Da Quotidiano Enti locali del 12 settembre 2017

Nell’ambito della definizione degli obiettivi, annuali e pluriennali, inerenti le spese di funzionamento e le spese di personale delle società pubbliche (richieste dall’articolo 19 del Dlgs n. 175/2016) le amministrazioni controllanti possono adottare un approccio elastico, al fine di mantenere una corrispondenza, comunque caratterizzata da efficienza, con i volumi di attività e di fatturato sviluppati. È quanto ha sancito recentemente la Sezione della Liguria della Corte dei conti con il parere n. 80/2017, una pronuncia davvero impeccabile per chiarezza e coerenza che – superando la rigidità di precedenti pronunce ( in particolare il parere della Sezione dell’Abruzzo n. 252/2016 ) – consente alle società partecipate, in modo motivato, di aumentare il contingente (e la spesa) di personale in presenza di una crescita dell’attività, superando le criticità delle precedenti impostazioni.

L’aumento dei servizi
Nell’attuale quadro normativo, del resto, è del tutto legittimo che le amministrazioni pubbliche (e le partecipate) effettuino delle scelte che spingono nella direzione dell’aumento dei servizi affidati alle società controllate.
È quanto avviene concretamente, ad esempio, nell’ipotesi che uno o più enti locali entrino nel capitale di una società pubblica già operante allo scopo di procedere all’affidamento (secondo il modello dell’in house e proprio ricorrendo alla stessa società) di determinati servizi pubblici locali ovvero nell’ipotesi che un ente che controlla una società trasferisca a quest’ultima ulteriori servizi, essendo tra l’altro obbligata a trasferire anche il personale originariamente e internamente dedicato a quel segmento di attività (ai sensi della legge n. 244/2007).
A ben vedere, anzi, il raggiungimento – da parte delle società pubbliche – di una dimensione critica è un obiettivo chiaramente implicito nel Dlgs n. 175/2016 che, infatti, spinge le amministrazioni pubbliche verso la dismissione delle società che non raggiungono una determinata soglia di “fatturato” e favorisce le soluzioni che si traducono nell’aggregazione di diverse realtà societarie.
Inoltre, sempre il Dlgs n. 175/2016 esplicitamente consente alle società in house di operare anche nei confronti di enti non affidanti, seppure entro una soglia (aliquota) percentualmente determinata (20%) oltre la quale scatta l’obbligo di ripristino della piena conformità normativa.
Ancora, la crescita dell’attività delle partecipate pubbliche può consentire il perseguimento di consistenti economie di scala che corrispondono a un progressivo accrescimento delle condizioni di efficienza nello svolgimento dei servizi pubblici locali e, in ultima analisi, di migliore impiego delle risorse pubbliche prelevate dalla collettività di riferimento.
Adottando un approccio restrittivo, è del tutto evidente che, nei casi di incremento degli affidamenti gestiti o dell’attività svolta, le partecipate si troverebbero nell’assoluta difficoltà di non disporre del personale necessario per garantire adeguati livelli quali-quantitativi di servizio ovvero costrette a ricorrere, a loro volta, a ulteriori esternalizzazioni di servizi, con un approccio non particolarmente razionale.

Soluzione flessibile
Secondo il parere, invece, è possibile adottare soluzioni maggiormente flessibili, destinate a valorizzare la correlazione tra il personale (e la relativa spesa) e l’attività prodotta, anche giustificando una politica assunzionale espansiva in valore assoluto ma compatibile con il principio di efficienza e con la realizzazione di economie di scala (ad esempio, riprendo una specifica indicazione del parere, passando da un fatturato di 100 con 10 unità di personale a un fatturato di 200 con 12 unità di personale).
Tanto è vero che la necessità di aumentare l’attività prodotta, in favore degli enti pubblici e di terzi, con contestuale aumento del fatturato e dei servizi prodotti, il conseguimento di economie di scala e l’efficientamento del servizio, giustifica un’interpretazione della norma destinata a consentire maggiore elasticità nelle politiche concernenti la gestione del personale e del contenimento della spesa, che non possono essere assunte restrittivamente soltanto perché alcune società pubbliche presentano dei risultati negativi.

Le condizioni
È parimenti, ovvio che un aumento dell’attività svolta e del fatturato non è una condizione di per sé sufficiente a giustificare un incremento del personale se, in base a valutazioni di ordine economico, il personale in servizio presso la società sia già ampiamente sufficiente – in termini numerici – per espletare il maggiore servizio.
Così come occorre prestare particolare attenzione alla potenziale durata della maggiore attività, in quanto sarebbe incoerente e irrazionale gravare la società di costi fissi a tempo indeterminato qualora l’aumento del fatturato – e della connessa attività – sia limitata nel tempo.
A rafforzare ulteriormente la possibilità di un approccio meno restrittivo rileva (secondo la Corte dei conti della Liguria) pure la formulazione letterale del dettato normativo dell’articolo 19, nel quale non si rinviene alcun diretto richiamo alle norme di finanza pubblica che valgono per le spese, complessive e individuali, del personale dipendente da enti pubblici o per le relative assunzioni.
Il bilanciamento della flessibilità ora introdotta è evidentemente la responsabilità richiamata nella parte conclusiva del parere, tenendo conto che le Sezioni regionali verificheranno la correttezza e la coerenza delle determinazioni contenute nei provvedimenti degli enti soci nonché la realizzazione degli obiettivi legati alle spese di funzionamento ed alle spese di personale delle società a controllo pubblico.

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