindi, sono ancora distinti per settore di attività). Nel caso di esercizio contemporaneo di attività contraddistinte da differenti codici ATECO, si assume la somma dei ricavi e dei compensi relativi alle diverse attività esercitate.

Grazie alla totale riscrittura del comma 54 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015, ora il requisito di accesso è solo il nuovo unico limite di ricavi/compensi di € 65.000, mentre sono stati eliminati i seguenti ulteriori requisiti:
– spese sostenute per l’impiego di lavoratori non superiori a € 5.000 lordi annui a titolo di lavoro dipendente, co.co.pro., lavoro accessorio, associazione in partecipazione con apporto di solo lavoro, lavoro prestato dai familiari dell’imprenditore ex art. 60, TUIR;
– costo complessivo dei beni strumentali al 31.12, al lordo degli ammortamenti, non superiore a € 20.000.

Inoltre, per tenere conto dell’introduzione degli ISA (Indici Sintetici di Affidabilità fiscale), si prevede che, ai fini della verifica della sussistenza del requisito di accesso al regime forfetario, non rilevano gli ulteriori componenti positivi indicati nelle dichiarazioni fiscali (adeguamento) per migliorare il proprio profilo di affidabilità e per accedere al regime premiale, né ai fini Irap e Iva (ex art. 9-bis, comma 9, D.L. n. 50/2017).

Sono state poi modificate le cause di esclusione dall’accesso al regime previste alle lett. d)e d-bis) del comma 57 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015. In particolare, viene oraprevisto che l’accesso al regime forfetario è negato, tra gli altri, a:
– i soggetti esercenti attività d’impresa, arti o professioni che, contemporaneamente all’esercizio dell’attività, partecipano anche a società di persone, ad associazioni oa imprese familiari ovvero asocietà a responsabilità limitata oad associazioni in partecipazione;
– i soggetti che hanno percepito redditi di lavoro dipendente o redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e che esercitano attività d’impresa, arti o professioni prevalentemente nei confronti anche di uno dei datori di lavoro dei 2 anni precedenti o, in ogni caso, nei confronti di soggetti agli stessi direttamente o indirettamente riconducibili (è stata eliminata la precedente soglia minima di € 30.000 di redditi di lavoro dipendente o assimilato oltre la quale scattava l’esclusione dal regime).

Infine, con una modifica al comma 87 dell’art. 1 della Legge di Stabilità 2015, in cui è stata sostituita la parola “triennio” con la parola “quinquennio”, dovrebbe essere riconosciuta, ai soggetti che hanno adottato il regime dei minimi nel 2015, di fruire del regime forfetario previsto per le “start-up” (comma 65 della Legge di Stabilità 2015) per il periodo che residua sino al compimento del quinquennio 2015- 2019, pertanto un minimo che ha iniziato nel 2015 potrebbe adottare il regime start-up fino al 2019.

In ambito societario i destinatari delle norme di cui al D.Lgs. n. 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate.

La Corte di Cassazione (Sez. 3 Pen., Sent. n. 41259/2018), intervenendo riguardo al fenomeno dell’attribuzione di cariche societarie a una c.d. «testa di legno», ossia a un soggetto privo di qualsivoglia possidenza patrimoniale e, di regola, senza alcun potere d’ingerenza nella gestione della Società, ha precisato che i destinatari delle norme di cui al D.Lgs. n. 74/2000 vanno individuati «sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta», sicché del reato fiscale deve rispondere, quale autore principale, l’amministratore «di fatto», ossia il soggetto che esercita in concreto funzioni di gestione e controllo della persona giuridica, pur in assenza di una regolare e vigente investitura formale, mentre l’amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento, a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Per la Suprema Corte, dunque, con riguardo ai reati fiscali, la questione della ripartizione della responsabilità penale in ambito societario, nel caso in cui accanto a un amministratore di diritto operi quello che è denominato amministratore «di fatto» (figura legislativamente prevista dall’art. 2639 cod. civ.), deve essere valutata ponendo l’accento non sul dato formale (amministratore di diritto, prestanome) ma sul criterio funzionalistico o dell’effettività, per cui il dato fattuale della gestione sociale deve prevalere su quello solo formale.

