Dal Sole 24 ore del 21 agosto 2017

Responsabilità. Escluso il danno per l’atto inammissibile perché non è dimostrato che, se esaminato nel merito, sarebbe stato accolto.

No al risarcimento del danno per violazione degli obblighi professionali se il cliente non dimostra che avrebbe potuto ottenere un vantaggio economico qualora il professionista avesse svolto correttamente il proprio incarico. Lo ribadisce la Corte d’appello di Milano (presidente Saresella, relatore Corte) nella sentenza 1448 dello scorso 5 aprile.

La vicenda

Dopo aver ricevuto un avviso di accertamento con cui le Entrate gli chiedevano il pagamento di maggiori imposte, un contribuente aveva conferito a due ragionieri l’incarico di presentare ricorso alla Ctp. La commissione, senza entrare nel merito della questione, aveva dichiarato la domanda inammissibile perché il mandato alle liti era contenuto non in calce o a margine del ricorso ma in un foglio separato. Contro la sentenza, gli stessi professionisti avevano presentato appello nell’interesse del contribuente, sostenendo che il ricorso era regolare e chiedendo quindi la rimessione degli atti al giudice di primo grado. La Ctr, però, confermava la decisione impugnata, rilevando che il mandato era stato conferito in un foglio aggiunto al ricorso.
Il contribuente aveva quindi chiamato in giudizio i due ragionieri, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa della nullità del mandato di primo grado e della mancata riproposizione dei motivi di merito in appello. Il Tribunale di Lodi aveva respinto la domanda; il cliente ha allora presentato appello, ribadendo le questioni proposte in primo grado.

La decisione

Nel respingere l’impugnazione, la Corte ricorda, innanzitutto, che il professionista assume un’obbligazione di mezzi e non di risultato, giacché si impegna a prestare la propria opera per ottenere l’obiettivo «desiderato ma non a conseguirlo». Pertanto, «l’inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente», ma deve essere valutato in relazione al dovere di diligenza previsto dal comma 2 dell’articolo 1176 del Codice civile; norma per la quale, nell’adempimento delle obbligazioni concernenti l’esercizio di un’attività professionale, la diligenza si deve valutare «con riguardo alla natura dell’attività esercitata». In ogni caso – prosegue la Corte, citando la sentenza 7618/1997 della Cassazione -, se la prestazione richiede la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata e va affermata, in base all’articolo 2236 del Codice civile, solo per dolo o colpa grave.
Inoltre, la domanda di risarcimento nei confronti di un professionista che abbia violato i propri obblighi può essere accolta «se e nei limiti in cui un danno si sia effettivamente verificato»; e il giudice – conclude la Corte, richiamando la sentenza 3657/2013 della Cassazione – deve «valutare se il cliente avrebbe potuto conseguire, con ragionevole certezza, una situazione economicamente più vantaggiosa qualora il professionista avesse diligentemente adempiuto la propria prestazione».
Nella vicenda tributaria, le contestazioni del Fisco muovevano dalle valutazioni dell’Osservatorio del mercato immobiliare, i cui dati, spiega la Corte, possono assumere valore di indizio per l’accertamento delle imposte. Peraltro, le Entrate avevano rilevato anche che il mutuo bancario era di importo superiore al prezzo indicato per la compravendita ripresa a tassazione.
Secondo la Corte, in definitiva, dagli atti di causa non si può desumere alcun elemento che consenta di ritenere che il ricorso, se fosse stato esaminato nel merito, sarebbe stato accolto. Ragioni, queste, che hanno giustificato la conferma della sentenza di primo grado.

 

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