Questa interpretazione ha come conseguenza che è l’amministratore «di fatto» a dover essere qualificato quale autore principale del reato fiscale (ad es., omessa dichiarazione, omesso versamento d’imposte, occultamento/distruzione della contabilità etc.), mentre l’amministratore di diritto, mero «prestanome» o «testa di legno», assume la posizione di concorrente, per mancato impedimento dell’evento ai sensi degli articoli 40, comma secondo, cod. pen. 1 e 2932 cod. civ.2, a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Per quanto riguarda il soggetto che, secondo l’interpretazione della giurisprudenza di legittimità, va riconosciuto come autore principale del reato fiscale, va detto che: l’amministratore «di fatto» è colui il quale, non formalmente investito della carica, s’ingerisce ugualmente nell’amministrazione, esercitando poteri gestori.

Per la Cassazione, come si vedrà in seguito, si deve trattare di esercizio di funzioni riservate alla competenza degli amministratori di diritto con carattere di continuità.

Il legislatore in occasione della riforma del diritto societario del 2003, ha codificato il principio dell’equiparazione dell’amministratore di fatto a quello di diritto nell’art. 2639 del cod. civ., secondo cui è amministratore di fatto chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici e inerenti alla qualifica o funzione.

Come si è detto, la giurisprudenza della Suprema Corte ha da tempo attribuito rilievo, ai fini dell’individuazione della responsabilità per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74/00, all’esercizio effettivo dei poteri di gestione dell’impresa da parte di soggetti privi della relativa qualifica.

Al riguardo, si è sostenuto che il principio dell’equiparazione dell’amministratore «di fatto» a quello di diritto, sancito dall’articolo 2639 del cod. civ., è da considerare applicabile sia ai reati societari sia a quelli tributari, poiché la norma, ancorché riferita esplicitamente ai reati societari previsti dal Codice civile, contiene la codificazione di un principio generale applicabile ad altri settori penali dell’ordinamento (v. Cass. n. 7203 del 2008). Tale principio incide non solo sulla configurabilità del concorso dell’amministratore «di fatto» nei reati commissivi, ma anche in quelli omissivi propri, nel senso che autore principale del reato è proprio l’amministratore «di fatto», salva la partecipazione di estranei all’amministrazione secondo le regole del concorso di persone nel reato (Cass. Sez. 3 Pen., n. 38780/2015 e n. 23425/2011 già cit.).

Perciò, anche rispetto ai reati fiscali trova spazio la sostanziale parificazionedell’amministratore «di fatto» a quello di diritto; equiparazione che opera sempre chesussistano le condizioni previste dall’articolo 2639 del cod. civ. per riconoscere nelsoggetto agente la qualità di amministratore «di fatto» della compagine societaria.

La giurisprudenza della Cassazione individua l’amministratore «di fatto» nel soggetto che eserciti in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione; “significatività” e “continuità” non comportano necessariamente l’esercizio di “tutti” i poteri propri dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale (cfr. Cass. n. 22108/2015; v. anche Cass. n. 15065/2011).

Ad esempio è stato ritenuto responsabile del reato fiscale contestato alla Società, nella veste di amministratore «di fatto»:

Il socio che ha intrattenuto rapporti con le banche, i clienti, i fornitori e i professionisti, come il commercialista incaricato nella tenuta della contabilità ( v. Cass. Sez. 3 Pen. N. 47239/2016, relativa al reato di omesso versamento di IVA ex art. 10 – ter del D. Lgs 74/2000;

Venendo ora al caso deciso dalla Suprema Corte con la sentenza qui in esame, l’amministratore «di fatto» è stato individuato sulla base dei seguenti indici sintomatici:

– la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento IVA;

– la permanenza della delega ad operare sul conto della società;

– la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’indagato.

Il Collegio di legittimità ha esaminato il ricorso proposto da un soggetto accusato del reato di omesso versamento di IVA, ai sensi dell’articolo 10-ter del D.Lgs. n. 74/00, quale amministratore «di fatto» di una S.r.l.

In relazione a tale accusa, il Gip ha disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, nei confronti sia dell’indagato-persona fisica sia della Società, fino alla ricorrenza di un milione euro. La misura cautelare è stata poi confermata dal Tribunale del riesame. Da qui nasce il giudizio in Cassazione, in cui la Difesa – per quanto è qui di interesse – ha lamentato l’illegittimità del provvedimento per la mancanza del presupposto costituito dal fumus della commissione del reato da parte del ricorrente.

Secondo la Difesa, il Tribunale avrebbe dovuto escludere la ricorrenza del fumus del reato di cui all’art. 10 D.Lgs. 74/2000 – requisito legittimante il provvedimento sequestro -, posto che il ricorrente era rimasto in carica fino al 10/12/2014, sicché la responsabilità penale per il mancato versamento dell’IVA relativa al 2013 andava individuata in capo al nuovo amministrare, subentrato l’11/12/2014 e ancora in carica al 27/12/2014, termine per il pagamento.

Ebbene, i Massimi non hanno accolto il motivo di ricorso, poiché il Giudice di merito ha rilevato la sussistenza di plurimi elementi sulla base dei quali poter riconoscere nel ricorrente il vero dominus e il punto di riferimento della Società.

Il Tribunale ha considerato, infatti, il permanere della delega a operare sul conto corrente societario e il fatto che il legale rappresentante in carica risponde al nome di una cittadina tunisina, anch’essa indagata, non reperibile sul territorio nazionale oltreché nullatenente, sebbene risultata (alla stregua di accertamenti di polizia giudiziaria) legale rappresentante di altre Società, in due delle quali è risultata evidente la cointeressenza del ricorrente. E pertanto, per quest’ultimo, il giudizio di legittimità si è risolto con un nulla di fatto.

Gli Ermellini, nel respingere il ricorso, hanno osservato che: «In tema di reati fiscali, i destinatari delle norme di cui alla legge 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta.

Corretta risulta, quindi, l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, da parte del giudice dei riesame, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali:

– la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento Iva;

– la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’imputato».

Secondo costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, «Del reato di omessa presentazione della dichiarazione ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, l’amministratore di fatto risponde quale autore principale, poiché titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l’azione dovuta, mentre l’amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento (artt. 40, comma secondo, cod. pen. e 2932 cod. civ.), a condizione che ricorra l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice» (v., in particolare, Cass. Sez. 3 Pen. n. 38780/2015).

Da Il Sole 24 ore del 20 ottobre 2018
Corsa per chiudere i contratti e utilizzare la coda temporale del prossimo anno. La consegna o l’effettuazione dell’appalto deve avvenire entro giugno e dicembre 2019.
Per investimenti iper e super ammortizzabili, corsa alla chiusura dei contratti con acconto del 20%, per utilizzare la coda temporale del 2019. In attesa di conoscere la sorte degli incentivi nella legge di Bilancio 2019, le imprese che stanno pianificando investimenti da realizzare nel prossimo anno possono fare affidamento sulle norme in vigore che, seppur in scadenza a fine 2018, prevedono un prolungamento nel prossimo anno.
Bonus a termine
L’agevolazione per superammortamento (che riguarda, oltre alle imprese, i professionisti) rinnovata dalla legge 205/2017 e che probabilmente non verrà riproposta dalla legge di Bilancio nell’assetto attuale, prevede una maggiorazione del 30% del costo dei beni ai fini della deduzione delle quote di ammortamento o dei canoni di leasing (risparmio Ires pari al 7,2%).
L’incentivo riguarda acquisti di beni strumentali nuovi (escluse le autovetture, anche se strumentali) effettuati sino al 31 dicembre 2018, oppure anche nel primo semestre 2019, in presenza di ordini chiusi entro fine anno con pagamento di un acconto almeno del 20%. Stessa scadenza per l’iperammortamento al 150% sugli interventi industria 4.0 con le caratteristiche dell’allegato A) alla legge 232/2016 (risparmio Ires 36%), ma in questo caso la coda temporale per effettuare gli investimenti (sempre con ordini e acconti del 20% entro fine anno) si protrae fino al 31 dicembre 2019. In entrambi i casi, chi intende avvalersi delle due agevolazioni deve prestare attenzione alla formalizzazione delle condizioni previste dalla norma.
Ordine e acconto
In primo luogo, occorre che entro il 31 dicembre 2018 venga accettato l’ordine dal fornitore o, in generale, venga stipulato un accordo contrattuale vincolante che ha ad oggetto l’investimento. Non sono richieste forme particolari, quindi potrà trattarsi di proposte accettate o di scritture private secondo le ordinarie prassi in uso nell’impresa. Neppure è richiesto che i documenti abbiano una data certa.
Dovrà inoltre essere versato al fornitore un acconto almeno pari al 20% del costo risultante dal contratto. In presenza di ordine e acconto pagato al fornitore, la scelta, anche dopo il 31 dicembre 2018, di avvalersi di una società di leasing, non invalida la tempestività della «prenotazione» (risoluzione 132/E/2017). Se il costo a consuntivo supera, per revisione prezzo o per altre cause, quello del contratto, rendendo apparentemente incapiente l’acconto, non c’è da preoccuparsi: l’importo coperto dall’acconto resta agevolabile, mentre non lo sarà l’eccedenza. Ad esempio, con un ordine a fine 2018 per 100mila euro e acconto versato di 20mila euro, la iper-deduzione su 100mila è comunque valida anche se il costo finale sale, nel 2019, a 120mila euro, rendendo l’acconto inferiore al 20%. In questo senso si è espressa l’Agenzia nel corso del videoforum del Sole 24 Ore del 24 maggio 2018.
Il limite del 2019
Terminata la contrattualizzazione a fine 2018, occorre verificare che l’effettuazione dell’investimento venga attuata entro la data limite: 30 giugno 2019 per il superammortamento 30% e 31 dicembre 2019 per l’iperammortamento 150 per cento. Le regole sono note: consegna o spedizione per le ordinarie compravendite; ultimazione per gli appalti.
Non serve che il bene entro la data limite sia entrato in funzione e neppure, per l’iperammortamento, che sia realizzata l’interconnessione e redatta la perizia. Queste due condizioni riguardano infatti l’avvio della deduzione e non l’effettuazione. Quindi, se il bene è consegnato nel 2019, ma entra in funzione e viene interconnesso nel 2020, la deduzione 150% (che partirà dal 2020) è garantita.
Da Il Sole 24 ore del 19 ottobre 2018

Cassazione. Non c’è forza maggiore se il mancato versamento non ha cause esterne.

Non può integrare la causa di forza maggiore idonea ad escludere il reato di omesso versamento delle ritenute la scelta dell’imprenditore di destinare le risorse finanziarie disponibili al pagamento dei dipendenti e fornitori e non alle imposte. In tal modo infatti nonostante la crisi di liquidità, l’impresa si è finanziata con somme incamerate a titolo di sostituto di imposta non trattandosi quindi di fatti commessi per forza maggiore.
A ribadire questo rigoroso principio è la Corte di cassazione con la sentenza 47482 depositata ieri.
Il rappresentante legale di una società era stato condannato nei due gradi di giudizio per omesso versamento delle ritenute di acconto operate sugli stipendi dei dipendenti per tre anni di imposta.
L’imputato ricorreva così in Cassazione lamentando un’omessa valutazione dell’insussistenza dell’elemento psicologico atteso che la situazione di difficoltà economica dell’impresa aveva impedito di adempiere all’obbligo di versamento. Peraltro, aveva ottenuto un mutuo ipotecario per fronteggiare la crisi con il quale aveva avviato il pagamento a rate del debito tributario.
La Cassazione, confermando la decisione di appello, ha innanzitutto ricordato che in tema di reati fiscali omissivi l’inadempimento dell’obbligazione tributaria può essere attribuito a forza maggiore solo quando deriva da fatti non imputabili all’imprenditore.
La giurisprudenza di legittimità ha escluso che possa esistere forza maggiore nella mancanza della provvista necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria per effetto di una scelta politica imprenditoriale.
Ne consegue che quando esiste il margine di scelta va esclusa la forza maggiore, così come la poca liquidità è destinata al pagamento di altri debiti, poiché è dimostrato in atti che l’imprenditore ha adottato una propria politica imprenditoriale. Peraltro, non può essere invocata la causa di forza maggiore quando l’inadempimento è stato concausato dal mancato pagamento di singole scadenze mensili.
Nella specie, la crisi di liquidità si trascinava già da tempo e l’amministratore ha deciso di destinare le risorse disponibili non in favore dell’Erario, bensì per la prosecuzione dell’impresa, pagando cioè i dipendenti e i fornitori.
Peraltro, le azioni volte all’ottenimento di finanziamenti da terzi garantiti con il proprio patrimonio personale, non erano sufficienti ad escludere la responsabilità penale, poiché la crisi di liquidità non era stata improvvisa, bensì derivava da un lungo precedente periodo, con la conseguenza che l’imprenditore avrebbe potuto destinare tali somme anche diversamente.
In tema di ritenute, al fine di evitare possibili conseguenze penali in caso di crisi di liquidità, occorre ripartire le risorse esistenti all’atto della corresponsione delle retribuzioni in modo da poter adempiere al proprio obbligo tributario anche se ciò comporta l’impossibilità di pagare i compensi ai dipendenti nel loro intero ammontare.
Pertanto l’imprenditore che decida di versare interamente gli stipendi omettendo il pagamento delle somme all’erario, non può discolparsi per l’assenza dell’elemento psicologico del reato.

Da Il Sole 24 ore del 18 ottobre 2018

Quanto pagato prima dell’arrivo del decreto resterà «acquisito».

Con un colpo di spugna lungo undici anni, dal 2000 al 2010, saranno automaticamente annullati i debiti a ruolo di importo residuo fino a mille euro, che risultano dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010.
L’importo di mille euro, per singolo carico, va calcolato alla data di entrata in vigore del decreto fiscale, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni. Sulla cancellazione dei vecchi ruoli, stando all’ultima bozza, è stabilito che l’annullamento sarà effettuato entro il 31 dicembre 2018, per consentire il regolare svolgimento dei necessari adempimenti tecnici e contabili. Ai fini del conseguente discarico, senza oneri amministrativi a carico dell’ente creditore, e dell’eliminazione dalle relative scritture patrimoniali, l’agente della riscossione trasmette agli enti interessati l’elenco delle quote annullate su supporto magnetico o in via telematica.
Con riferimento ai debiti annullati:
le somme versate anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto restano definitivamente acquisite;
le somme versate dalla data di entrata in vigore del decreto sono imputate alle rate da corrispondere per altri debiti eventualmente inclusi nella definizione agevolata anteriormente al versamento o, in mancanza, a debiti scaduti o in scadenza e, in assenza di questi, sono rimborsate.
A questo fine, l’agente della riscossione presenta all’ente creditore richiesta di restituzione delle somme eventualmente riscosse dalla data di entrata in vigore del decreto legge e fino al 31 dicembre 2018, riversate a norma dell’articolo 22 del decreto legislativo n. 112 del 1999. In caso di mancata erogazione nel termine di novanta giorni dalla richiesta, l’agente della riscossione è autorizzato a compensare il relativo importo con le somme da riversare.
Per il rimborso delle spese per le procedure esecutive poste in essere in relazione ai debiti annullati, concernenti i carichi erariali e, limitatamente alle spese maturate negli anni 2000 -2013, quelli dei comuni, l’agente della riscossione presenta, entro il 31 dicembre 2019, sulla base dei crediti risultanti dal proprio bilancio al 31 dicembre 2018, e fatte salve le anticipazioni eventualmente ottenute, apposita richiesta al ministero dell’Economia e delle finanze.
Il rimborso sarà effettuato, a decorrere dal 30 giugno 2020, in venti rate annuali, con onere a carico del bilancio dello Stato. Per i restanti carichi, la richiesta del rimborso dovrà essere presentata al singolo ente creditore, che provvede direttamente al rimborso, fatte salve, anche in questo caso, le anticipazioni eventualmente ottenute, con oneri a proprio carico e con le modalità e negli stessi termini sopra specificati.
Sono esclusi dalla cancellazione dei debiti fino a mille euro i carichi affidati agli agenti della riscossione recanti:
– risorse proprie tradizionali;
– Iva riscossa all’importazione;
– somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato;
– crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti;
– multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna.
Questi carichi, pertanto, resteranno in affidamento agli agenti della riscossione, che potranno continuare le loro operazioni di riscossione.